L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 maggio 2022

Italexit è ora di aprire gli occhi, assumere almeno un milione di giovani nella pubblica amministrazione, moneta fiscale da subito

Zero Spread!
Una nuova crisi dei debiti pubblici polverizzerebbe euro ed UE

27 maggio 2022
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


Sono davvero dei Sonnambuli, a Bruxelles ed a Francoforte: pur sapendo di andare incontro ad un precipizio, hanno paura di aprire gli occhi.La situazione è drammatica, e se sfugge di mano non basteranno né il MES, il Fondo Salva Stati, né gli interventi disperati della BCE con l'OMT, con l'acquisto illimitato di titoli di Stato quando non vi sia più accesso ai mercati in condizioni di sostenibilità finanziaria: l'euro andrebbe in frantumi. La Unione europea, pure, evaporerebbe.

Bisogna trovare un meccanismo idoneo a bloccare gli spread sui debiti pubblici, decidendo subito, visto che la BCE ha già deciso di chiudere l'ombrello della liquidità e che la Commissione ha ripreso ad agitare il bastone.

Da una parte, infatti, i debiti pubblici negli scorsi due anni sono cresciuti a dismisura per le misure volte a contrastare la emergenza pandemica e poi sono stati imbottiti, soprattutto in Italia, di nuovi impegni di spesa per finanziare il PNRR. Dall'altra, la BCE ha già dichiarato concluso il programma di emergenza PEPP e si appresta ad alzare i tassi di interesse.

Per l'Italia si prospettano tempi duri: il costo del finanziamento del debito pubblico salirà e sarà ancora più difficile rispettare gli obiettivi di riduzione del rapporto debito/PIL.

Paradossalmente, solo l'inflazione ci verrebbe incontro: essendo un parametro basato su grandezze nominali, in euro correnti, l'aumento dei prezzi andrebbe a gonfiare artificialmente il PIL e dunque il rapporto migliorerebbe.

Se i tassi non salissero affatto rispetto ai livelli attuali, ci troveremmo nel paradosso di essere in una situazione di stagnazione o anche di contrazione del PIL reale, cioè in recessione, con una inflazione che taglieggia comunque i redditi, e con tassi di interesse che non remunerano il capitale investito: una situazione in cui perdono tutti.

Ma con la libertà di movimento dei capitali, è difficile fermare i disinvestimenti e dunque le vendite dei titoli che rendono troppo poco: lo spread, che è misurato sul mercato secondario, salirebbe comunque. E quindi, al momento delle emissioni per il rinnovo del debito in scadenza, sarebbe gioco forza adeguarvisi.

Quale che sia la decisione della BCE in materia di tassi, le prospettive sono queste.

C'è una incognita, però: se i costi del servizio del debito, e quindi i tassi di interesse, crescono in modo troppo rapido come è successo negli anni Ottanta, in questo caso i debiti pubblici crescono ad una velocità superiore anche a quella del PIL nominale, e quindi il rapporto debito/ PIL peggiora. La situazione sfuggirebbe di mano rapidamente.

C'è un altro aspetto da considerare: poiché si tratta di inflazione importata, come successe con la seconda crisi petrolifera degli anni Ottanta, una stretta monetaria non avrebbe altro effetto se non quello di far piantare l'economia.

Questo è il dilemma per tutti: Commissione europea, BCE, governi, investitori.

A Bruxelles fanno i cerchiobottisti: mentre hanno rinviato di un altro anno ancora la operatività del Fiscal Compact, la Commissione ha mandato segnali di forte preoccupazione per la situazione italiana: ripete il solito mantra delle riforme, liberalizzazioni e fisco, mentre ha tolto il piede dall'acceleratore per la giustizia e le pensioni. Fanno politica pure loro, visto che sono temi divisivi dal punto di vista istituzionale e sociale.

Il catenaccio sull'Italia è stato chiuso a tripla mandata: se non fa le riforme concordate non ottiene i fondi per gli investimenti programmati con il PNRR; e se non ottiene questi fondi per investimenti la economia va subito in recessione.

Le spese per investimenti iscritte nel bilancio dello Stato sono infatti prevalentemente finanziate dal NGUE, i 209 miliardi di fondi europei legati alla attuazione del PNRR attraverso la erogazione di prestiti condizionati alla attuazione delle riforme.

Niente scostamenti ulteriori di bilancio, dunque, cioè niente maggiori deficit per affrontare le sempre nuove emergenze, controllo ferreo della spesa corrente che ha ripreso a crescere, impegno a ridurre il debito.

Non possiamo andare avanti ad occhi chiusi: nella misura in cui si rispettano i vincoli europei, quali che essi siano ed anche se non ci piacciono affatto, abbiamo tutto il diritto a pretendere una garanzia di protezione rispetto alle ubbie dei Mercati ed alle tempeste finanziarie che hanno origini ed obiettivi spesso oscuri.

Bloccare gli spread, prima che sia troppo tardi

Allacciare le cinture non basta

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