L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 30 giugno 2022

L'isteria sull'aborto è comprensibile solo se è accompagnata da un'ignoranza crassa e credulona

Roe vs. Wade, diritti vs. vita.
Maurizio Blondet 29 Giugno 2022

di Roberto PECCHIOLI

Gli ultimi eventi ci hanno messo di fronte a scelte nette, decisive. L’epidemia, con il suo carico di autoritarismo, potere sulla vita, violazione del corpo con sostanze non conosciute, e la conseguente scelta tra zòe, l’esistenza esclusivamente biologica, e bìos, la vita di corpo, anima e spirito. Poi è arrivata la guerra, la messa di fronte al fatto primordiale: amico o nemico. Il pacifismo programmatico –fuga dalle responsabilità- delle masse occidentali è messo alla prova da una realtà vicina, il conflitto tra popoli a noi prossimi per storia, geografia, razza, religione. Il ritorno della geopolitica unito alla riflessione sui fondamenti della vita.

Da pochi giorni si è aggiunto un terzo elemento di fortissima divisione, un ulteriore situazione in cui allo sfuggente uomo d’Occidente tocca prendere posizione; è la sentenza sull’ aborto della Corte Suprema degli Usa, il paese che colonizza l’immaginario, le idee e il senso comune di questa decadente porzione di mondo. Il più alto organo giurisdizionale americano ha stabilito che l’aborto – le orecchie dei contemporanei preferiscono la più sfumata, burocratica espressione interruzione volontaria di gravidanza- non è un diritto fondamentale. Dunque, non può essere praticato a semplice richiesta della donna interessata. Occorre un quadro legislativo preciso, un insieme di regole e di criteri.

Ergo, non è vero che l’aborto è divenuto illegale negli Usa; è stato semplicemente ristabilito il primato della legislazione. Sembrerebbe ovvio, data l’immensa delicatezza della materia di cui trattasi, ma per lo spirito dei tempi non è, non deve essere così. Di qui le reazioni, le violenze, le isterie. La verità, al di là del complesso merito della questione, è che l’aborto non è più neppure inteso come diritto indiscutibile, precedente perfino le leggi, ma è una vera e propria religione, una teologia rovesciata che tracima dalle rivendicazioni femministe per diventare un caposaldo della società aperta e progressista, tollerante purché nessuno metta in discussione i suoi presupposti.

Cerchiamo di sottrarci- per quanto difficile- all’eccitazione del momento per dare un’interpretazione complessiva, a partire da un principio che manda in bestia i sostenitori dell’aborto libero. L’aborto non è un diritto fondamentale e non è neppure – bestemmia massima- una semplice decisione individuale della donna. Sentiamo i tuoni e i fulmini dell’indignato spirito dei tempi. Alle urla scomposte opponiamo innanzitutto un’altra constatazione sulfurea, inaccettabile nella sedicente “società aperta”: lo spirito dei tempi non esiste, poiché le idee dominanti sono le idee della classe dominante. Lo teorizzò Karl Marx, non un rappresentante delle forze oscure della reazione.

Come negarlo, se il sistema antinatalista e abortista, con organizzazioni miliardarie e potentissime come Planned Parenthood, è finanziato dalle grandi fondazioni private dei miliardari americani? Come negarlo se i finanziamenti per quella che chiamano zoologicamente “salute riproduttiva” arrivano a miliardi di dollari l’anno dagli uomini più ricchi del mondo, dalle loro famiglie e organizzazioni? Come negarlo, infine, se negli Usa non esistono diritti di legge per le lavoratrici madri e per le donne incinte, ma molte grandi aziende pagano gli aborti alle dipendenti e la convalescenza successiva?

