L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 21 giugno 2022

Avete ancora molta voglia di farvi prendere per i fondelli o cominciate a capire quale sia il giochino che sottende la guerra che potrebbe durare per degli anni?

SPY FINANZA/ Il giochino pericoloso dietro la guerra che potrebbe durare anni
Pubblicazione: 21.06.2022 - Mauro Bottarelli
Gli Usa hanno ufficialmente tirato i remi in barca sulla questione Ucraina, chiamandosi fuori. Non prima, però, di aver imposto il loro calendario

Soldato ucraino nel Donbass (LaPresse)

Chi mi conosce, sa che piuttosto che votare M5S tradirei la squadra del cuore. Capirete, quindi, quanto possa costarmi abbozzare quella che può sembrare una difesa d’ufficio dei Pentastellati. Ma di fronte a certe derive antidemocratiche spacciate per responsabilità, il silenzio equivale a complicità. Primo, l’Eni è appena entrata nel più grande progetto mondiale sul gas LNG, quello che dovevano darci gli amici americani e che invece, causa uno strano quanto provvidenziale incidente all’hub della Freeport, ora si terranno stretto almeno fino a fine anno. Quindi, gioite: se il problema era quello di essere energeticamente dipendenti da un regime liberticida come la Russia, ora possiamo vantare una partnership con uno Stato che è campione mondiale dei diritti umani! A partire dalle condizioni di lavoro dei poveracci chiamati a mettere in piedi il baraccone dei Mondiali di calcio. Lo dice Amnesty International, praticamente la Bibbia laica. Ma si sa, quando si è millantato fino all’altro giorno meraviglie da Pnrr e, di colpo, la prima seria ondata di calore della stagione porta in dote non solo blackout elettrici ma anche razionamenti dell’uso dell’acqua, la voglia di fare gli schizzinosi passa di colpo. Quindi, cominciamo a fare un bell’esame di coscienza alla nostra stupidità geopolitica, questi sì tutta euro-atlantica.

Quindi, capirete altrettanto facilmente, come sia ben poco tollerabile l’immediato attacco al M5S per la sacrosanta messa in discussione del ruolo di Luigi Di Maio. Fino a prova contraria, i partiti possono decidere in assoluta autonomia. Persino di sbagliare. Oppure il Governo commissaria chiunque faccia parte della coalizione? Certo, espellere il ministro degli Esteri equivarrebbe a sfiduciare l’esecutivo. Oltretutto su un tema delicato come il conflitto in Ucraina. E infatti, lo stato maggiore M5S si è ben guardato dal farlo, pilatescamente. Ciò che non è accettabile, però, è l’immediata equivalenza spuntata sui giornaloni: attaccare il titolare della Farnesina, indebolendo l’azione di governo, equivale a fare un favore alla Russia. Balle. Equivale a esercitare una prerogativa di indipendenza democratica.

Giusto? Sbagliato? Questo lo scopriremo. Ma, al limite, a M5S va imputata l’ipocrisia di minacciare espulsioni senza poi far seguire i fatti alle parole. Oltre una certa ambiguità sulla questione delle armi a Kiev che però fa il paio con l’agire di imperio e in spregio del Parlamento da parte di palazzo Chigi. Ma si sa, stiamo muovendoci su un campo minato. Basti dare un’occhiata all’armata Brancaleone in formazione carsica che sta già dando vita, almeno nelle intenzioni, al cosiddetto Partito di Draghi: mancano solo Giorgio Mastrota e Fedez, poi siamo al completo. E poi, scusate, se fosse vera questa panzana dell’instabilità politica che fa il gioco del Cremlino, il terremoto appena accaduto alle legislative francesi sotto quale voce andrebbe catalogato?

Strano che nessuno abbia ancora scomodato gli hacker russi come fondamentale alleato di Marine Le Pen per ottenere il suo storico successo. Passare da 8 a 89 seggi, per lorsignori e il loro strano concetto di democrazia, può essere frutto solo della disinformazione del Cremlino. Il quale, magari, colto da rigurgito sovietico potrebbe aver messo lo zampino anche nell’exploit del rosso Jean-Luc Mélenchon.

