L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 22 maggio 2022

Per il dollaro è suonata la ritirata strategica, visto che non è possibile vincere, meglio sopravvivere. Cominciare ad accettare il mondo multipolare è un boccone grosso ed indigesto ma la Federazione Russa con il suo retroterra culturale immenso composto dalla Cina, India, Pakistan, Turchia, Iran, Brasile, Sudafrica, Indonesia, Arabia Saudita, Venezuela, Argentina si è imposto con forza e determinazione

AZOVSTAL VISTO DA WALL STREET/ Quei mercati sempre più nervosi sulla guerra di Biden
Pubblicazione: 21.05.2022 - Nicola Berti
In America la stagflazione è realtà, il NYT ha forti dubbi sulla guerra “dem” di Biden e così i mercati. Davvero il voto di midterm sarà duro per Sleepy Joe

Wall Street (LaPresse)

Domenica sera il “re emerito” di Wall Street, il presidente di Goldman Sachs Lloyd Blankfein, ha lanciato alla Cbs un allerta molto brusco sull’altissimo rischio di recessione negli Usa. Martedì i listini azionari americani hanno bruciato 1,7 trilioni di dollari nella peggior seduta dall’11 Settembre. Nessuno settore è stato risparmiato dall’ondata di vendite: né i tecnologici (già abbondantemente sgonfiati dalla bolla creatasi durante la pandemia), né quelli della grande distribuzione tradizionale, più legati alla ripresa post-Covid ed esposti alla fiducia dei consumatori-massa.

Il parere di operatori e analisti è stato unanime nel recuperare l’allarme di Blankfein. La stagflazione è già quasi una realtà, spinta dalla “disruption” in corso nei prezzi energetici e alimentari, mentre la coda della pandemia in Cina sta ancora frenando il Pil-locomotiva del Dragone e le supply-chain industriali internazionali. Il Financial Times è stato crudo: sui mercati finanziari, in questo momento, “non c’è un solo posto dove ripararsi”.

Nessuno si è stupito se un prestigioso “ex generale” di Blankfein, il premier italiano Mario Draghi, abbia detto giovedì al suo Parlamento che l’obiettivo di Roma sullo scacchiere ucraino è il “cessate il fuoco”: non (più) la “guerra fino alla vittoria” di Kiev contro Mosca. Proprio Draghi si è ripreso la scena diplomatica internazionale ospitando per primo la premier finlandese Sanna Marin – che ha chiesto l’ammissione alla Nato – ma soprattutto mettendo sul tavolo dell’Onu una bozza informale di mediazione fra Russia e Ucraina (subito accolta con interesse al Cremlino).

Nel frattempo il Washington Post (di proprietà di Jeff Bezos, padrone di Amazon) continua a registrare con dovizia narrativa l’eroica resistenza del battaglione Azov a Mariupol: ma ha acceso fari luminosi sul brusco peggioramento del clima di fiducia all’interno della Corporate America. Le mosse della Fed sul rialzo dei tassi per frenare l’inflazione sembrano pericolosamente elementari di fronte a uno scenario di estrema complessità. Ma il destinatario ultimo di un “warning” squisitamente politico è il presidente Joe Biden.

Il business establishment anglosassone e i suoi media di riferimento sono stati compatti a fianco dell’amministrazione “dem” fin dalle origini della crisi ucraina, coincise con la turbolenta ritirata americana dall’Afghanistan e con le prime tensioni sul mercato del gas. Lo stesso New York Times non cessa di sostenere la “guerra democratica” contro Vladimir Putin. Tuttavia non si sono ancora spenti gli echi di un anomalo scoop sul ruolo della Cia in Ucraina. Visti dal “santuario liberal” di Manhattan gli agenti di Langley sono sempre protagonisti poco graditi: troppe “guerre americane” si sono rivelate (anche) “guerre della Cia” o “guerre del Pentagono”. Lontane da finalità geopolitiche nobili e condizionate invece dagli interessi del proverbiale “complesso militar-industriale”. E poi: può il quotidiano dei distretti “dem radical” della Grande Mela sgolarsi a favore di uno stanziamento straordinario di 40 miliardi chiesti pro-Ucraina da Biden al Congresso?

Nella campagna elettorale che ha sconfitto Donald Trump (e il suo quadriennio di crescita senza inflazione e senza guerre) i “democrat” avevano promesso di spendere di più – le maggiori tasse prelevate ricchi – in infrastrutture e welfare: non in guerre lontane migliaia di miglia, capaci però di destabilizzare i mercati reali e finanziari nel cortile di casa.

C’è naturalmente dell’altro – molto altro – nei mercati che sembrano già stanchi della “guerra giusta” di Biden a Putin in Ucraina. C’è una Casa Bianca distratta e maldestra di fronte all’operazione Musk-Twitter. C’è Israele ri-precipitato nel caos politico interno ed esterno: con la maggioranza Bennett ormai dissolta e lo spettro delle quinte elezioni in tre anni; con razzi e morti quotidiani nei Territori.

Certo, non siamo ancora al punto in cui – nel 1968 – dagli schermi della Cbs Walt Cronkite avvertì: “La guerra in Vietnam non può più essere vinta”. E il presidente Lyndon Johnson decise di non ricandidarsi per la Casa Bianca. Biden deve ancora decidere se correre di nuovo nel 2024 (di nuovo contro Donald Trump?). I tycoons di Wall Street, sicuramente, sembrano suggerirgli di pensarci bene prima di continuare la guerra, rifiutando ogni exit-option: già la scadenza “midterm” di novembre potrebbe rivelarsi fatale se affrontata con l’economia e la Borsa in caduta. E con l’Europa ridotta a un semplice vassallo-Nato.

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