L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 31 maggio 2022

siamo seri tutti i partiti in Italia sono atlantisti tutto il resto è noia

SPY FINANZA/ La questione settentrionale riemerge in Valtellina
Pubblicazione: 31.05.2022 - Mauro Bottarelli
In un’Italia che si avvicina alle elezioni amministrative riemerge la questione settentrionale, come si nota anche da quel che accade in Valtellina

Matteo Salvini, Lega (LaPresse, 2021)

Caro direttore,
Repetita iuvant. Mai come in questo caso. Nessuno ci ha consegnato niente. Possiamo concentrarci solo su speculazioni e descrizioni dell’iniziativa del piano di pace dell’Italia che appaiono sui media… Ebbene, politici seri che volessero ottenere risultati – e non fossero impegnati solo nell’autopromozione davanti al proprio elettorato – non formulerebbero tali offerte. Parole e musica del ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, rilasciate giovedì scorso alla versione araba di Russia Today, canale informativo legato al Cremlino e per questo bandito in Ue e Usa in ossequio alle sanzioni. Di fatto, la pietra tombale del cosiddetto piano di pace italiano per l’Ucraina, un sarchiapone degno di Walter Chiari che lo stesso ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha dovuto smentire nei fatti e nella portata, ridimensionandolo a lavoro embrionale. Nulla più che una accozzaglia di analisi politologiche da quattro soldi, probabilmente messa in insieme da personaggi totalmente esterni persino al circuito diplomatico ufficiale della Farnesina. Magari qualche giornalista amico.

Occorre essere molto chiari: in condizioni meno delicate di quelle dell’attuale quadro politico e in un Paese minimamente basato su un criterio di accountability politica, Luigi Di Maio si sarebbe già dimesso. O sarebbe stato costretto a farlo dal presidente del Consiglio, pur informalmente, stante l’impossibilità di palazzo Chigi di cacciare i titolari di dicastero. Politicamente, però, il danno si è sostanziato. Enorme. E non solo per la credibilità e la reputazione della diplomazia italiana, storicamente riconosciuta come di alto livello internazionale. Soprattutto per il titolare della Farnesina, da tempo impegnato in una guerra dei Roses in seno a M5s contro Giuseppe Conte. Il primo governista e draghiano di ferro, il secondo tardo-movimentista e critico verso la gestione dell’affaire delle armi a Kiev. Una manna per gli avversari dell’ex numero uno del partito di Grillo: quelle parole lo avrebbero costretto a un basso profilo obbligato, di fatto sostanziando una delega non più solo de facto a palazzo Chigi per la politica estera. Umiliato e depotenziato. Invece, Matteo Salvini ha deciso di suicidarsi politicamente. Per l’ennesima volta. Forse, l’ultima.

A fronte di quelle parole del capo della diplomazia russa, il numero uno leghista annuncia a e poi mette in dubbio a tempo di record una sua missione di pace a Mosca. Il tutto, alla luce delle recenti vicende – con risvolti giudiziari oltre che politici – relativi ai rapporti del partito di via Bellerio con il potere in Russia. Appunto, un suicidio. Si dice, consigliato da un nuovo consulente politico ex Forza Italia che sarebbe entrato nelle grazie del segretario leghista. Se così fosse, meglio metterlo immediatamente alla porta. Magari chiedendo anche i danni. Perché quell'annuncio strampalato non solo è riuscito nel duplice risultato immediato di far imbufalire Quirinale e palazzo Chigi (pessimi interlocutori da far innervosire) e cancellare dalle cronache la figura barbina incassata dalla Farnesina sul piano di pace, ma anche a far sorgere qualche sospetto. Per quale motivo un uomo di rango diplomatico come Sergej Lavrov, trentennale esperienza ai massimi livelli mondiali, avrebbe sentito il bisogno di sottolineare l’intento elettoralistico della mossa posta in essere dal ministro Di Maio, il tutto a due settimane dalle amministrative? Qualcuno ha fatto notare al capo della diplomazia russa la coincidenza temporale e quest’ultimo l’ha inserita nei de profundis dedicato al profilo di credibilità della Farnesina?

Con tutto il rispetto, difficilmente al Cremlino e nei suoi dintorni è probabile che – soprattutto in questo momento – seguano con attenzione e fiato sospeso l’esito delle elezioni a Genova, Palermo o Verona. Nulla che stupisca. I corrispondenti in Italia servono a questo. Così come il personale d’ambasciata o consolare. Così come certi facilitatori e faccendieri, categoria di cui la storia italiana più o meno recente è purtroppo piena. Ma attenzione a ingigantire la questione più di quanto meriti. Semplicemente perché l’azzardo salviniano potrebbe essere paradossalmente più sintomatico di terminali guai interni che di passati e spericolati rapporti politici con Mosca, nei fatti apparentemente congelati da tempo.

