L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 maggio 2022

Eurasia è pronta a decollare

Perché il mondo è diventato multipolare con il boom economico cinese
Il boom cinese ha posto fine al dominio assoluto degli Stati Uniti d'America sul piano economico e, di riflesso, nella geopolitica globale
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 03 Maggio 2022 alle ore 06:52


Il nuovo millennio nacque all’insegna della stella polare americana. Gli USA avevano sconfitto da meno di un decennio l'”impero del male” sovietico. I regimi comunisti dell’Europa dell’Est erano caduti tutti, erano entrati a far parte dell’orbita economico e geopolitica occidentale e la Russia stessa si era ridotta a una federazione di rango regionale, affannata più che altro a non implodere dopo tre quarti di secolo trascorsi sotto il sistema economico pianificato. Venti anni più tardi, possiamo affermare senza ombra di dubbio che gli USA siano molti più deboli di allora sul piano economico e geopolitico.

Volete una conferma? Malgrado le minacce più o meno esplicite dell’amministrazione Biden, gran parte del pianeta continua a commerciare e ad intrattenere normali relazioni diplomatiche con la Russia di Vladimir Putin. Decine di governi fingono di ignorare gli orrori perpetrati dalle forze russe in Ucraina. Altri semplicemente segnalano di fregarsene. Tra questi vi sono potenze dell’ordine di Cina e India.

Il ventennio del boom cinese

Ed è proprio la Cina ad avere impresso una direzione inattesa e, a posteriori, indesiderata al nuovo millennio. Si era affacciata al 2000 da paese arretrato, marginale. Nel 2001, entrava a far parte dell’Organizzazione del Commercio Mondiale. La globalizzazione compiva un salto di qualità impressionante. Nulla sarebbe rimasto come prima. E’ il boom cinese. Il PIL del Dragone asiatico passa da appena 1.200 a circa 17.500 miliardi di dollari in appena due decenni.

Entro la fine di questo decennio – molto prima, stando a numerosi analisti – il PIL cinese supererà quello americano. In termini pro-capite, rimarrà molto inferiore, dato che i cinesi sono il quadruplo della popolazione USA. Tuttavia, il sorpasso avrà conseguenze psicologiche importantissime: saremo tutti costretti a definire quella cinese “la prima economia mondiale” e non più la seconda.

Per capire perché Pechino possa permettersi di ignorare gli appelli americani al boicottaggio della Russia, dobbiamo affidarci proprio ai dati. Nel quinquennio 2017-2021, la crescita del suo PIL è stata del 55,5%, incidendo per un terzo di quella mondiale. Nello stesso periodo, la crescita del PIL americano è stata di neppure il 23%, incidendo per il 23% di quella mondiale. Dunque, Pechino traina più di Washington. Non era così a inizio millennio: tra il 2000 e il 2005, il PIL cinese crebbe dell’89%, ma incidendo per appena il 7,7% della crescita mondiale. Il PIL americano crebbe di oltre il 27%, incidendo per il 20% della crescita mondiale.

Il mondo è bipolare

Questi numeri, pur stringati, ci dicono tante cose: sia USA che Cina hanno rallentato i loro ritmi di crescita negli ultimi anni. Ed è in entrambi i casi quasi normale. Ma va detto che la Federal Reserve ha iniettato liquidità a fiumi dopo il 2008, al fine di sostenere proprio la crescita. D’altra parte, è rallentata ancora di più la crescita mondiale (+41,3% tra 2000 e 2005; +24,2% tra 2016 e 2021) con il risultato che USA e Cina si rivelano entrambe più determinanti che in passato per la congiuntura di tutto il pianeta.

Nel primo lustro del millennio, USA e Cina incidevano per meno del 28% della crescita mondiale; adesso, per quasi il 57%. In sostanza, il resto del pianeta è diventato più dipendente dalla stessa America. E resta un fatto importante a differenziare le prime due economie: la prima acquista beni e servizi dal resto del mondo per 1.000 miliardi di dollari netti all’anno, la seconda vende per 6-700 miliardi netti. E ciò significa che gli USA alimentano i consumi altrove, la Cina beneficia di tali consumi.

La realtà è più complessa. La Cina esporta manufatti di multinazionali di tutto il mondo, americane incluse. Senza gli USA ed Europa non ci sarebbero esportazioni cinesi, ma senza la Cina non ci sarebbero le produzioni americane ed europee. I mercati sono diventati così interconnessi che farsi la guerra alla vecchia maniera non conviene più a nessuno.

Blocco asiatico alternativo all’Occidente

Il “reshoring” in corso dopo almeno trenta anni di globalizzazione sarà graduale e per forza di cose doloroso. Ma l’Asia sembra grosso modo perduta per gli americani. Oltre alla Cina, India, Russia, Pakistan, Iran e persino l’Arabia Saudita stanno creando un blocco geopolitico ed economico a sé. Metà del pianeta ha scelto di non stare con l’Occidente o di non starci in maniera esclusiva, bensì opportunisticamente.

E il cuore c’entra poco con questa scelta. Pechino offre prospettive di crescita più credibili di Nord America ed Europa, economie già mature. Il boom cinese cederà il passo a un ulteriore rallentamento, ma resta il fatto che il PIL qui sia ancora un terzo della media OCSE. Peraltro, offre l’opportunità di fare business ignorando diritti ormai abbracciati dall’Occidente, come la salute, l’ambiente, la sicurezza e la dignità dei lavoratori, ecc. E i diritti costano.

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