La sentenza della Corte Suprema ha affermato la propria incompetenza a decidere: siano gli Stati federati a farlo, con leggi apposite, qualunque ne sia il contenuto, favorevole o contrario all’aborto. L’indignazione a comando ha raggiunto in un attimo le periferie dell’impero, sino all’Italietta amerikana. Scontate le reazioni negative dei progressisti di ogni orientamento. Strano progresso contrario ai fondamenti della vita. Meno scontati i commenti dei politici a parole “pro life”. Giorgia Meloni si è schermita osservando che in Italia c’è una legge e il problema è tutt’al più applicarla anche nelle parti in cui sembra proteggere la vita nascente. Matteo Salvini, tra un mojito e un rosario, ribadisce di essere per la vita ma che l’aborto è un problema delle donne.

Ecco un punto dirimente, su cui occorre schierarsi accettando gli insulti e l’impopolarità. Non è sostenibile che la vita, cioè la sua disponibilità o indisponibilità, e la riproduzione delle società umane, sia una responsabilità esclusivamente femminile. Quello è il modo peggiore di lavarsene le mani. La donna non può essere lasciata sola davanti a una scelta tanto grave e carica di conseguenze. Salvini è padre di due figli: ricorderà di essere stato l’artefice del loro concepimento. Davvero, come uomo, padre, dirigente politico, è stato indifferente alla scelta delle rispettive madri?

Il dibattito sull’aborto dimentica l’essenziale: una donna che abortisce perde suo figlio. Non si è incinte di una lattuga, anch’essa un grumo di cellule, ma di un figlio. In alcuni paesi si arriva a proibire l’informazione sulle scelte alternative all’interruzione della gravidanza. L’aborto diventa una forma di imposizione alla donna per violazione dell’ecosistema della modernità. E’ un diritto abortire, ma non lo sono l’accesso al lavoro o alla casa, la fornitura di prodotti per bebè o gli aiuti per i figli. Inoltre, si banalizza un dolore che accompagnerà la donna per sempre e si toglie ogni responsabilità all’uomo, che pure è il protagonista del concepimento. Teorizzare che una gravidanza indesiderata è solo un problema della donna è il peggiore maschilismo.

La decostruzione del maschio ha come epicentro la figura del padre. Per ogni donna che decide se far nascere o meno il bambino, pardon sviluppare il grumo di cellule dentro il suo corpo, c’ è un uomo, un possibile padre. La sua voce deve essere ascoltata, a meno di non volerlo trasformare solo in fornitore di seme o in un irresponsabile indifferente. Infine, c’è la società nel suo insieme, che ha interesse alla riproduzione di se stessa attraverso la nascita di nuovi membri, possibilmente dentro la famiglia naturale, e ha il dovere di distinguere il bene dal male.

Il bene è la vita, il male è il suo contrario. Fuori da questo principio, c’è il nichilismo, la fine dell’umanità, la legge del più forte. Cioè del più ricco, che finanzia ogni forma di decostruzione dell’identità umana e di cultura della morte per i propri scopi di dominio. E’ difficilissimo farlo capire, ancor più accettare: alcune condotte, per molti, sono semplicemente “diritti”. Poco importa se sia evidente la deriva eugenetica, eutanasica, antinatalista delle oligarchie occidentali, per le quali i popoli sono diventati superflui. Non hanno più bisogno di manodopera né di soldati. Ci sono i robot, l’automazione, l’intelligenza artificiale.

Siamo troppi, dicono. Allo scopo, chiamano l’aborto diritto universale, diffondono l’omicidio di massa di anziani, malati, depressi, perfino poveri; mettono in discussione il fondamento naturale della polarità maschile-femminile insegnando sin dall’infanzia omosessualità e transessualità. Il governo spagnolo renderà legale il cambio di sesso a dodici anni: un crimine a fronte di pochissimi casi reali da trattare con cura, delicatezza e sensibilità, retaggi dell’oscurità passata. Sempre in Spagna- giusto per chiarire qual è il sistema di valori dello spirito dei tempi- una campagna governativa femminista contro la violenza sessuale ha lo slogan: sola e ubriaca voglio tornare a casa.