Proprio mentre si consumava la pantomima diplomatica fra Italia e Russia, di fatto stemperata soltanto dal tratto di ufficialità garantito dalla telefonata fra Mario Draghi e Vladimir Putin, ecco che nella meno misteriosa Sondrio si consumava un fatto apparentemente residuale per i destini del mondo. Ma esiziale per quelli della Lega. L’ex senatore Jonny Crosio, leghista della prima ora e rappresentante storico della Valtellina in seno al movimento, ha abbandonato polemicamente il partito per passare, armi e bagagli, a Fratelli d’Italia. Insomma, l’uomo che per 20 anni ha sostenuto le istanze di un territorio che guarda non tanto più a Berna che a Roma, quanto addirittura più a Lugano che a Milano (non fosse altro per il numero di frontalieri che vive con stipendi in franchi), sceglie la formazione che, già dal nome, incarna il sentimento nazionalistico più radicato. Coté di poca affinità e dimestichezza con l’autonomia e il Titolo Quinto compresi. Anzi, in testa. E l’addio si è consumato con una coda polemica degna della rimozione del Monte Bianco dalle scarpe, non dei proverbiali sassolini. Nemmeno a dirlo, nel mirino di Crosio è terminata la leadership confusa e non coerente di Matteo Salvini e la sua predisposizione a contornarsi di yes men.

Fin qui, la vicenda potrebbe apparire insignificante, quantomeno se messa in controluce con il quadro generale in cui si va a inserire. Sondrio e Mosca, abbinata quantomeno bizzarra. Al limite del dadaismo politico. Se non fosse che la presentazione ufficiale di Jonny Crosio in Fratelli d’Italia ha consentito al partito della Meloni di sfoderare – con timing perfetto, sia a livello politico interno che di quadro europeo – il piano politico in materia di concessioni idroelettriche, alla cui redazione proprio Crosio ha partecipato in maniera determinante. E in un territorio estremamente sensibile al tema. La Valtellina, come altre zone soprattutto dell’alta Italia, è sede di diverse dighe e centrali che permettono l’approvvigionamento energetico a grandi città e attività produttive. E noi NON vogliamo che dall'estero vengano a fare shopping nella nostra valle!, ha tuonato Nicola Osmetti, responsabile della comunicazione di FdI per la provincia di Sondrio.

Toni da Lega Nord prima maniera. Ma sotto la fiamma tricolore. Nel cuore di quella che Umberto Bossi definiva la provincia più verde di tutte. E con lo stesso Copasir, guidato da un uomo di Fratelli d’Italia come Adolfo Urso, che nelle sue ultime indicazioni sulla sicurezza energetica e proprio alla questione dell’idroelettrico, poneva l’attenzione sul rischio di perdere il controllo di assets strategici. Il tutto nella provincia che ha appena visto passare ufficialmente la banca di riferimento del territorio, il Credito Valtellinese, sotto le insegne dei francesi di Credit Agricole. Una delle aree più ricche e produttive del Paese vede un soggetto straniero gestirne risparmi, credito e investimenti.

Per quanto mi riguarda, nessun problema. Ma per chi minaccia barricate in difesa delle concessioni idroelettriche, tutto bene? Insomma Mosca, come certe ex fidanzate di cui non si butta via il numero di telefono, serve forse a Matteo Salvini per dimenticare i guai che si stanno tramutando in disastri fra le quattro mura di casa?

Occorre dare atto a Giorgia Meloni di non aver sbagliato una singola mossa, finora. A quel colpo di mercato nel cuore della Valtellina, vero feudo al pari delle valli bergamasche e bresciane, parla chiaro. La guerra del 2023 sarà fra FdI e Pd, il resto rischia di essere pulviscolo che viene attratto dalla calamita. Ma il Nord produttivo che sta per pagare un dazio enorme alla recessione in arrivo, riuscirà ad accordare la propria musica con lo spartito storicamente romano e centralista dei nuovi protagonisti?

Jonny Crosio decise di aderire alla Lega ascoltando le tesi del professor Miglio, ora milita convintamente nel partito che raccoglie l’eredità di Almirante. Complimenti a Matteo Salvini, un capolavoro. Ma la questione settentrionale è come la puntura di medusa: brucia a distanza. Per tutti.

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