Cosa ci dicono questi risultati, forse che la gran parte dei francesi è filo-Putin e filo-Russia? Stando a certe argute analisi italiane dei guai in casa M5S, verrebbe da pensare di sì. O magari i francesi che hanno castigato ben bene Emmanuel Macron gli hanno detto chiaro e tondo che invece di giocare a fare il Dottor Zivago in treno verso Kiev, sarebbe il caso di preoccuparsi dei guai enormi che inflazione e sanzioni stanno infliggendo al suo Paese? Ma tranquilli, a casa nostra non avremo mai la prova regina. Nel senso che il voto legislativo è previsto per la primavera del 2023, ma nessuno, in coscienza, può dirsi certo che avverrà. Quantomeno nella sua pienezza democratica. La presenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi è necessaria, poiché conditio sine qua non imposta dall’Europa per l’ennesimo sostegno della Bce al nostro debito. Stranamente, in quasi perfetta contemporanea con la mossa di Christine Lagarde che nel prossimo weekend verrà ufficializzata in pompa magna al Forum di Sintra, in Italia parte la corsa all’arruolamento nel Partito di Draghi. Ovviamente, solo una coincidenza.

Signori, la sciarada sta finendo. Gli Usa hanno ufficialmente tirato i remi in barca sulla questione Ucraina, chiamandosi fuori. Non prima, però, di aver imposto il loro calendario: per il numero uno della Nato, Jens Stoltenberg, la guerra infatti potrebbe durare anni. Meglio sarebbe dire che la guerra potrebbe essere fatta durare anni. Da chi, ad esempio, continua a fornire armi all’Ucraina, la quale nonostante tutto continua a giocare la carta della resistenza: Prima la controffensiva, poi ad agosto riprenderanno i negoziati. Parole e musica del Presidente Zelensky, in visita nel sud del Paese. Nel frattempo, si è lasciato che Mosca con il suo esercito che doveva essere ammutinato già dal decimo giorno di conflitto, avanzasse senza ostacoli verso gli obiettivi di conquista che si era riproposta fin dall’inizio. Non vi pare una pantomima? Se vuoi che Kiev vinca, le armi le mandi subito. Invece, da oltre un mese Zelensky riceve solo sostegno morale e pacche sulle spalle. Tutti sanno come devono andare le cose, ma nessuno ha il coraggio di ammetterlo. E c’è da capirlo, stante il criminale conto che stanno pagando i cittadini europei alle sanzioni. Volute da chi? Fortemente ispirate da chi? Dagli stessi Usa che, bontà loro, fino a oggi si sono limitati a dazi su caviale, vodka e diamanti. Salvo illuderci con due mesi di spedizioni record di LNG, oggi bloccate fino alla fine dell’anno. Ovvero, o si trova entro pochi giorni un’alternativa – vedi la fretta dell’Eni in Qatar – o le riserve non raggiungeranno mai il 90% necessario entro l’autunno. E signori, a quel punto il commissario Gentiloni potrà rassicurare tutti quanto vuole: sarà recessione assicurata. Durissima oltretutto.

E il default russo? Stranamente, proprio il comitato chiamato a indire l’asta sui credit default swaps la scorsa settimana ha deciso di prendere tempo e rinviare ogni decisione, nascondendosi dietro l’alibi del non rinnovo dell’esenzione Usa per il pagamento di cedole sovrane che richiederebbe un approfondimento. Tradotto, se davvero si voleva far scattare l’evento di credito, si sarebbe potuto farlo sette giorni fa. Si è preferito evitare un pericoloso precedente, poiché mai nella storia si era visto il default di un Paese solvente e solvibile che è costretto a non onorare le scadenze a causa di sanzioni di terzi.

Insomma, avete ancora molta voglia di farvi prendere per i fondelli o cominciate a capire quale sia il giochino che sottende la guerra che potrebbe durare per degli anni?

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