L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 22 maggio 2022

Se il Parlamento vota la fiducia al Ddl sulla Concorrenza un altro bel colpo per affossare definitivamente l'Italia. NOI non voteremo mai questi partiti, comprensivo della borgatara atlantista Meloni acquistata di recente da Washington, metaforicamente li dovremmo prendere uno ad uno e dovremmo fucilarli sul posto

Prima la Commissione, poi l’Fmi: al terzo strike (Bce), il battitore Italia è eliminato

21 Maggio 2022 - 13:00

Dopo l’altolà di Gentiloni, la lettera del Fondo monetario conferma l’invito a ridurre debito e deficit. E le parole di Visco su un aumento dei tassi a giugno «impossibile» fanno esplodere lo spread


Lo strato di ghiaccio pare assottigliarsi pericolosamente e molto in fretta sotto i piedi del governo. E, infatti, Mario Draghi pattina più rapido e spedito. Se qualsiasi altro presidente del Consiglio, destra o sinistra poco importa, avesse preso carta e penna e scritto al presidente del Senato per imporre il suo calendario rispetto al passaggio del DDL Concorrenza, si sarebbe gridato al golpe nei confronti delle prerogative parlamentari. Mario Draghi lo ha fatto. E, ovviamente, nessuno ha detto nulla. Perché tutti sanno che è l’Europa a chiedercelo. Ma, soprattutto, perché tutti sanno che il PNRR sta per rivelarsi per ciò che in realtà è ed è sempre stato fin dall’inizio, al netto di solo un terzo dei progetti varati: un sarchiapone, la creatura immaginaria resa celebre dal genio comico di Walter Chiari.

Ma c’è dell’altro. E, paradossalmente, persino più serio dell’ennesimo richiamo dell’ex presidente Bce ai partiti del suo governo, sostanziatosi addirittura nell'inusuale convocazione di un Consiglio dei ministri lampo per bacchettare gli alleati litigiosi e nell'ennesima fiducia posta, appunto sul DDL Concorrenza. Nel giorno in cui Josep Borrell prendeva il piano di pace italiano per l’Ucraina e lo utilizzava come fermo per sistemare una gamba traballante del comodino, gli emissari del Fondo Monetario Internazionale lasciavano il nostro Paese dopo la visita di ricognizione legata al programma di vigilanza bilaterale. E lo facevano inviando anche loro una bella missiva al governo, il cui contenuto sembrava scritto in carta carbone con quello del diktat del commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni, di pochi giorni fa.

Tradotto, diminuire il debito (da portare al 135% del Pil entro il 2030), evitare qualsiasi ulteriore scostamento di bilancio che crei nuovo deficit, generare e mantenere un avanzo primario e porre in essere ampie riforme strutturali, incluso un ampliamento della base imponibile con effetti neutri per le finanze pubbliche, per rendere il sistema fiscale più equo. Ma non basta. A detta dell’FMI, relativamente al reddito di cittadinanza, il recente rafforzamento dei requisiti di accettazione del lavoro e dei collegamenti sono un passo positivo, ma per evitare che disincentivi al lavoro, l’uscita da queste prestazioni in risposta al reddito da lavoro dovrebbe essere graduale, mentre il livello delle prestazioni è elevato rispetto al costo della vita in alcune parti del Paese.

Quanto al superbonus al 110% (che è creazione di moneta parallela che ci permetterebbe di uscire fuori dalle sgrinfie di Euroimbecilandia, permettendo all'Italia di crescere, rovesciando il comando che ci viene imposto di continuare sulla via della recessione e basta), rafforzare i controlli esistenti limiterebbe i rischi di superamento delle spese che potrebbero verificarsi a causa della domanda molto elevata. Mentre riguardo alla tassa sugli extra profitti, per evitare distorsioni involontarie, l’imposta sugli utili inattesi delle società energetiche dovrebbe basarsi sull’intera gamma di elementi che determinano i loro profitti. Insomma, l’FMI ci ha dettato l’agenda. Assolutamente in linea con quanto fatto pochi giorni prima dalla Commissione Ue tramite il commissario Gentiloni. Chi manca all’appello, tanto per ricostituire la mitica troika del biennio 2010-2011? Ovviamente, la Bce. E il rischio è che già al board di giugno, la Banca centrale lanci il terzo strike che eliminerà il battitore Italia.

