L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 maggio 2022

Roma è passata da un interscambio commerciale tipico di Paesi legati da amicizia fraterna a un astio viscerale che l’ha portato a essere interlocutore privilegiato dei falchi di Washington e della Nato. Il VOSTRO Mario Draghi è un vero servo tanto quanto il corrotto euroimbecille PD

Il caso Lavrov conferma che si è attivata la «Farnesina di Arcore». E l’Italia rischia

2 Maggio 2022 - 20:43

L’intervista al ministro degli Esteri russo è la messa in guardia del Cavaliere da una contrapposizione totale con Mosca in vista della visita di Draghi a Biden? Non a caso, Salvini frena sulle armi


Con tutto il rispetto per Rete4, agli italiani dell’intervista a Serghei Lavrov non interessa nulla. In compenso, ha scatenato uno tsunami politico e mediatico. Il classico parlarsi addosso della cosiddetta chattering society, la classe dirigente che ama volare alto, pur sapendo di farlo - spesso e volentieri - rispondendo unicamente a (pur legittimi) interessi di parte.

Basta il più classico degli esami da lunedì mattina. Ovvero, origliare le discussioni al bancone del bar per il caffè prima di andare al lavoro o sui mezzi pubblici. Almeno a Milano, l’unico argomento - tolti quelli strettamente personali di ognuno - era la corsa scudetto fra Milan e Inter. Un plebiscito. Ovviamente, tutti si sono focalizzati sulla dichiarazione relativa alla presunta origine ebraica di Adolf Hitler, strumentale a una canea propagandistica che - preso atto dell’interezza dell’intervista del diplomatico russo - equivale al dito rispetto alla Luna. Lavrov è stato chiarissimo: l’Italia è in prima fila contro la Russia e questo ha stupito Mosca.

E il perché è noto anche ai sassi, ancorché da 68 giorni a questa parte nessuno sembra aver mai avuto il minimo contatto con Mosca in vita sua: quando già i tank erano sulla strada del confine verso il Donbass, una delegazione del governo era a Mosca per trattare investimenti russi. E due settimane prima al Cremlino c’era una dozzina dei principali CeO di aziende del Belpaese a riverire Vladimir Putin, il quale ci offrì gas a prezzo di favore. Sembra passato un secolo. Era solo il febbraio scorso. Brutta cosa l’amnesia. Peggio ancora l’ipocrisia.

Detto fatto e paradossalmente persino al netto di quanto sta accadendo sul fronte bellico, Mosca non ha digerito il voltafaccia italiano. Perché se Germania e Francia hanno finora soppesato con estrema attenzione il bilancino del bastone e della carota verso il Cremlino, Roma è passata da un interscambio commerciale tipico di Paesi legati da amicizia fraterna a un astio viscerale che l’ha portato a essere interlocutore privilegiato dei falchi di Washington e della Nato. Serghei Lavrov ha detto chiaro e tondo questo l’altra sera, pur evitando di citare tutti i recenti precedenti di incontri più che cordiali e rapporti di collaborazione.

Ovviamente, Mosca in questi giorni e ore sta alzando i toni della propaganda. Ma attenzione ai particolari, alle sfumature. In contemporanea con l’ospitata di Lavrov su Zona Bianca, la rete pubblica ammiraglia russa, Canale Uno, mandava in onda il suo talk-show di punta. Un segmento di questo è stato gestito dal politico nazionalista, Aleksey Zhuravlyov, il quale ha intrattenuto il pubblico con questa grafica:

Il politico-anchorman Aleksey Zhuravlyov illustra i war games nucleari contro Francia, Germania e Regno Unito Fonte: Canale Uno

dopo aver illustrato quanti pochi secondi ci vorrebbero perché un ordigno nucleare colpisse Berlino e Parigi riducendole a un posacenere, l’intrattenitore ha sentenziato come un solo missile Sarmat sarebbe sufficiente a far sparire tutte le Isole Britanniche, sovrastate da uno tsunami radioattivo. Insomma, in confronto l’intervista di Serghei Lavrov è stata uno spettacolo di intrattenimento per famiglie. Ma appunto, ecco la questione: mentre sulla tv russa andava in onda la versione muscolare e poco poetica del Dottor Stranamore per dipendenti da testosterone bellico, Serghei Lavrov lanciava messaggi in codice politici. Non a caso, pur essendo l’Italia il Paese più falco in seno all’Europa, Roma non compariva in quella cartina da war games. Come dire, le delusioni più grandi le danno le persone a cui abbiamo voluto bene. E a cui, magari, ne vogliamo ancora.

Per quanto Silvio Berlusconi si sia a sua volta definito pubblicamente deluso da Vladimir Putin, tutti sanno che è l’unico che può avere un filo diretto con Cremlino. Finora negato. Anzi, la narrativa vorrebbe che l’inquilino moscovita abbia sdegnosamente rifiutato le chiamate partite da Arcore nelle scorse settimane. Sarà vero? Ma, soprattutto, sicuri che con il precipitare della situazione e con un governo che nelle figure di presidente del Consiglio e ministro degli Esteri gioca a Chi vuol essere maccartista?, l’ego politico ipertrofico del Cavaliere non abbia preso il sopravvento e optato per l’attivazione di una diplomazia parallela, la Farnesina di Arcore? Magari con un uomo di consumata diplomazia come Gianni Letta a fare da tessitorie, al fine di ottenere che questa volta al Cremlino apparisse conveniente alzare la cornetta e rispondere? Silvio Berlusconi ha capito che si sta eccedendo nell’atteggiamento anti-russo, soprattutto alla luce dei più paraculeschi atteggiamenti proprio di Parigi e Berlino?

E attenzione ad almeno tre elementi finali e riassuntivi della possibile lettura alternativa dei fatti. Primo, Mario Draghi non andrà a Kiev, ormai pare quasi certo, La ragione? Di sicurezza. In compenso, andrà a Washington il 10 maggio, ovvero il giorno seguente alla parata sulla Piazza Rossa per il Giorno della liberazione dal nazi-fascismo, da tutti atteso come una plateale dimostrazione di forza di Vladimir Putin, forse volutamente votata all’eccesso e alla provocazione pura. Insomma, c’è il forte rischio che a Washington, Mario Draghi si faccia trascinare dall’emozione e dalla retorica Usa di risposta alla prova muscolare russa.

Secondo, basta dare un’occhiata al profilo Twitter di Giuseppe Brindisi, l’intervistatore di Serghei Lavrov finito sulla gogna per eccessiva mitezza e ossequiosità, per notare come - sull’argomento Ucraina - sia dal primo giorno uno dei falchi più falchi di tutta Mediaset. Che proprio la sua trasmissione abbia ospitato Serghei Lavrov appare talmente strano da essere fin troppo chiaro. Terzo e ultimo, dopo giorni di silenzio assoluto e dopo la convention di Fratelli d’Italia, in cui Giorgia Meloni ha alzato la posta in seno al centrodestra, Matteo Salvini ha ritrovato la voce sull’argomento Ucraina,

E dopo essersi detto pronto ad andare a Mosca domani mattina per incontrare Putin e cercare una soluzione, ha scavato un fossato strategico proprio verso l’eccessivo atlantismo della leader di Fratelli d’Italia, dando vita a una sponda critica con M5S sul terzo invio di armi all’Ucraina. Una posizione, quest’ultima, certamente non sgradita a Serghei Lavrov. Anzi. E giunta non solo il giorno dopo alla sua intervista ma anche nel pieno di una bagarre politica enorme. E scatenata in primo luogo dal tweet dello scomodo alleato, Enrico Letta.

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