L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 20 giugno 2022

In Occidente, l'era del denaro facile non è affatto finita. Più il cambio si indebolisce e maggiore è l'inflazione importata. E una politica monetaria che vada bene a 19 paesi è l'assurdo di Euroimbecilandia

L’Europa resta la patria dei tassi negativi, banche centrali in affanno
La stretta monetaria globale ha quasi portato alla scomparsa dei tassi negativi, ma l'Europa ne resta la patria
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 19 Giugno 2022 alle ore 06:36


Negli ultimi anni, i mercati finanziari sono stati scombussolati dall’attecchimento dei tassi negativi tra le grandi banche centrali, che a sua volta ha portato alla diffusione dei rendimenti negativi per gran parte dei bond. Dall’apice di oltre 18.500 miliardi di dollari toccati nel dicembre 2020, tuttavia, siamo scesi oramai a poche decine di titoli ad essere ancora interessanti dal fenomeno e per un controvalore di qualche migliaio di miliardi di dollari. Si tratta perlopiù di bond del Giappone fino alle medio-lunghe scadenze. Insieme alla BCE, infatti, Tokyo resta la grande banca centrale a non avere ancora alzato i tassi e neppure prospettato di farlo.

Ma i tassi negativi non sono scomparsi in termini reali, cioè una volta che teniamo conto dei tassi d’inflazione. Questa settimana, dalla Federal Reserve alla Banca d’Inghilterra e, a sorpresa, la Banca Nazionale Svizzera, hanno alzato il costo del denaro. Al termine di tali annunci, ecco qual è la situazione tra le principali economie avanzate del pianeta:

Nuova Zelanda 2%
Corea del Nord 1,75%
USA 1,75%
Canada 1,50%
Regno Unito 1,25%
Australia 0,85%
Norvegia 0,75%
Svezia 0,25%
Giappone -0,10%
Svizzera -0,25%
Eurozona -0,50%
Danimarca -0,60%

Sulle otto suddette economie, ben quattro ancora adottano tassi negativi. In fondo alla classifica troviamo tre paesi europei, ossia Svizzera, Eurozona e Danimarca. In alto, abbiamo l’area del Pacifico, vale a dire Nuova Zelanda, Corea del Nord e USA. Tra la banca centrale con il tasso d’interesse più alto e quella con il tasso d’interesse più basso, la differenza è di 260 punti base o 2,60%.

I tassi negativi non sono scomparsi affatto

Ma se passiamo dai tassi nominali a quelli reali, scopriamo che tutte le economie avanzate del pianeta abbiano ancora tassi negativi e vistosamente bassi.Ecco come cambia la classifica:

Giappone -2,6%
Svizzera -3,15%
Corea del Sud -3,65%
Australia -4,25%
Nuova Zelanda -4,9%
Norvegia -4,95%
Canada -5,30%
USA -6,85%
Svezia -7,05%
Regno Unito -7,75%
Danimarca -8%
Eurozona -8,6%

L’Eurozona scavalca la Danimarca e si porta stavolta all’ultimo posto in classifica, adottando i tassi reali più negativi del mondo avanzato. Viceversa, il Giappone sale al primo posto, pur a fronte di tassi nominali negativi. Infatti, l’inflazione nel Sol Levante si attesta ancora al 2,5%. Per quanto bisognerebbe più correttamente correggere i tassi nominali per le aspettative d’inflazione a breve e medio-lungo termine, resta il fatto che ovunque per il momento i tassi d’inflazione superino abbondantemente i tassi d’interesse. L’era del denaro facile non è affatto finita.

Il caso più rischioso certamente si ha nell’Eurozona. Se la BCE non sarà presto in grado di contenere l’inflazione con una stretta sui tassi, potrebbe assistere a una caduta rovinosa dell’euro sui mercati forex. Lo spread tra primo e ultimo posto in questa seconda classifica sale a 600 punti base o 6%. In pratica, i tassi reali da noi risultano del 6% più bassi che a Tokyo. Chi vorrà mai investire in un’area, dove i capitali ottengono ancora rendimenti mostruosamente sottozero, quando altrove riuscirebbero a spuntare condizioni migliori e tendenzialmente positive da qui ai prossimi mesi? Senonché, come il cane che si morde la coda, più il cambio s’indebolisce e maggiore l’inflazione importata.

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