L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 26 maggio 2022

Dmitry Medvedev, se dovete bluffare, almeno fatelo bene diretto a Di Maio e al VOSTRO Mario Draghi

Chi ha scritto il «piano di pace» italiano per l’Ucraina? I dubbi partono da Mosca

25/05/2022 - 12:49

L’ex presidente Medvedev demolisce la bozza, inviando un segnale da bluff svelato: «Lavoro da politologi locali su fake news ucraine». E Di Maio si precipita a sottolinearne la natura «embrionale»


«Quer pasticciaccio brutto de piazzale della Farnesina». Perché, piaccia o meno, quanto accaduto attorno al presunto piano di pace italiano per l’Ucraina assume - con il passare delle ore e l’accavallarsi delle dichiarazioni - i profili sgradevoli della gaffe diplomatica da antologia.

Già bocciato dall’Alto commissario per la politica estera Ue e dal governo di Kiev, il documento di mediazione del governo italiano anticipato due giorni fa in prima pagina da La Repubblica ha vissuto una giornata travagliata anche in terra di Russia. Prima definito come oggetto di valutazione, poi appunto letteralmente demolito dall’ex presidente Medvedev e infine addirittura negato nella sua esistenza dal portavoce del Cremlino, il quale si è detto speranzoso di riceverlo in tempo brevi attraverso canali diplomatici. Come dire, trattandosi di un conflitto, sarebbe meglio evitare anticipazioni a mezzo stampa e irritualità informali. Ma sono le parole utilizzate dall'attuale numero due del Consiglio di sicurezza russo ed ex inquilino del Cremlino a far riflettere. Durissime. Dirette. E improntate a un profilo di dubbio che, se mai fosse anche solo lontanamente confermato, getterebbe la Farnesina in acque agitate.

«Sembra che non sia stato preparato da diplomatici, ma da politologi locali che hanno letto molti giornali di provincia e operano solo con fake news ucraine... L’Occidente ha colto il desiderio di creare piani di pace che dovrebbero portare a una soluzione della crisi in Ucraina. E andrebbe bene, se tenessero conto della realtà. Ma no, è solo un puro flusso di coscienza dei grafomani europei», le dichiarazioni rilasciate da Dmitry Medvedev. E quando un ex presidente russo e oggi vice-presidente del principale organo di difesa nazionale, di fatto un misto di Nsa e Cia messe insieme, arriva a utilizzare certi toni e certe insinuazioni, difficilmente lo fa per dare libero sfogo a un’insana ricerca del proverbiale e warholiano quarto d’ora di celebrità. Intende inviare un segnale: come dire, se dovete bluffare, almeno fatelo bene.

Il fatto che a stretto giro di posta, interpellato sull’ambivalente reazione russa al piano a latere di un evento dell’Alis, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, abbia pesantemente ridimensionato la portata politica del piano, sembra confermare la riuscita del blitz dei Medvedev.

«Il piano di pace italiano è ancora un lavoro embrionale, ci vorrà tempo. Noi abbiamo delineato un percorso che parte da un gruppo di facilitazione internazionale e ha l’ambizione di arrivare a una nuova Helsinki», ha dichiarato il titolare della Farnesina. Insomma da piano di pace in grande stile, talmente rilevante da spingere La Repubblica a braccarne le anticipazioni e spararle in prima pagina come esclusiva, a bozza embrionale di un lungo percorso ancora da compiere, la differenza è sostanziale. Soprattutto perché al centro del confusionario vortice di versioni si materializza la credibilità stessa della diplomazia di un Paese del G7. Non una bozza informale di comunicato stampa, a meno che quanto fatto circolare in patria e mai arrivato in Russia, almeno stando alla versione ufficiale del portavoce del Cremlino, realmente fosse soltanto il frutto di un brainstorming di analisti più o meno titolati a una simile iniziativa e non il lavoro ufficiale di fonti diplomatiche.

Perché Dmitry Medvedev avrà anche voluto alzare un polverone contro un governo ritenuto il più falco dell’Ue contro Mosca ma è chiaro che non difetta di fonti dirette e ben informate. In patria e all'estero. Come dire, se Roma vuole continuare con il mantra della stampa di regime e della propaganda russa, apparentemente pezzo forte di tutti i talk-show italiani, allora potrebbe essere interessante notare la reazione del governo Draghi di fronte al rischio di disvelamento di una potenziale relazione incestuosa fra diplomazia, analisti e media.

E alla luce della fretta con cui il ministro Di Maio ha ridimensionato a lavoro embrionale quello che fino a poche ore prima apparentemente era spacciato come un piano di pace degno di Richard Holbrook, forse converrà ritornare in fretta ai canali informali. Come fatto notare dallo stesso Cremlino. Comunque vada, sarà imbarazzo.

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