L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 7 maggio 2022

un groviglio di interessi, ipocrisia e un pizzico di malafede che ha portato il meccanismo farsesco delle sanzioni

La farsa delle sanzioni sul petrolio, il caso Sovcomflot e la puzza di partita truccata

7 Maggio 2022 - 14:11

L’Ue getta la maschera: il nuovo pacchetto contro Mosca richiederà ancora tempo dopo il no dell’Ungheria. Ma la vicenda della compagnia di navigazione russa sembra mostrare come si sia voluto perdere


Come volevasi dimostrare, l’Italia con il suo entusiasmo bellico rischia di essere terminata in fuorigioco rispetto agli alleati europei. E di pagare il prezzo più alto in un’eventuale e sempre meno peregrina mediazione con Mosca che rimetta tutti attorno a un tavolo. Il presidente Zelensky a sole 24 ore dal suo proclama relativo alla liberazione che si avvicina, deve aver optato per il realismo e ha lanciato la sua proposta di tregua al Cremlino, accettando di sacrificare la Crimea.

Una mossa di per sé simbolica ma che diviene addirittura simile a una resa, se fatta alla vigilia della parata sulla Piazza Rossa del 9 maggio, giorno della Liberazione dal nazi-fascismo. E con gli Usa resisi conto dell’aver forzato eccessivamente la mano, dopo la pubblicazione di altrettanti scoop da parte di New York Times e Nbc relativamente al ruolo attivo dell’intelligence statunitense nell’eliminazione sul campo di 12 generali russi e nell’affondamento del Moskva. Tradotto, la prova provata di un coinvolgimento diretto nel conflitto che va ben oltre la fornitura di armi. Forse è il caso di rallentare. Così come hanno rallentato Germania e Francia, da alcuni giorni rientrate strategicamente nell’ombra.

Chi invece sembra non aver fiutato l’aria che tira, è l’Italia. O, quantomeno, la politica. Perché questa prima pagina di MilanoFinanza del 5 maggio

La prima pagina di MF-MilanoFinanza del 5 maggio 2022 Fonte: MilanoFinanza

parla invece chiarissimo su come anche certe narrative trionfalistiche rispetto alla via finanziaria nella vittoria contro Mosca e nel regime change al Cremlino stiano perdendo di intensità e certezza. Tanto da spingere persino l’Economist a porsi qualche interrogativo al riguardo,

Articolo dedicato all’economia russa dall’Economist on-line Fonte: The Economist online

Ma in contemporanea con queste prime prese di coscienza, il ministro Guerini confermava di fronte alla Commissioni Difesa di Camera e Senato come il governo avesse autorizzato l’invio a Kiev di armamento pesante a corto raggio per distruggere le postazioni missilistiche russe. E ribadiva la volontà di procedere spediti con il terzo carico, forse per presentarsi con il vestito della festa all’appuntamento di Draghi alla Casa Bianca del 10 maggio. Di per sé, già trionfale, poiché Joe Biden esaltava il ruolo di leadership dell’Italia in Europa e la sua esemplare durezza nell’applicare con serietà l’arma delle sanzioni.

Ed ecco il vero nodo. Perché dopo una settimana di ritardo rispetto alla scadenza fissata per il dopo ballottaggio francese, l’Unione Europea ha dovuto gettare la spugna relativamente al sesto pacchetto di sanzioni, quello che doveva contemplare anche il petrolio russo. Ursula Von der Leyen, dopo aver quantificato in sei mesi l’arco di tempo necessario all’implementazione concreta del bando sul greggio, ieri ha gettato la maschera, parlando sì di volontà di procedere spediti ma, altresì, della necessità di discussioni che si protraggano per alcuni altri giorni. Perché non solo il fronte Ue appariva disunito e debole dopo il forzato ok all’esenzione fino alla fine del 2024 per Ungheria e Slovacchia e fino al 30 giugno per la Repubblica Ceca ma, addirittura, Viktor Orban alzava la posta e diceva chiaramente come un bando energetico russo si sarebbe sostanziato in una bomba atomica sull’economia ungherese. Detto fatto, Praga trovava coraggio e sua volta chiedeva un’estensione dell’opt out fino al completamento dei lavori delle pipeline alternative che le garantissero maggiori flussi di energia. Tempo stimato, fra 3 e 5 anni. Impasse e Ursula Von der Leyen costretta a fare buon viso a cattivo gioco: Occorrono altri giorni di discussione ma siamo fiduciosi sul buon esito. Insomma, parola al G7 di domani. Bruxelles è spalle al muro.