La conferma, indiretta ma chiarissima, è giunta sempre nella giornata di ieri. Quando Ignazio Visco, numero di Bankitalia, ha parlato chiaramente della necessità di un aumento graduale dei tassi già quest’anno in risposta all’inflazione troppo alta ma ha lanciato a sua volta a sua volta un diktat: Un aumento dei tassi già a giugno è certamente da ritenersi fuori questione. Insomma, tutti tranquilli: il 9 giugno al termine del board che si terrà in trasferta in Olanda, Christine Lagarde si limiterà a guadagnare tempo. La sua specialità. La vera, prima prova del fuoco si sostanzierà al Consiglio successivo, quello del 20-21 luglio. Proprio sicuri? Perché allora il nostro spread è salito di oltre il 4% intraday, sfondando nuovamente quota 200, dopo le parole di Ignazio Visco?

Forse per questo,

Andamento del tasso di inflazione (PPI) in Germania Fonte: Bloomberg

il fatto che l’inflazione (PPI) in Germania abbia registrato il record storico su base annua del +33,5%, mentre i prezzi del comparto energetico nel medesimo arco temporale sono cresciuti addirittura dell’87,3%. Praticamente, allarme rosso. Non a caso, nel silenzio generale di chi necessita di far sedimentare nell’opinione pubblica la percezione di solidità granitica di intenti nell’Ue, la stessa Germania ha archiviato anzitempo la pratica cui stava lavorando la Commissione: nessuna emissione comune di debito per 15 miliardi di controvalore al fine di finanziare i primi progetti di ricostruzione in Ucraina. Con numeri come quelli appena elencati, la Germania non accetta alcun tipo di mutualizzazione. Neppure emergenziale, neppure bellica. Prima si operi concretamente per contrastare l’inflazione, poi - nel caso - si vedrà.

Siamo quindi sicuri che a giugno, come pensa Ignazio Visco, la Bce resterà alla finestra? Il caso vuole che il board in questione si tenga in Olanda, la cui Banca centrale è presieduta da quel Klaas Knot che non più tardi di due giorni fa aveva parlato chiaramente di un rialzo di 50 punti base e non solo di un quarto di punto come ipotesi chiaramente da prendere in esame. E in tempi rapidi. Volendo però evitare uno choc nello choc di un ritocco dei tassi in periodo pre-recessivo, Christine Lagarde potrebbe essere tentata di spacchettare quel ritocco in due e offrire come contropartite al fronte del Nord un primo intervento già a giugno? In molti dicono di sì. In primis, la reazione del nostro spread di ieri all'affermazione così assertiva di Ignazio Visco.

Siamo alla vigilia del terzo strike, quello che potrebbe eliminarci dal piatto di battuta e trasformare un commissariamento de facto in formale? La fretta e i modi sempre più irrituali del governo paiono decisamente sposare questa tesi. Anche perché, piaccia o meno, prima della pausa estiva i tassi Bce saliranno, fosse anche solo di 25 punti base. E gli acquisti in seno all’APP andranno a scemare ulteriormente, fino a concludersi del tutto. Agosto potrebbe quindi rivelarsi mese ideale per incursioni speculative, stante i bassi volumi tipici dell’estate. Se MEF e Tesoro attrezzeranno una task force ad hoc, avremo la conferma. Per ora, Palazzo Chigi rotea la mazza di fronte all’avversario. Ma, forse, più per farsi coraggio che per incutere timore.

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