L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 8 maggio 2022

Le sanzioni sono atti di guerra e se poi queste vogliono dire rubare 300 miliardi alla banca centrale della Federazione Russa il cerchio si è chiuso. Per attivare la diplomazia non si devono più ricorrere alle sanzioni economiche. Esse sono il principale ostacolo alla fine del conflitto, tutto al contrario di ciò che stupidamente si afferma

SCENARIO/ Sapelli: ecco come arrivare al tavolo (di pace) della nuova “Helsinki”
Pubblicazione: 07.05.2022 - Giulio Sapelli
Gli errori degli Stati Uniti in politica estera ci hanno portato fino alla guerra in Ucraina e le sanzioni contro la Russia ne ostacolano la fine

Vertice Nato a Bruxelles: da sin., Boris Johnson e Joe Biden (LaPresse)

I capitali nordamericani e dei capitalisti cinesi che possono sfuggire al controllo della Banca centrale cinese e del Pcc lasciano la Cina e si rivolgono prevalentemente verso gli Usa, l’Australia e la Nuova Zelanda. Si tratta di un processo che ha preso le mosse da quando il gruppo dirigente raccolto attorno a Xi Jinping ha inaugurato la cosiddetta politica della doppia circolazione. Essa mira alla creazione di una sorta di zollverein o di comunità mercantilistica che unifichi attorno al (per demografia) possente mercato interno cinese molti dei mercati interni delle medie potenze dell’Estremo Oriente.

Il Vietnam e l’India, nemici della Cina da secoli, hanno all’inizio opposto resistenza a questo piano, che matura nelle università cinesi da circa un ventennio, ma hanno desistito dinanzi alla decisione dei successori di Obama di abbandonare la grandiosa idea della Trans–Pacific Partnership che aveva invece nel Vietnam – escludendo la Cina – il punto archetipale di una nuova egemonia Usa nell’Indo-Pacifico. Sappiamo com’è andata a finire: con la ritirata Usa dall’Afghanistan, che non a caso è stata seguita dall’aggressione russa all’Ucraina. Oggi Xi Jinping accelera la doppia circolazione simulando stress test che dovrebbero misurare il grado di resistenza cinese a una possibile applicazione delle sanzioni nordamericane alla Russia anche alla Cina, come del resto è già avvenuto per alcune unità finanziarie e gruppi del capitalismo parastatale cinese operanti in Russia.

Come possano evolvere gli eventi dipenderà anche e soprattutto a mio avviso dalla stabilità di Xi Jinping, sempre più contestato dalla vecchia guardia di Deng Xiaoping che controlla ancora la Federazione giovanile comunista e mantiene stretti rapporti con quella “alta diaspora” cinese attivissima in Francia e in alcune comunità cinesi nordamericane e soprattutto sudamericane che non dismettono dal sogno di veder crollare il potere monocratico di Xi. L’attuale leader infatti ha distrutto lo steering committee di una potente direzione collegiale, l’ultima idea geniale di Hu Jintao, che consentì al suo gruppo dirigente di affrontare con successo l’epidemia di Sars che divampò in Cina con grande violenza.

Nelle sfere del Pcc la sconfitta di Xi Jinping è oggi evidente dianzi al fallimento della lotta al Covid. Il Partito si prepara a una fase decisiva del confronto interno mentre divampa la guerra russa all’Ucraina e gli Usa cercano di fatto di applicare all’Ue e alle nazioni che ne fanno parte una sorta di nuova dottrina Monroe che ha ora il suo campo d’azione non solo in Sud America, ma in tutto il mondo e in Europa in primis.

La distruzione eltisiniana della Russia grazie ai Jeffrey Sachs di turno e ai Chicago boys provocò per reazione assai prevedibile (basta ricordare gli avvertimenti di Vittorio Strada) ciò da cui oggi siamo minacciati: il neo-nazionalismo grande russo anti-occidentale che trascina il mondo verso una guerra mondiale. Dinanzi a ciò la maggioranza delle nazioni che si trovano nel mezzo della via verso lo sviluppo mondiale capitalistico, guidate dai possenti Stati africani e dal Brasile e dall’India, si oppongono con forza a questa folle strategia, come si è visto nelle votazioni all’Onu.

La conseguenza del multilateralismo a parole ma imposto con le armi in Iraq e in Siria ha non solo favorito le alleanze con la Russia, ma sorretto in Cina la politica neo-maoista di Xi Jinping. È dubbio tuttavia che le sanzioni potranno essere applicate, per il fatto che esse colpiranno in primo luogo le nazioni europee e gli stessi Usa, come del resto la Yellen ha con coraggio inascoltato affermato con forza.

Riportare la ragione nonostante la guerra di aggressione è inderogabile: solo una nuova conferenza di Helsinki può iniziare a realizzare questo disegno. Tutte le nazioni del mondo debbono poter pensare di essere sedute a un tavolo di negoziato. Si riporti il confronto in campo diplomatico. Ma per far questo non si deve più ricorrere alle sanzioni economiche. Esse sono il principale ostacolo alla fine del conflitto, tutto al contrario di ciò che stupidamente si afferma.

Nessun commento:

Posta un commento