L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 22 maggio 2022

Se tu stampi con un clic carta moneta più mandi in giro questa monnezza e più questa con un pò di tempo a disposizione ti manda il conto e l'inflazione sale sale e si mangia i redditi. E la Gran Bretagna pure uscita dalle pastrocchie di Euroimbecilandia non sfugge a questa regola aurea e allora corri corri a cercare di rimediare alle disfunzioni che hai creato

Non c’è Brexit che tenga, se la tua Banca centrale sparge sterline come coriandoli

20/05/2022 - 09:35

Inflazione record per il Regno Unito: il tasso al 9% è il più alto degli ultimi 40 anni. Le manovre economiche per reperire i fondi destinati ai sostegni per le fasce più deboli.


La guerra e i suoi tamburi hanno silenziato un avvenimento di portata epocale: alle recenti elezioni in Irlanda del Nord, lo Sinn Féin - lo storico braccio politico dell’Ira - è risultato il primo partito. A detta di molti analisti, una prima, enorme pietra sul percorso di riunificazione delle sei contee sotto controllo britannico con la madrepatria dell’Eire. E se un primo effetto concreto di questo terremoto si è sostanziato con la minaccia da parte di Londra di far saltare l’accordo sul regime doganale speciale dell’Ulster con l’Ue, nelle ultime ore una dinamica decisamente più sistemica sembra far traballare il mito della felicità ritrovata una volta abbandonata Bruxelles.

Ad aprile, infatti, l’inflazione nel Regno Unito ha toccato quota 9%, il massimo da 40 anni a causa dell’impennata del prezzo di carburanti ed elettricità.

Andamento del tasso di inflazione (Core e CPI) nel Regno Unito Fonte: Goldman Sachs

Se questo grafico mostra plasticamente il trend in atto, le cifre fornite dal National Office of Statistics appaiono impietose. Con un costo medio della benzina a 161,8 pence al litro contro i 125,5 dell’aprile 2021 e quello del diesel a 176,1, l’aumento totale sui 12 mesi alla voce carburanti da trazione ha segnato qualcosa come il +31,4%. Ma non basta. Stando a uno studio della Resolution Foundation, infatti, il 10% più povero dei cittadini britannici ha dovuto affrontare nel mese di aprile un tasso di inflazione reale pari al 10,2%, decisamente più alto dell’8,7% con cui ha dovuto fare i conti il 10% della popolazione più facoltosa.

Inoltre, proprio alla vigilia della stagione turistica più massiccia a livello di numeri, hotel e ristoranti stanno lanciando l’allarme, poiché la fine del taglio temporaneo dell’Iva sui servizi ricettivi dal 20% al 12,5% costringerà gli operatori del settore a scaricare parte degli aumenti sulla clientela.

E con la sterlina peggior performer valutario del G10, dinamica che certamente non aiuta le importazioni già limitate dalle criticità sulla supply chain globale, ecco che l’andamento del misery index (inflazione più disoccupazione) rischia di assestare un duro colpo alla narrativa di Downing Street rispetto alla radice di ogni male residente nella burocrazia di Bruxelles.

Andamento del Misery Index (inflazione più disoccupazione) del Regno Unito Fonte: Bloomberg/Zerohedge

Il misery index del Regno Unito ha appena festeggiato un ritorno ai massimi dell’era Thatcher.

Andamento correlato di dinamiche salariali reali e tasso di inflazione del Regno Unito Fonte: ONS/Guardian

Pure l’andamento correlato tra dinamiche salariali reali e tasso d’inflazione sembra archiviare il mito della dinamica salariale record della Gran Bretagna liberata, poiché appare evidente come il tasso di crescita reale sia ben distante dal mantenere il passo dell’inflazione. La quale, a detta di Goldman Sachs, resterà molto elevata almeno per tutto il 2022. Non a caso, la British Chambers of Commerce ha chiesto al ministro delle Finanze, Rishi Sunak, di premere sul governo per dar vita a un mini-budget di emergenza.

E se il cancellerie dello Scacchiere ha promesso di porre in testa alla lista delle priorità il recupero di potere d’acquisto per le fasce più deboli, il Cabinet di Boris Johnson appare decisamente diviso sulle misure per reperire i miliardi di sterline necessari per finanziare i sostegni. E tanto per mettere in prospettiva il livello di libertà operativa garantito dalla Brexit, oltretutto in un Paese che non ha mai abbandonato la propria leva di indipendenza monetaria, il punto di caduta cui si starebbe lavorando per raggiungere un compromesso sarebbe una tassazione una tantum sugli extra profitti del comparto energia. Tradotto, il medesimo provvedimento messo in campo dall’europeista governo Draghi.

L’inconfessabile radice del problema? A detta di un panel di economisti, il cui studio è stato citato dal conservatore filo-Brexit Daily Telegraph in un articolo dal titolo How the Bank of England’s money printing spree paved the way for inflation crisis, a generare il corto circuito attuale, talmente serio da richiedere un intervento correttivo fra i 20 e i 30 miliardi per supportare i ceti più esposti, sarebbe stata proprio l’eccessiva propensione alla politica espansiva sposata dall’indipendente e sovrana Bank of England nel corso dei circa due anni di pandemia.

Una largesse che ora presenta il conto e che, nei mesi seguiti al “liberi tutti” e alle riaperture, ha operato da fertilizzante di una dinamica dei prezzi già globalmente in fibrillazione a causa del mantra collettivo delle Banche centrali rispetto alla sua natura transitoria.

Insomma, Bruxelles è certamente un regno di sprechi, lentezze e burocrazia. E la Bce una banca costretta a fare i conti con interessi contrapposti di Paesi ed economie diversissime. Ma alla fine, tutte le Brexit del mondo non ti mettono al riparo dal prepotente ritorno al minimo sindacale di fondamenti della macro-economia: se stampi e spargi sterline come coriandoli a carnevale, i prezzi salgono. Con buona pace di Lady Thatcher, una che in realtà avrebbe mandato uno squadrone delle Sas a Threadneedle Street pur di scongiurare il Qe.

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