L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 giugno 2022

Dove vi è filosofia si ascoltano i venti che si alzano al suo passaggio

La tempesta del pensiero
di Salvatore Bravo
1 giugno 2022

Il sistema capitale riduce la filosofia a chiacchiera da salotto o a semplice erudizione. Per poter neutralizzare la prassi critica della filosofia si procede a integrarla nel sistema di congelamento del pensiero. La filosofia accademica destoricizzata è un prodotto per il mercato, lo scopo è venderla sul mercato della cultura. La produzione libraria filosofica risponde, così, ai bisogni del mercato e ne diventa parte sostanziale. La produzione di libri è corredata dai festival della filosofia e dagli incontri con l’autore, l’insieme produce e tesse le fila di un mercato diffuso e nello steso tempo lo legittima. La filosofia muore nelle piazze e nei festival in cui la chiacchiera colta produce indotti, ma non contribuisce alla tempesta del pensiero. Metafora heideggeriana “la tempesta del pensiero” è il concetto, il quale è parte dell’invisibile nel visibile, il vento c’è, lo si sente, ma non si vede, egualmente il pensiero non è visibile, ma la sua azione agisce nella realtà. La tempesta del pensiero è in continuità con l’insegnamento socratico è cultura del domandare. La domanda sorge, se vi è la possibilità di riflettere sulle rappresentazioni e sulle parole-concetto che ordinano l’ideologia del mondo. La filosofia ha effetto scongelante, scioglie i nodi concettuali sclerotizzati dall’abitudine.

Il dominio si regge sulla forza perversa dell’abitudine che ipostatizza il presente e rende il futuro orizzonte nel quale non vi può che essere la ripetizione stantia del presente. La filosofia non accademica è tempesta, in quanto maieutica, la domanda ha il potere sovrano di restituire creatività e concretezza del pensiero nella prassi storica. I nodi del pensiero scongelati dal vento della filosofia non sono postura da vetrina, ma vita che si riorienta testimoniando il riorientamento gestaltico che si manifesta nel corpo vissuto come nelle parole. La filosofia spettacolo, rende la filosofia “popolare”, ovvero prodotto di intrattenimento da consumare e buttar via. Non si tratta di assumere un atteggiamento aristocratico, Socrate dialogava nell’agorà, ma non vendeva libri, non cercava la soddisfazione del proprio narcisismo, e specialmente non ritagliava spazi per essere presente sul mercato. L’atteggiamento anticrematistico ha reso Socrate e la filosofia eterna.

Lupi e cani nella tempesta

Bisogna diffidare della iperpresenza di taluni studiosi, in quanto essi rischiano di essere parte della morte della filosofia, la riducono ad esperienza del passato da raccontare, nel migliore dei casi, evitando il piano critico ed elaborativo verso il presente dominato dalla crematistica. Dove la filosofia è solo festival e chiacchiera colta i venti non si alzano. Dove vi è filosofia si ascoltano i venti che si alzano al suo passaggio. Senofonte usa anch’egli la metafora del vento che sarà ripresa da Heidegger, Senofonte descrive il vento che si alza al passaggio della filosofia1, il vento del pensiero non trasforma solo il pensatore, ma il vento che si alza può diventare la tempesta che sovverte l’ordine costituito. La tempesta che la filosofia alza sfida la stessa filosofia, la invita a dare risposte alle sue domande. Il grande rischio della filosofia è di essere distruttiva, forza critica che liquida valori condivisi per aprire la via che porta al nulla. La responsabilità è immensa, essa non può limitarsi ad alzare tempesta, deve anche accoglierla e dare risposte per riportare prassi e senso dove regna l’abitudine alla sussunzione ideologica. Deve testimoniare la risposta, altrimenti si disperde nella parola, il vento al suo passaggio ricade come flatus vocis. La filosofia è politica militante, in quanto il potere critico dev’essere sostenuto dalla capacità di dare-donare risposte. Solo in tal modo essa è “radicale”.

Il mercato della filosofia è capzioso, la induce a parlare per distruggere ogni possibilità ontologica e assiologica per mostrare al mondo che non vi è alternativa. I pessimisti accorrono nei festival, invitano il pubblico a non sperare, si neutralizza con la speranza la tempesta del pensiero. La filosofia decade a chiacchiera colta in questo contesto, la si lascia parlare, si propongono progetti di estensione della stessa negli istituti tecnici con lo scopo di metterle la mordacchia. È resa visibile, ma è un prodotto da vetrina che si confonde con le chiacchiere del mondo, con i dicitur che depotenziano la plasticità critica e creativa della stessa. Platone nel Sofista invita a discernere i lupi dai cani, il sistema di potere li sovrappone fino a renderli indistinguibili, e in tal maniera si eternizza. I filosofi si eclissano e lasciano spazio alle loro copie sterili, mai gravide di concetti, ma sempre pronte a sostenere ideologicamente il sistema. Dove i sofisti prendono il posto dei filosofi non si alza vento alcuno, non vi è bonaccia, ma solo la gravità del potere che spinge verso il basso ed inchioda alla rupe della chiacchiera colta. La libertà inizia con la capacità di distinguere i cani dai lupi, dove non vi è discernimento si precipita nella trappola delle apparenze, tutto si fonde e confonde nelle ombre.

Non si è filosofi per sempre, anche i filosofi possono trasformarsi in lupi, pertanto la capacità di distinguere va applicata agli stessi filosofi, i quali sono sottoposti alle spire del mercato, e talvolta alcuni cedono ad esso e ne diventano parte integrante, benché da essi si alzino venti di tempesta, ma è solo il vento del marketing che alligna ovunque, non pochi cadono tra le sue spire, nessuno è al sicuro. Nel ginepraio ingannevole della contemporaneità al filosofo non resta che coltivare l’eros, ovvero l’aspirazione amichevole per la sapienza e per la verità, essa insegna ad alzare tempeste e a sollevarsi dalla gravità nichilistica che inchioda con la falsa bonaccia del nichilismo. L’eros è il domandare che sostituisce la preghiera, solleva dubbi, scioglie i nodi ideologici della sussunzione e ricerca risposte comunitarie. L’eros filosofico insegna a fiutare con il pensiero i sofisti passando al setaccio del logos le parole e i comportamenti dei “filosofi”. Alla filosofia dei salotto buoni, bisogna opporre la filosofia dell’eros che prepara le tempeste della storia ed arriva con il volo leggero ed invisibile di una colomba, ma nel suo becco non vi sono ramoscelli d’ulivi, ma parole che aprono fessure nel campo del politicamente corretto.

Note
1 Senofonte, Memorabilia, IV, III, 14

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