L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 27 maggio 2022

Gli Stati Uniti non vogliono perdere il loro primato, le oligarchie finanziarie e l’intero establishment a stelle e strisce vogliono rilanciare una globalizzazione fondata sul loro dominio militare, la loro egemonia politica, la propria supremazia economica basata sul sistema del dollaro. Per ottenere questo risultato a Washington si è pronti alla guerra totale, prima contro la Russia, poi se necessario contro la Cina

Non ci sono alternative
di Leonardo Mazzei
16 maggio 2022

Ci avviciniamo ai 3 mesi di guerra, e tutto si può immaginare tranne la sua fine. La narrazione iniziale si sta risolvendo nel suo contrario. A febbraio l’ipotesi prevalente era quella di un conflitto breve, che la Russia avrebbe vinto militarmente, per poi perderlo in maniera rovinosa sul piano economico. Non è andata così. E non poteva andare in quel modo per un semplice motivo: qui non siamo di fronte ad uno scontro tra Russia e Ucraina, che se così fosse stato si sarebbe chiuso in una settimana. Quella in corso è piuttosto la guerra scatenata dal blocco Usa-Nato-Ue contro la Russia; l’inizio di una Terza Guerra Mondiale combattuta per ora prevalentemente sul suolo ucraino.

Naturalmente la situazione sul campo va valutata in maniera oggettiva, che se dessimo retta alla propaganda occidentale potremmo anche pensare che l’esercito ucraino si accinga a prendere Mosca… L’evoluzione di questa propaganda è tuttavia interessante. Mentre in un primo momento si insisteva sull’esigenza di sostenere la “povera” Ucraina aggredita dall’Orso russo, si è ora passati a toni più bellicosi e risolutivi: la Russia va sconfitta, punto e basta; la guerra va portata fino in fondo costi quel che costi.

Dunque, i fatti ci hanno dato ragione. Se l’espansione della Nato, nella quale di fatto l’Ucraina era già integrata da tempo, serviva ad attaccare la Russia; la vera escalation che ha portato al conflitto in corso non è stata avviata da Putin, bensì dagli americani. E quale sia la volontà di questi ultimi ce lo dice il recente stanziamento di 40 miliardi di dollari per armare ancor di più l’esercito di Kiev.

Armi di ogni tipo inviate dai paesi Nato, istruttori sul campo, servizi di intelligence occidentali che partecipano attivamente al conflitto, una propaganda martellante alimentata a getto continuo, sanzioni sempre più pesanti contro Mosca: cos’altro deve avvenire per prendere atto di una dichiarazione di guerra totale dell’occidente alla Russia?

Così scrivevamo agli inizi di marzo: «E’ chiaro che siamo entrati in una partita mortale, uno scontro che non ammette vie di fuga, alla fine del quale ci sarà un vincitore ed un vinto, ma ci sarà soprattutto un quadro internazionale profondamente diverso da quello precedente alla crisi ucraina».

Che in questo contesto la Russia abbia incontrato delle serie difficoltà sul piano militare è cosa abbastanza normale, anche per la necessità di condurre le operazioni limitando al massimo il coinvolgimento dei civili.

A queste difficoltà si contrappone però la tenuta economica e finanziaria. Le sanzioni si sono rivelate meno efficaci del previsto. L’embargo sui prodotti energetici avrà tempi lunghi, mentre il blocco dello Swift ha fatto meno danni di quel che si poteva pensare. Certo, come si dice in occidente, le sanzioni hanno efficacia nel lungo periodo. Ma intanto la mossa di Putin sul pagamento del gas in rubli sta avendo successo.

Un anno fa ci volevano 89 rubli per acquistare un euro, e questo era il cambio pure il 23 febbraio, il giorno prima dello scoppio della guerra. Poi il cambio si era impennato, facendo prevedere una svalutazione catastrofica del rublo. Ma così non è stato. Dopo il picco di 156 rubli per un euro del 7 marzo, siamo tornati ai livelli pre-guerra già a fine marzo con il solo annuncio di Putin. Ma non basta, venerdì scorso (13 maggio) erano sufficienti 67 rubli per acquistare un euro, con una rivalutazione del 24,7% rispetto a febbraio. Evidentemente i mercati finanziari sono piuttosto certi dell’adeguamento dei grandi gruppi energetici europei (tra i quali Eni ed Enel), dunque dei rispettivi governi, al pagamento in rubli. Un successo indiscutibile per Putin, uno smacco di non poco conto per il blocco Usa-Nato-Ue.

