L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 3 giugno 2022

In termini reali, gli stipendi italiani in 30 anni sono diminuiti del 3% e ancora non abbiamo finito, gli atlantisti ci hanno portato in guerra con la Federazione Russa anche se questa non è stata dichiarata formalmente, e vogliono continuare a farci usare una moneta straniera come l'euro. Ci hanno messo all'angolo e solo noi potremo con uno scatto d'orgoglio liberarci, non ci verrà in soccorso nessun cavaliere bianco.

Il fallimento della Repubblica in un grafico: stipendi italiani in caduta libera da 30 anni
La retorica delle istituzioni repubblicane si scontra con i fatti: gli stipendi italiani sono precipitati negli ultimi 30 anni.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 02 Giugno 2022 alle ore 06:23


Si celebrano oggi i 76 anni della Repubblica. Era il 2 giugno del 1946, quando tramite un referendum popolare gli italiani scelsero di porre fine a 85 anni di monarchia. I politici di tutti gli schieramenti nelle prossime ore useranno fiumi d’inchiostro, anzi di bit, per scrivere parole vuote con cui testimoniarci la loro esistenza in vita. La quasi totalità dei cittadini, però, stando a tutte le rilevazioni, ha già smesso di credere in loro da un pezzo. E alla base di così ampia sfiducia vi è la cronica incapacità delle istituzioni di offrire risposte ai problemi salienti e drammatici della quotidianità. Uno di questi è dato dai bassi stipendi italiani, precipitati negli ultimi decenni in fondo alla classifica europea.

La crisi del mercato del lavoro italiano

I dati OCSE ci fotografano una realtà agghiacciante. Nel 2020, anno a cui si riferiscono le ultime rilevazioni statistiche, gli stipendi italiani risultavano essere i più bassi tra tutte le economie occidentali, ad eccezione del Portogallo. Espressi in valuta americana e a parità di potere d’acquisto, erano di appena 37.769 dollari lordi all’anno, il 23% in meno della media OCSE, che era di 49.165 dollari. A titolo di confronto, in Francia ammontavano a 45.581 dollari, in Germania a 53.745, nel Regno Unito a 47.147 e in Spagna a 37.922. Persino Madrid batte Roma.

Ma forse il peggio arriva quando andiamo a monitorare l’andamento degli stipendi italiani e nel resto d’Europa negli ultimi 30 anni. Scopriamo, infatti, che nel 1990 l’Italia primeggiava con un dato pari al 5% sopra la media OCSE. La Germania risultava di poco superiore con +9%. Dietro c’era la Francia a -6%, il Regno Unito a -11,5% e Spagna a -3%.Nel 2020, invece, le proporzioni erano totalmente ribaltate: Italia -23%, Francia -7%, Germania sempre +9%, Regno Unito -4% e Spagna -23%.

In termini reali, gli stipendi italiani in 30 anni sono diminuiti del 3%, mentre in Francia sono aumentati del 31%, in Germania del 34%, nel Regno Unito del 44% e in Spagna del 6%. Nessuno male come noi. Del resto, il pessimo andamento si riflette in un altro dato del mercato del lavoro: il tasso di occupazione. Esso capta quante persone tra i 15 e i 64 anni di età lavorano sul totale della popolazione in quella fascia di età. In Italia, alla fine del quarto trimestre eravamo al 59,4% contro una media OCSE del 68,4%. In Francia, saliamo sopra 67%, in Germania sfioriamo il 76%, nel Regno Unito superiamo il 75% e in Spagna siamo a un discreto 63%.

Stipendi italiani giù e bassa occupazione

Se in Italia lavorassero percentualmente le stesse persone della media OCSE, avremmo 26,5 milioni di occupati, quasi 3,5 milioni in più di oggi. Se lavorassero nella stessa proporzione della Germania, gli occupati salirebbero a 29,3 milioni, ben 7 milioni e rotti in più. Questo dato paurosamente negativo spiega il basso livello degli stipendi italiani: i lavoratori non posseggono alcun potere negoziale, in quanto c’è scarsissimo lavoro disponibile. E allora come mai a inizio anni Novanta, quando l’occupazione era di poco superiore al 51%, gli stipendi italiani risultavano maggiori di oggi? Semplice: erano “drogati” dalla spesa pubblica, che a sua volta creava posti di lavoro fittizi nella Pubblica Amministrazione e nell’industria di stato (erano investimenti strutturali che creavano benessere). Ma la produttività del lavoro era scarsa e quando la realtà prese il sopravvento (ci siamo rimbecilliti e ci hanno convinto ad entrare in Euroimbecilandia e usare la moneta straniera come l'euro), la caduta dei livelli salariali è stata servita.

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