L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 4 maggio 2022

Stagfalazione 97 - Le banche centrali Occidentali hanno inondato il mercato finanziario con una montagna di miliardi, dal 19 settembre del 2019 e non potevano non sapere che questo avrebbe portato inflazione MA per mesi, Fed, Bce, Fmi hanno ripetuto che la fiammata d'inflazione era temporanea e destinata presto a rientrare. Invece, continua a prendere vigore, contro tutte le attese, e proietta un'ombra sempre più lunga sul futuro

Altro che ripresa: la recessione galoppa insieme all'inflazione. E non è tutta "colpa" della guerra

I segnali della stagflazione – un'inflazione sostenuta, come non si vedeva da decenni, accoppiata con una economia stagnante – erano già presenti.


3 maggio 2022

Doveva essere l'anno della ripresa rombante in tutta Europa. Invece, se va bene, a luglio la Bce sarà costretta ad alzare i tassi di interesse, per fermare l'inflazione, con una buona probabilità di azzoppare l'economia. Se non lo fa, vuol dire che la situazione è precipitata: c'è un embargo sul gas russo e la recessione già galoppa, insieme all'inflazione e alzare i tassi sarebbe suicida. Come siamo arrivati a questo testa-coda? La guerra non basta. E' arrivata dopo: non sarebbe bastato il mese di marzo con l'invasione in atto per rovinare i dati del primo trimestre. I segnali della stagflazione – un'inflazione sostenuta, come non si vedeva da decenni, accoppiata con una economia stagnante – erano già presenti.

A saperli vedere, però. Non capita spesso che le grandi istituzioni economiche chiedano scusa. In questi giorni, invece, una dopo l'altra, la Fed, la Bce, il Fmi si sono messi in fila per ammettere di aver sbagliato. A Francoforte hanno anche annunciato di aver cambiato il modello econometrico che li aveva portati fuori pista. Sbagliare le previsioni è, infatti, sempre facile, ma qui si è davvero persa la percezione di una grande svolta economica. Per mesi, Fed, Bce, Fmi hanno ripetuto che la fiammata d'inflazione era temporanea e destinata presto a rientrare. Invece, continua a prendere vigore, contro tutte le attese, e proietta un'ombra sempre più lunga sul futuro. Fra marzo 2021 e marzo 2022 la Bce ha dovuto alzare la sua previsione dell'inflazione 2022 nell'eurozona dal 2 al 6 per cento. Il Fondo monetario non ha fatto meglio: ancora a dicembre era convinto che, nei paesi avanzati, l'inflazione sarebbe rientrata al 3 per cento e dopo soli tre mesi ha dovuto quasi raddoppiare la previsione al 5,7 per cento.

Picchi improvvisi di domanda, colli di bottiglia nelle forniture: le spiegazioni, a posteriori, abbondano. Per riassumerle, si può dire che gli economisti non hanno percepito la fragilità della globalizzazione. Anziché moltiplicare le opzioni e le alternative, l'economia globalizzata ha moltiplicato gli ostacoli, facendo rimbalzare blocchi e colli di bottiglia da un porto all'altro. Un po' come se tutti si ammucchiassero sulla stessa autostrada: la cosa funziona solo se tutti vanno a velocità sostenuta, altrimenti il primo rallentamento diventa un ingorgo.

Il risultato è stato l'imporsi della stagflazione. Per averne una misura, basta guardare i dati del primo trimestre. Nell'eurozona, il Pil è aumentato in tutto dello 0,2 per cento, accentuando il rallentamento già avviato nel trimestre precedente. Tutti i grandi paesi sono rimasti praticamente fermi: l'Italia è andata, anzi, un po' indietro (-0,2 per cento). Contemporaneamente, l'inflazione di inizio 2022 schizzava al 7,4 per cento, quasi per metà per via dei prezzi di gas e petrolio. Ecco la stagflazione in due numeri: 0,2 e 7,4 per cento.

Il meccanismo è relativamente semplice, anche se non lo vedevamo in azione dagli anni '70. Un aumento dei costi dell'energia, come quello registrato in Europa, costringe le aziende a contenere la produzione, per non lavorare in perdita. Contemporanemente, l'aumento dei prezzi comprime la domanda dei consumatori. Il problema è che, se questo meccanismo era già in funzione prima che Putin scatenasse la guerra in Ucraina, l'invasione lo fa girare ancora più vorticosamente. I dati del primo trimestre fanno paura? Il peggio deve ancora venire, se tutto il secondo trimestre sarà attraversato dagli sviluppi militari.

Di fatto, nessuna delle previsioni attualmente in circolazione sta in piedi. Ognuna, infatti, si basa sul presupposto – forse più verosimile qualche settimana fa, piuttosto che adesso – di una rapida conclusione del conflitto. Anche il ridimensionamento al 3 per cento circa del Pil italiano nel 2022, contenuto nelle più recenti previsioni del governo, poggia ancora sull'ipotesi di un'accelerazione sostenuta dell'attività economica a partire dalla primavera in corso, possibile solo con un rapido arrivo della pace. Purtroppo, è oggi più verosimile l'altro scenario, quello che evoca – anche se nessun paese europeo entrerà direttamente nel conflitto – l'economia di guerra, fatta di sacrifici e incertezze.

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