In questo modo, contrariamente alle aspettative occidentali, la Russia potrà mantenere una discreta stabilità finanziaria ed un certo controllo sull'inflazione. Elementi piuttosto importanti al fine della massima coesione interna. Ma l’operazione sul rublo ha anche una finalità di lungo periodo: quella di avviare concretamente la messa in discussione del sistema dei pagamenti centrato sul dollaro. Una sfida mai vista negli ultimi ottant’anni, una prova ulteriore di quanto sia mortale la partita in corso.

Se quanto detto fin qui è fondato, una cosa appare quasi certa: la guerra sarà lunga. Naturalmente, come dimostrano gli errori di tanti commentatori, le previsioni vanno spesso incontro a sonore smentite. Ma quella di una guerra lunga si basa sulla vera posta in gioco del conflitto, niente di meno dei futuri equilibri di potenza a livello mondiale.

Proprio perché la posta in gioco è questa, i contendenti si stanno preparando ad uno scontro prolungato. Il blocco a guida Usa lo sta facendo con due mosse: da un lato il massimo sostegno ad una guerra per procura, come si dice “fino all’ultimo ucraino”; dall’altro il risparmio delle proprie forze in attesa dei futuri sviluppi. Ma il risparmio delle forze è evidente anche sull’altro versante. Mentre la Cina cerca di prendere tempo, senza tuttavia incrinare il proprio rapporto con Mosca, l’indicazione più chiara ci viene proprio dalla Russia.

La propaganda occidentale vorrebbe farci credere ad un esercito russo allo stremo, privo ormai dei mezzi e degli uomini sufficienti a condurre una guerra all'altezza dello scontro. Quanto sia credibile questa narrazione ce lo dicono alcuni numeri. Le Forze armate russe sono composte da 900mila effettivi, più 2 milioni e 500mila riservisti. In Ucraina si calcola che ne siano stati impiegati al massimo 190mila. Come si spiegano queste cifre se non con la prudente volontà di risparmiare forze in vista della possibilità di un conflitto più allargato?

Tra i tanti segni dell’escalation in corso, l’entrata nel Patto Atlantico di Svezia e Finlandia è certo uno dei più significativi. La propaganda ci racconta di queste scelte come mera conseguenza dell’azione di Putin, ma la verità è che questi due paesi – come dimostrato dalle esercitazioni congiunte degli ultimi anni – erano già partner della Nato da tempo. Sta di fatto, però, che con l’ingresso della Finlandia l’Alleanza Atlantica si porterà ad un tiro di schioppo da San Pietroburgo, mentre il confine Russia/Nato si allungherà di altri 1.348 chilometri.

Bisogna dunque prendere atto della realtà. Per ora non siamo allo scontro diretto, né siamo arrivati alla soglia nucleare, ma quella che stiamo percorrendo è la strada della Terza Guerra Mondiale.

Gli Stati Uniti non vogliono perdere il loro primato, le oligarchie finanziarie e l’intero establishment a stelle e strisce vogliono rilanciare una globalizzazione fondata sul loro dominio militare, la loro egemonia politica, la propria supremazia economica basata sul sistema del dollaro. Per ottenere questo risultato a Washington si è pronti alla guerra totale, prima contro la Russia, poi se necessario contro la Cina. Ovviamente, agli americani piacerebbe vincere facile. Per questo non hanno mai smesso di sognare una bella “rivoluzione colorata” a Mosca. Evento però altamente improbabile, almeno a parere di chi scrive.

Che fare allora per impedire la catastrofe in arrivo? Cosa fare, in primo luogo, in Italia? Il nostro Paese già paga duramente, sul piano economico, la scelta del totale allineamento euro-atlantico. Ma questo prezzo potrebbe essere niente rispetto ai rischi di un coinvolgimento diretto nel conflitto. Mai come oggi le parole d’ordine dell’uscita dalla Nato e dall’Ue sono state attuali, ma intanto bisogna portare l’Italia fuori dalla guerra.

Questo vuol dire esattamente tre cose: fermare l’invio delle armi all’Ucraina, ritirare l’adesione alle sanzioni contro la Russia, dire basta alla russofobia. Queste tre cose saranno però impossibili senza la quarta: la cacciata dal governo di Mario Draghi, l’amerikano.

Sappiamo tutti quanto saranno importanti le prossime elezioni politiche, ma prima di esse potrebbe accadere l’irreparabile. E’ dunque il momento della lotta e della costruzione dell’opposizione. La guerra potrà essere fermata solo incrinando il blocco Usa-Nato-Ue. Non sarà facile, ma non ci sono alternative.

Abbiamo detto che lo scenario più probabile è quello di una guerra lunga, ma per uscire da questo incubo occorre che la mobilitazione contro il governo sia immediata. Oggi nessuna illusione è più concessa.

Nessun commento:

Posta un commento