L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 5 giugno 2022

Gli atlantisti alla riscossa, un inno a essere i servi dei servi in atto di adorazione al Dio Statunitense. Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria non ha insegnato niente alle istituzioni italiani, hanno gli occhi foderati di prosciutto e non vedono l'ovvio


UCRAINA. I 100 GIORNI DI GUERRA E IL RUOLO DEL’ITALIA
4 Giugno 2022

Sergio Mattarella. (Foto: Quirinale.it).

di Maurizio Delli Santi* –

A cento giorni dall'inizio della guerra in Ucraina, la parola che può sintetizzare con efficacia il quadro di situazione è: “stallo”. Stallo sotto il profilo militare, perché dopo il fallimento della annunciata blitzkrieg, c’è stata una iniziale controffensiva ucraina, cui è seguito il cambio di strategia delle forze russe che hanno concentrato gli sforzi sul Donbass, dove a cominciare da Mariupol hanno conquistato nuovi territori. Ma l’offensiva russa non può dirsi ancora travolgente, e probabilmente l’Ucraina potrà dire ancora la sua con l’arrivo dei nuovi armamenti costituiti soprattutto da lanciamissili con maggiori gittate e volumi di fuoco. Per questo gli analisti parlano di una guerra di logoramento ancora destinata a durare diverso tempo. Lo stallo è soprattutto sotto il profilo diplomatico, perché anche lo spiraglio per i “corridoi del grano” richiederà tempo e verifiche perché sia messo in atto. Ci sono ancora molti punti da chiarire nelle intese, posto che occorrerà vedere realmente come potrà realizzarsi lo sminamento del bacino di Odessa e che tipo di dispositivi occorrerà schierare per garantire il transito delle navi cargo. Il timore, più che giustificato, degli ucraini e della Nato è che poi la Russia non ne approfitti interrompendo con qualche pretesto la tregua per lanciare l’ennesimo attacco su Odessa, che a questo punto non sarebbe più difesa dalla barriera delle mine.
Lo stallo sul fronte diplomatico è in ogni caso su vari fronti. Anche per i prigionieri di Mariupol, nonostante i “buoni uffici” promossi dall’Onu per assicurare la loro tutela, la Russia non sembra affatto orientata a fare concessioni su uno scambio, e anzi ha annunciato di volerli sottoporre a processi per asseriti crimini di guerra. Ma, a differenza di quanto documentato per i processi avviati in Ucraina, in questo caso fonti indipendenti ritengono che si tratti solo di una iniziativa strumentale e di propaganda, perché le accuse dei russi non si fonderebbero su prove di fatti concreti, ma sarebbero solo incentrate sulla abusata narrazione del “nazismo” dei combattenti di Mariupol.
Ancora più incerta è poi la prospettiva più ampia dei negoziati sul cessate-il-fuoco, che ora vedrebbe un “piano turco” dove dopo la questione dei “corridoi del grano” si punterebbe a “congelare” (ma come?) le questioni relative a Donbass e Crimea, per puntare poi su una nuova iniziativa per il cessate-il-fuoco, a cominciare da alcune aree.
Lo “stallo” purtroppo è ancora sul fronte della politica internazionale più generale. L’Onu, nonostante le Risoluzioni di condanna della guerra, stenta a fare altri passi avanti più incisivi, nonostante non le manchino potenzialmente gli strumenti e il consenso della maggior parte degli Stati almeno per far cessare il disastro umanitario: si parla di oltre 40mila vittime e 19mila feriti tra le forze contrapposte, di 4100 vittime civili, di cui 260 bambini, di 5mila feriti, tra cui 420 bambini, mentre i rifugiati ucraini ammonterebbero a 6,8 milioni, e gli sfollati a 8 milioni. E la Procura generale ucraina ha ricevuto segnalazioni per 11mila casi di crimini di guerra commessi da soldati russi contro civili ucraini.
L’Unione Europea ha certamente dato un contributo essenziale alla scelta promossa da Stati Uniti e Nato di dare aiuti economici e militari all’Ucraina e di colpire la Russia sul piano delle sanzioni: il divieto delle importazioni russe nell’Unione Europea avrebbe raggiunto il valore di 17 miliardi di euro, mente quello delle sanzioni sulle esportazioni ammonterebbe a 22,8 miliardi di euro, un dato che rappresenta il 25% del volume di quelle precedenti alla guerra. Ma non può nascondersi che all’interno del dibattito europeo sono emerse posizioni talvolta divergenti, dove in particolare le titubanze che hanno più preoccupato sono venute dalle riserve della Germania sull’impatto energetico del sistema