L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 26 maggio 2022

Gli Stati Uniti non si possono permettere di fermarsi e faranno di tutto affinché l'Operazione militare Speciale divampi e diventi un fuoco indomabile, l'unico fermo sono le atomiche in possesso della Federazione Russa

L’escalation è una polveriera
di Fabio Mini
18 maggio 2022

Il discorso di Putin del 9 maggio aveva gelato i guerrafondai nostrani e riacceso le speranze dei pacifisti in una sospensione del conflitto. La missione del nostro presidente del Consiglio a Washington ha riacceso le speranze dei primi e gelato i secondi. Il colloquio tra Biden e Draghi ha escluso qualsiasi ripensamento sulla condotta della guerra per procura che gli Stati Uniti stanno conducendo contro la Russia. Non c’erano dubbi, ma ha ulteriormente chiarito che questo genere di missioni “diplomatiche” non può avere lo scopo di una sommessa perorazione della pace mentre la guerra è in atto e si garantiscono ulteriori sanzioni, nuovi invii di armi all'Ucraina e soldati ai confini. Il Parlamento americano ha espresso ancor più chiaramente la volontà americana di proseguire la guerra fino all'ultimo ucraino e Biden si è occupato di procedere alla liquidazione garbata o rude dei leader alleati fino all'ultimo Draghi.

La macchina è avviata La battaglia è pronta a continuare fino all'ultimo ucraino e Biden liquiderà i leader alleati fino all'ultimo Draghi.

LA CAMERA statunitense ha disposto aiuti in armi e assistenza per 40 miliardi di dollari. Sette in più di quanti ne aveva chiesti Biden. Aggiunti ai 14 già assegnati, la cifra di 54 miliardi in un anno è la più alta finora raggiunta per aiuti finanziari e militari a un solo Paese. Inoltre, l’aumento non richiesto significa che entrambi i partiti vogliono la guerra anche se rimane il dubbio su cosa veramente ne pensino gli americani. Tuttavia, fintanto che la popolazione viene rassicurata che la guerra in Ucraina non comporta l’escalation nucleare o il coinvolgimento diretto degli Usa, il consenso popolare non può mancare. Che poi questo consenso bipartisan sia capitalizzabile anche nelle elezioni di novembre è un problema che riguarderà Biden.

NEL FRATTEMPO il Nyt, dopo la bacchettata sulle fughe dell’intelligence da parte della casa Bianca, cerca di mantenere un’apparenza di equilibrio scrivendo che “A più di due mesi dall'inizio della guerra in Ucraina, la Russia sta ottenendo alcuni significativi guadagni territoriali, anche se la sua invasione è stata inficiata da una cattiva pianificazione, da un’intelligence imperfetta, da un morale basso e da una violenza brutale e indiscriminata contro i civili”. Figurarsi se le operazioni fossero state ben pianificate e condotte. “Le forze russe sono avanzate fino al confine tra Donetsk e Lugansk, province in cui i separatisti sostenuti da Mosca combattono l’esercito e i nazisti ucraini da otto anni. Se confermata, la notizia rende più probabile che la Russia possa controllare interamente la regione, nota come Donbass, rispetto ad appena un terzo di essa prima dell’invasione”. I “se la Russia riuscisse a mantenere o espandere il territorio che occupa a sud e a est e a mantenere il suo dominio sul Mar Nero, potrebbe minare ulteriormente la già martoriata economia ucraina, migliorare l’influenza di Mosca in qualsiasi futura soluzione negoziale e potenzialmente espandere la sua capacità di organizzare attacchi più ampi”.

Sintesi perfetta che giustifica la fretta di Nancy Pelosi la quale, perorando l’approvazione del pacchetto di aiuti all'Ucraina ha dichiarato: “Il tempo è essenziale e non possiamo permetterci di aspettare”. C’è da chiedersi cosa temano gli Usa per spingere così forte sull'acceleratore. Evidentemente, nonostante le assicurazioni di non escalation del conflitto (o forse proprio per queste) nessuno ci crede. Ma mentre per noi poveri europei credere o non credere è una questione di pura fede, per russi e americani e i loro poderosi apparati d’intelligence, deve esserci qualcosa di più concreto che induca al “timore”. Si sa che i russi temono l’invasione e l’attacco, vero o non vero, questo è ciò che credono e ne hanno le “prove” nello schieramento di armi Nato e Usa ai propri confini. Gli americani, la Nato e l’Ucraina dicono di temere che la Russia sconfini in uno dei Paesi alleati e intanto si stanno attrezzando per il conflitto. Sembrano due posizioni speculari i cui sviluppi porterebbero benefici a uno e danni all'altro. Ma non è così: entrambe portano all'escalation ai danni dell’Europa, dell’Ucraina e della Russia. Chi ha fretta di menar le mani non vuole evitare un conflitto più ampio, ma lo vuole provocare. E se la miccia non viene accesa dalla Russia, c’è già chi si è offerto di farlo a Odessa, in Transnistria, a Londra, Bruxelles, in Estonia, Lituania, Polonia, Mar Baltico e Mar Nero. Diversi sono i luoghi dell’incidente come pretesto per l’escalation, ma chi ha la miccia in mano è seduto sul barile di esplosivo.

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