L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 15 giugno 2022

Il voto dimostra che c'è la necessità di coprire un vuoto politico che i partiti corrotti e incapaci sono impossibilitati a riempire. Avanti le idee

Democrazia e complottismo
di Andrea Zhok
10 giugno 2022

La scoperta che la gestione del potere "democratico" è pervasivamente manipolato da soggetti (élite, oligarchie) dietro le quinte è la base per iniziare ad avere una percezione realistica del mondo contemporaneo.

Parimenti, assumere come canone interpretativo di default, che ciò che viene promosso e sostenuto dagli apparati mediatici mainstream risponde sistematicamente ad agende che niente hanno a che vedere con le motivazioni dichiarate è una ricetta ermeneutica preziosa (una peculiare lectio difficilior): capiterà infatti qualche volta che le motivazioni dichiarate, essendo funzionali, siano anche vere, ma è opportuno intendere questa come l'eccezione e non come la regola.

La regola è invece la manipolazione strumentale per finalità inesplicite.

Queste scoperte però portano con sé un rischio che bisogna stare molto attenti ad evitare.

Il "nemico" invisibile, proprio perché invisibile, è spesso immaginato più grande e compatto di quanto sia realmente.

Immaginarselo così può forse avere una funzione nel mettere in allarme, ma può anche ottenere un effetto molto deleterio, ovvero la caduta nello "sconfittismo", nella rassegnazione di fronte a forze invisibili e preponderanti. Se iniziamo a sentirci come dei combattenti muniti di un temperino che tenzonano contro eserciti di giganti invisibili, il pericolo di sentirsi semplicemente impotenti è molto serio. E, come sanno gli strateghi militari, chi si crede sconfitto è già sconfitto.

Quello che invece è opportuno comprendere è che nel mondo odierno effetti di coordinamento dall'alto che danno l'impressione di essere "complotti onnicomprensivi" possono essere ottenuti coordinando poche forze strategicamente poste. Per comprendere questi meccanismi basta vedere come pochi grandi investitori, cogliendo il momento giusto, possono indurre crisi valutarie o finanziarie (il caso descritto da Soros intorno a come manipolò con una leva finanziaria la crisi valutaria della sterlina del 1992 è esemplare).

Questo significa che effetti massivi e di sistema possono essere indotti anche quando una minoranza di "oligarchi" si accordano, senza bisogno di credere che ci sia un "complotto onnicomprensivo".

E dove sta la consolazione in questa idea?

Sta nel capire che comunque gli attori in campo, anche a livello apicale, sono numerosi, e che non tutti sono "d'accordo".

Ci sono divergenze d'interessi tra nazioni (ed è ciò che vediamo in tutti i contrasti geopolitici), ma ci sono anche divergenze d'interessi tra gruppi di pressione e tra singoli "oligarchi" (i casi eccentrici di Trump o di Ellon Musk sono significativi).

Questo significa che esistono continuamente spazi di manovra e brecce che possono essere sfruttate per contrastare efficacemente certi processi.

Che gruppi di pressione e coordinamento delle élite mondiali esistano e che tentino di produrre agende dominanti è certo (non è complottismo riconoscere l'esistenza e la forza di organizzazioni come il World Economic Forum, il gruppo Bilderberg, ed altre).

Che abbiano le leve e i contatti per cercare di indirizzare la politica mondiale in forme del tutto refrattarie a qualunque istanza democratica è altrettanto certo.

Ma che siano una sorta di falange compatta ed onnicomprensiva (e dunque invincibile), questo è sicuramente falso.

Gli spazi per l'azione politica democratica ci sono e continuano ad esserci.

Il più grande ostacolo qui è rappresentato dall'inerzia e dall'incapacità (coltivata scientemente negli ultimi decenni) di agire politicamente, di dialogare e di costruire dal basso.

Il modello sociale coltivato in ambito capitalistico è quello governato dai meccanismi di "exit" e non di "voice" (per riprendere una celebre distinzione di Hirschmann): se qualcosa non si conforma ai miei desiderata "esco" dalla relazione e mi rivolgo ad un altro "fornitore sul mercato".

Ma questo atteggiamento, tipico delle relazioni di mercato, ha esiti pessimi sul piano della politica democratica, perché induce a non costruire nulla, a non dialogare ("voice"), preferendo invece optare per "deleghe" alternative ("punisco" un partito votandone un altro, così come "punisco" un fornitore scadente di servizi rivolgendomi ad un fornitore differente.)

Quando questo atteggiamento è generalizzato, tuttavia, ciò che avviene è semplicemente un crollo progressivo della qualità dell'offerta politica tutta.

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