L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 12 maggio 2022

I morti di Odessa aspettano

Odessa, 2 maggio 2014
di Salvatore Bravo
9 maggio 2022

L’Ucraina è definibile “una situazione balcanica”, in quanto è una nazione che ha all’interno una serie di “nazioni minori”: russi, rumeni, polacchi ecc. Le tensioni tra le minoranze e gli ucraini di lingua ucraina sono aumentate con l’ingerenza occidentale e russa. L’ingerenza statunitense mediante la NATO ha condotto l’Ucraina ad essere paese satellite dell’occidente, non più stato autonomo o cuscinetto tra due sistemi e culture, ma è divenuto strumento di lotta geopolitica tra potenze. Per ottenere l’indebolimento dello stato, ci si infiltra all'interno, lo si colonizza e si soffia sul fuoco di tensioni antiche. Il rischio è la sconfitta di tutti gli attori in campo, poiché la razionalità strumentale comune a tutti i protagonisti è sempre astratta, si pone obiettivi, mette in campo mezzi, ma elimina dal proprio immaginario razionale le variabili non controllabili e non prevedibili. L’onnipotenza deve sempre scendere a patti con la realtà geopolitica e il suo disordine incontrollabile. Il rischio è la sconfitta finale delle superpotenze e degli alleati che ambiscono al controllo delle materie prime ucraine.

Tra le variabili non calcolate vi sono gli effetti in patria a seguito del dissanguamento delle finanze pubbliche a scapito dei popoli. Onnipotenza e responsabilità politica sono un ossimoro. La decadenza dell’occidente è la morte della politica per l’economicismo. Dopo il colpo di Stato del 2014 in Ucraina non ha regnato la democrazia, ma la violenza generalizzata. Intervenire in un contesto difficile per destabilizzarlo non è mai un affare per nessuno, l’esperienza afgana e siriana lo dimostrano. L’Ucraina è una polveriera che può travolgere gli invasori: russi e occidentali. I russi sono gli invasori diretti, gli occidentali gli invasori capziosi, hanno abbattuto il governo filo russo nel 2014, hanno sostenuto un governo antidemocratico le cui leggi liberticide sono notorie, facilmente si possono reperire informazioni in rete. In nome dell’adesione futura alla NATO e all’Europa l’Ucraina ha accettato armi e soldati dell’occidente già prima della guerra. Il governo ucraino ha aperto le porte agli invasori occidentali per fermare i russi: situazione balcanica che porterà alla fine dell’Ucraina la quale diverrà l’appendice marcescente dell’impero statunitense: sarà sfruttata e occupata per essere saccheggiata delle sue risorse e della sua identità. Alla fine l’Ucraina sarà flatus vocis, un soffio di voce a cui corrisponderà un territorio occupato democraticamente da truppe NATO, testate nucleari e multinazionali. Niente di nuovo sotto il cielo, spaventa la complicità amorale delle classi dirigenti disponibili a vendere la loro terra agli stranieri, ma la legge del capitale risponde solo alla sacra legge del dominio. Tutto è tragicamente mediocre, benché si sia in presenza di tecnologie letali tra le mani di menti anguste e prive di ogni senso etico e politico. La mediocrità produce tragedie, siamo in un quadro storico che avrebbe bisogno di pensatori e statisti, invece dominano uomini e donne fedeli all’americanismo del solo interesse privato. La strage della casa dei sindacati Il 2 maggio 2014 ad Odessa è la verità che si è mostrata nella sua violenza, ma non ha trovato ascoltatori disponibili a capire l’intrigo ucraino. L’attacco dei nazionalisti alla casa dei sindacati è sintomatico dell’odio verso la cultura dei diritti dei lavoratori. Nulla è casuale nelle tragedie della storia. La strage di Odessa con i suoi 42 morti accertati quasi tutti russi svela che l’Ucraina difesa dall’Occidente è stata prodotta dalla violenza e, finirà nella violenza, perché in essa non ha agito e non agisce la politica, ma solo una feroce lotta tra bande ideologicamente di destra incapaci di qualsiasi mediazione politica. Il pantano ucraino ci attende e potrebbe condurci verso il disastro umano definitivo. L’incendio o meglio la strage non è stata volutamente letta in occidente per quello che è stata: il sussulto di un regime nazionalista che abbatte con la violenza un governo legittimo per instaurare un governo di avventurieri. Dopo si è continuato ad agire per inasprire il clima interno tra le varie etnie, in particolare contro i russi ma non solo, in modo da esasperare la situazione e costringere i russi a scendere in campo per la difesa del Donbass. A quel punto era inevitabile l’entrata in scena delle armi occidentali sul territorio. Tutto calcolato come vuole la pianificazione della razionalità economicistica e bellicosa del capitalismo. Dopo l’incendio di Odessa era evidente che in Ucraina non ci fosse la democrazia. Le indagini sono state incerte e spesso hanno occultato le responsabilità anziché accertarle, non a caso l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni unite nel 2016 ha dichiarato:

"i procedimenti penali... sembrano essere stati avviati in modo parziale. Finora sono stati perseguiti solo attivisti del campo "pro-federalismo", mentre la maggioranza delle vittime erano sostenitori del movimento "pro-federalismo". [...] Le indagini sulle violenze sono state affette da carenze istituzionali sistemiche e caratterizzate da irregolarità procedurali, che sembrano indicare una riluttanza a indagare e perseguire realmente i responsabili”.

In Ucraina la giustizia è etnica: il 27 novembre 2015 il tribunale distrettuale Malynovskyi di Odessa ha concesso su cauzione la libertà a cinque detenuti anti-Maidan, l’effetto è stato una autentica rivolta dei nazionalisti ucraini. Il parlamento ucraino ha continuato a soffiare sul fuoco, e coccolato e protetto dagli occidentali ha approvato la legge del 2019, che obbliga i cittadini a conoscere l’ucraino, ne rende l’utilizzo obbligatorio negli uffici pubblici, nelle scuole, nelle università e nelle attività scientifiche, culturali e sportive. Ogni pubblicazione in una lingua diversa dall'ucraino dev'essere accompagnata dalla traduzione in ucraino. Cancellare le lingue delle minoranze è una dichiarazione di morte delle stesse, un popolo senza lingua nazionale non esiste, è cancellato dalla storia. Questa è la realtà voluta dalle ingerenze occidentali e appoggiata oscenamente dalle classi dirigenti ucraine, in tale clima il futuro non potrà che essere peggiore del presente. Nel frattempo le vittime di Odessa continuano a chiedere verità e giustizia, ma nulla sembra fermare l’inutile strage. La strage di Odessa ridimensionata ad incendio dai media occidentali continua a fumare e ci parla delle responsabilità trasversali tra occidentali e classi dirigente asservite, anche questo è in linea con la storia del capitalismo nella sua corsa irrazionale e distruttrice. Solo la verità salva, le parole usate per dividere sono un crimine contro l’umanità:

“Sono pesi queste mie parole
Sono pesi queste mie poesie,
pietre spinte lungo una salita.
Le porterò stremata
allo strapiombo.
Poi cadrò, viso nell’erba,
non avrò lacrime abbastanza.
Smembrerò la strofa
scoppierà in singhiozzi il verso
e si pianterà nel palmo
con dolore anche l’ortica.
L’amarezza di quel giorno
tutta trasmuterà in parola”.

Nika Turbina (poetessa ucraina)

Nessun commento:

Posta un commento