delle sanzioni, anche probabilmente per le pressioni di forti centri di interesse tedeschi che hanno consolidati rapporti finanziari e commerciali con la Russia. Peraltro l’Unione Europea sul “sesto pacchetto” delle sanzioni è stata ostaggio per oltre un mese del suo processo decisionale, dove ha avuto un peso il veto del discusso Orban premier dell’ Ungheria, un Paese che conta dieci milioni di abitanti, poco meno del 3% della popolazione europea. In ogni caso l’embargo sul petrolio russo non sarà operativo prima di 8 mesi, e sono state previste deroghe per Repubblica Ceca e Bulgaria, mentre l’UE ha dovuto rinunciare, per le pressioni di Orban, ad estendere le sanzioni al patriarca Kirill, che ha sostenuto ideologicamente l’aggressione all’Ucraina e che secondo molti osservatori è anche un oligarca con risorse patrimoniali considerevoli.
E l’Italia? Se si volesse dar credito ai megafoni dei talk show e alle posizioni pretenziose di alcuni pseudo-esperti in relazioni internazionali il Paese, si presenterebbe di fronte al contesto internazionale con una forte caratterizzazione antieuropeista e antimericana. Da qui le narrazioni della “guerra per procura”, o peggio del sostegno alle pretese russe contro i presunti disegni egemonici degli Stati Uniti e le derive neonaziste degli ucraini. Posizioni certamente gradite a Mosca e forse anche alla Cina, ma indifendibili non solo di fronte ai Paesi che hanno aderito al patto euroatlantico, ma anche per gli oltre 140 Stati dell’Assemblea generale che hanno condannato l’aggressione della Russia. Fortunatamente, al di là delle polemiche strumentali alle divisioni politiche interne che si riaffacciano in prossimità delle scadenze elettorali, le istituzioni che realmente rappresentano l’Italia hanno superato ogni congettura irragionevole e dimostrato concreta vicinanza alla popolazione ucraina brutalizzata da morti e distruzioni. A fare la sintesi ci hanno pensato il presidente del Consiglio Draghi al Consiglio europeo e il presidente della Repubblica Mattarella nel discorso alla diplomazia internazionale intervenuta (tranne a quella russa, assente perché opportunamente non invitata) alle celebrazioni del 76mo anniversario della Repubblica Italiana. L’intervento del premier Draghi è stato mirato innanzitutto a sostenere una radicale revisione della politica energetica europea perché non sia più dipendente dalla Russia: “Quello che è successo è troppo brutale. Dobbiamo muoverci ora per cambiare i nostri fornitori di energia nel lungo periodo” ha detto il Presidente del Consiglio, ed ha aggiunto: “È essenziale che Putin non vinca questa guerra, allo stesso tempo dobbiamo chiederci se può essere utile parlargli. Sono scettico dell’ utilità di queste telefonate, ma ci sono ragioni per farle”. E ha precisato che comunque “deve essere l’Ucraina a decidere che pace vuole” .
Del discorso del presidente Mattarella vanno ricordati almeno tre passaggi che confermano la linea dell’Italia al fianco degli alleati euroatlantici e dell’ Ucraina. Il primo: “L’aggressione all’Ucraina da parte della Federazione Russa pone in discussione i fondamenti stessi della nostra società internazionale, a partire dalla coesistenza pacifica”. Il secondo: “Trovarsi, nel continente europeo, nuovamente immersi in una guerra di stampo ottocentesco, che sta generando morte e distruzioni, richiama immediatamente alla responsabilità”. Infine l’ultimo, ancora più chiaro: “La Repubblica italiana è convintamente impegnata nella ricerca di vie di uscita dal conflitto che portino al ritiro delle truppe occupanti e alla ricostruzione dell’Ucraina”. E quindi, “con lucidità e con coraggio occorre porre fine all’insensatezza della guerra e promuovere le ragioni della pace”, e gli obiettivi prioritari per la comunità internazionale sono altrettanto ben definiti: “superare ogni volontà di sopraffazione”, e “ripristinare la legalità internazionale”. Sarebbe perciò il caso di ritornare al parlare del “piano Italia” già presentato all’Onu, che la Russia ha cercato di liquidare perché evidentemente la diplomazia italiana non ha nascosto il vero nodo del problema: lo status di Crimea e Donbass, su cui bisognerà ragionare con i soli strumenti della mediazione e del diritto internazionale, non certo con la logica delle armi.

* Membro dell’International Law Association.

Nessun commento:

Posta un commento