Ma ecco che in contemporanea con l’esplosione del fronte europeo, accadeva questo:

Articolo dedicato alla vendita di parte della flotta di Sovcomflot Fonte: Reuters

Sovcomflot, la principale compagnia di navigazione russa, metteva forzatamente in vendita fino a un terzo della sua flotta per onorare i circa 2 miliardi di debito in essere e in scadenza il 15 maggio, data entro la quale banche e finanziarie Ue e Usa devono giocoforza tagliare i rapporti con entità sanzionate. E i numeri sono impietosi nel delineare il quadro: Sovcomflot possiede e gestisce infatti 122 navi, tra cui 50 petroliere per il greggio, 34 petroliere per il trasporto di prodotti raffinati, 14 navi cisterna a navetta,10 navi gasiere e 10 rompighiaccio. Fonti vicine ai Lloyd’s di Londra, parlano di almeno 40 di questi scafi entrati nel mirino dell’interesse di compratori cinesi e di Dubai. Interpellata sulla svendita in atto, l’azienda confermava ma minimizzava: Sono state messe in vendita strutture di navigazione obsolete e navi il cui uso sembrava impossibile a causa delle restrizioni imposte alla flotta commerciale russa. Il messaggio fra le righe, però, era chiaro: dopo tante sanzioni inutili, si stava arrivando a toccare realmente gli interessi russi. Casualmente, l’Europa ha fatto marcia indietro. O, per meglio dire, ha preso tempo.

Perché la decisione di operare quella che è persa una palese fire sale d’emergenza è giunta dopo che la Group of P&I Clubs, di fatto l’assicurazione con sede a Londra che copre il 95% del traffico tanker al mondo, aveva comunicato a Sovcomflot la revoca dei contratti di sottoscrizione, di fatto la quasi certezza di un stop al trasporto di greggio degli Urali. La ragione? Semplice, si riteneva ormai ineluttabile l’adozione del sesto pacchetto di sanzioni e l’inclusione del greggio. Quindi, essendo la Group of P&I Clubs totalmente ricadente sotto la giurisdizione della legge europea, il passo appariva automatico. E la più importante compagnia russa costretta a fermarsi od operare in grey market come l’Iran o il Venezuela, ovviamente con le conseguenze potenziali del caso.

Ma la politica ha altre priorità, apparentemente. E, soprattutto, gli Stati membri. Alcuni dei quali - Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia - semplicemente non possono permettersi di rinunciare a gas e petrolio russi, salvo veder implodere le loro economie. Mentre altri (Grecia, Cipro e la Malta della nuova presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola) hanno troppi interessi nel comparto di shipping e trasporto marittimo per vedere isolato da un giorno con l’altro un player primario come Sovcomflot. Insomma, l’Europa era a un passo dal poter fare veramente male alla Russia.

E proprio alla vigilia di quello che appare un cambio di marcia e di scenario bellico sul campo, tanto da aver spinto Kiev a una prima, enorme concessione pur di ottenere una tregua. Era a un passo: ma si è fermata. Pietà? Mancanza di killer instinct? O, semplicemente, un groviglio di interessi, ipocrisia e un pizzico di malafede che ha portato il meccanismo farsesco delle sanzioni finora adottate al proverbiale grippaggio di brechtiana memoria? A questo punto, forse, non sarebbe più saggio, onesto e meno autolesionista togliere le sanzioni (evitando così una recessione tout court e senza precedenti per l’Europa) e sedersi a un tavolo?

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