L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 21 giugno 2022

Chi ha i soldi non paga le tasse queste sono solo per le masse diseredate che come formichine cercano di risparmiare su tutto

Nuova austerità, tagli alla spesa, rientro dal debito. Come tornare al 2011 e farsi male
di Alessandro Volpi*
14 giugno 2022

Stiamo rischiando seriamente di tornare al 2011 e a una nuova crisi greca, di dimensioni maggiori. La Banca centrale europea di Christine Lagarde assomiglia sempre più a quella di Jean Claude Trichet e del primo Mario Draghi, ferma in un'ortodossia monetarista quasi ottusa: pare infatti che si voglia reintrodurre l'austerità in piena crisi, come avvenuto durante il biennio 2010-11. L'errore più grande consiste, di nuovo, nel pensare che la moneta non possa essere oggetto di una politica, ma soltanto uno strumento la cui quantità deve essere definita in una "asettica" sede tecnica, qualificata in base a situazioni di mercato definite soltanto sulla carta. La Bce per sua natura e struttura ha il compito di coltivare l'indipendenza dalla politica e perseguire target specifici a partire dal 2% di inflazione media. Così facendo, però, si riproducono i disastri del recente passato senza capire peraltro che già il solo annuncio dell'austerità ha generato, subito, la speculazione finanziaria sulle assicurazioni contro i rischi del debito dei Paesi più in difficoltà e il decollo dei prezzi dei derivati che scommettono sull'impennata degli spread.

È bastata, infatti, l'opaca dichiarazione di Lagarde per scatenare un'ondata di vendite allo scoperto volte e fare profitti scommettendo al ribasso, naturalmente senza pagare pegno. Anche da questo punto di vista siamo di fronte a situazioni incredibili. Le "regole" del mercato-casinò permettono ancora di puntare senza soldi facendo fortuna con la distruzione del valore. L'assurdo è proprio questo: la Bce si presenta come l'algida tutrice del valore dell'euro e intanto non esiste alcuna azione contro la possibilità di scommettere su tutto, a cominciare dal fallimento del debito italiano stimolato proprio dall'azione "tecnica" della Bce.

Gli spread hanno cominciato così a impennarsi, i tassi di interesse a salire con un conto che, nonostante la durata media del debito italiano sia di sei-sette anni, può arrivare a 20 miliardi di euro in più in un paio d'anni. Soprattutto si sta deprezzando il valore dei titoli che sono nelle mani delle banche e della Banca d'Italia, per effetto della duplice azione dell'inflazione e delle vendite massicce da parte dei "ribassisti". La ricetta europea, tuttavia, è la stessa interpretata dal governo di Mario Monti, che non considera le condizioni attuali, assai diverse da allora. L'inflazione in Europa è oltre l'8% ed è quasi totalmente importata perché dipende all'alto prezzo dell'energia e delle materie prime, spinto in alto dalla speculazione.

In questo scenario la fine degli acquisti di titoli del debito pubblico e il rialzo dei tassi significa rendere la crisi ancora più acuta togliendo ossigeno al credito e alla spesa pubblica. In altre parole si scambia un aumento dei prezzi dettato dall'impennata speculativa con un eccessivo aumento dei consumi che deve essere raffreddato. Sembra impossibile ma è così: si usano gli strumenti che servono per evitare un'eccessiva euforia come cura contro una profonda depressione. In altre parole, da giugno, ogni intervento di spesa pubblica (dai bonus ai sostegni, dal reddito di cittadinanza alla spesa sanitaria) non potrà più fare appello a manovre extra-deficit o a scostamenti di bilancio, "garantiti" dalla Bce.

Neppure lo "scudo" di Draghi risulta efficace come certificato dai numeri. L'Italia ha un rapporto debito-Pil che è intorno al 150%, quindi una cinquantina di punti in più rispetto a Francia, Spagna e Portogallo, ma ha già uno spread doppio rispetto a questi Paesi. Non funziona neppure il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che anzi rappresenta ora un onere pesante: aver chiesto un terzo del totale delle risorse espone l'Italia agli speculatori soprattutto nel momento in cui l'impazzimento dei prezzi rende quasi impossibile la realizzazione delle opere finanziate. In più, la strategia dei bonus impone costanti proroghe che devono essere coperte con infinite una tantum, non praticabili senza extra-deficit.

Dunque, nei prossimi mesi, di fronte a un'inflazione che abbatte drammaticamente il potere d'acquisto della popolazione, l'intervento pubblico sarà possibile solo con le entrate dello Stato, in primis, con le imposte. È ormai evidente tuttavia che una riforma del fisco non può essere fatta da un governo troppo trasversale come l'esecutivo Draghi. Il debito è stato lo strumento che ha consentito, in maniera quasi paradossale, al "super-tecnico" Draghi di non concepire una riforma veramente progressiva, permettendogli di dare bonus praticamente a tutti. Ora la nuova fase impone di fare scelte che, a cominciare dal fisco, devono essere politiche.

Se l'Europa resterà sorda alle richieste di una "politica monetaria sociale", la strada della riforma fiscale sarà davvero ineludibile e possibile. Il rapporto Global wealth 2022, preparato dal Boston consulting group e dedicato alla ricchezza finanziaria nel mondo fornisce cifre molto eloquenti. La ricchezza finanziaria è pari, nel Pianeta, a circa 530mila miliardi di dollari, con una crescita, in piena pandemia del 10,6%, il tasso più alto degli ultimi dieci anni. Lo stesso rapporto stima che nei prossimi cinque anni -a prescindere dalla guerra in Ucraina o da altre variabili più o meno rilevanti- dovrebbe crescere di altri 80mila miliardi di dollari. Detto brutalmente: il mondo reale non incide sulla finanza ma è questa a determinare il mondo reale.

Di questi 530mila miliardi, 119mila sono nelle mani di soggetti statunitensi mentre l'Italia si colloca, in questa speciale classifica, all'ottavo posto, con una ricchezza finanziaria di 6mila miliardi. E qui i dati sono ancora più significativi. Ci sono nel nostro Paese 2.100 individui con una ricchezza finanziaria pro capite che supera i 100 milioni di dollari (ma da un punto di vista fiscale in larga parte non sono presenti in Italia) destinati a divenire 2.500 nel 2026. Mentre le persone con una ricchezza finanziaria compresa tra 200 e 100 milioni di dollari sono 12.400, destinati a diventare 15mila nel 2026. In estrema sintesi, nel 2021 meno di 15mila italiani possedevano circa 1.500 miliardi di dollari in ricchezza finanziaria; poco meno di tutto il Pil del nostro Paese. In Germania, la ricchezza finanziaria, altrettanto concentrata, è pari a 9.200 miliardi di dollari, in Francia a 7.900 e in Olanda a 3.700. Alla luce di tutto si fa fatica a sentire parlare della necessità di nuova austerità, di restrizioni nelle politiche di spesa pubblica, di "rientro rapido dal debito" e delle "paure" di Lagarde. Si fa fatica anche a capire chi continua a gridare contro qualsiasi aumento del carico fiscale: le imposte e le tasse sono alte per alcuni, ma per altri sono davvero, anche in Italia, un "paradiso".

* Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell'Ottocento e nel Novecento.

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