Nessun dubbio che ogni donna abbia il sacrosanto diritto – questo sì, fondamentale- di non essere violentata o molestata e di tornare a casa senza pericoli, ma che l’ubriachezza – una grave dipendenza che è anche un serio problema sociale – sia trattata come una condizione normale, addirittura da proteggere e difendere con campagne governative, è orribile. Poiché tutto si tiene, scommettiamo che questa rinuncia a educare, a distinguere tra bene e male è una delle cause della banalizzazione del sesso, con la conseguenza di rapporti occasionali, privi d’amore e indifferenti al futuro, i quali, se hanno come esito una gravidanza, non possono che produrre nuove domande di aborto?

La rivoluzione più grande dell’ultimo mezzo secolo è stata la contraccezione, separazione del sesso dalla procreazione. Con le tecniche scientifiche, si sta per separare la procreazione dal sesso. Siamo sicuri che sia un progresso, siamo certi che allontanare l’uomo dalla natura sia il destino della nostra specie? Strano anche che l’aborto sia percepito come un diritto universale proprio al tempo in cui la cultura e l’istruzione sono patrimonio di massa, rendendoci- così dicono- più razionali, più consapevoli, più capaci di compiere scelte libere. Ancora di più poiché i contraccettivi- meccanici o farmacologici- sono a diposizione di tutti.

Se l’aborto è un diritto e un atto “neutro”, perché molte donne finiscono per soffrirne, fisicamente e moralmente? E quel grumo di cellule, gli intrusi nel corpo femminile, perché durante l’aborto lottano e si dibattono? Purtuttavia, non tutto è bianco o nero. Non si può chiamare bene il male, ma la complessità della condizione umana rende necessaria una riflessione che tenga conto anche di situazioni particolari. Porta chiusa al diritto universale all’aborto, ma onesto riconoscimento di condizioni specifiche in cui diventa il male minore.

La natura del conflitto attiene ai fondamenti delle comunità definite democratiche, e riguarda la divergenza tra diritti e volontà popolare. E’ la volontà popolare che crea i diritti o alcuni diritti sono anteriori a quella volontà e fuori dalla sua portata? La volontà popolare del momento abbia almeno un limite, il riconoscimento che esistono dall’origine il bene e il male, per cui non si può mai agire contro il diritto primario, che è la vita.

Riconoscere l’aborto libero e universale implica destituire il diritto alla vita, con conseguenze enormi. La domanda decisiva, su cui non c’è accordo, vera posta in palio dell’intero dibattito è: quando inizia la vita umana, che da quel momento ha il diritto di essere protetta? La risposta non è univoca e non tutte le difese dell’aborto sono assolutiste o nichiliste, ma non è normale – che la scelta provenga da una donna o da un uomo- decidere la soppressione di una vita umana. Per gran parte del femminismo e dei progressisti (di destra e di sinistra) è diventato indiscutibile che il corpo della donna conferisca un diritto di proprietà illimitata sulle cellule vive frutto dell’incontro sessuale con il maschio e che questo sia un estraneo il cui ruolo si esaurisce nell’atto fisico.

Il principio dominante in Occidente – che sottrae il tema della vita alla comunità, alla civiltà, alla politica e all’altra metà dell’umanità – è stato espresso dal premier canadese Justin Trudeau: “nessun governo, nessun politico, nessun uomo, può dire a una donna che cosa può o non può fare con il suo corpo”. Ma le cellule umane non sono un grumo di pus.

Intanto, mentre ci accapigliamo su una questione centrale per il futuro delle società, chi lavora contro la vita lo fa anche manipolando i bambini. E’ uscito Lightyear, un film della Disney a contenuto LGBT destinato all’infanzia. In diversi paesi è stato vietato e si profila un clamoroso insuccesso economico. E’ la storia di una relazione lesbica: l’omosessualità femminile ha tratti meno ostentati di quella maschile e viene considerata più facile da far accettare. La produttrice ha affermato di volerla “normalizzare” tra i bambini e che “aiuterà i bambini queer/trans (???) a sentirsi visibili”. Entro l’anno corrente la metà dei personaggi dei cartoni animati della Disney saranno LGBTQ+ e appartenenti a minoranze etniche. Ecco i “diritti fondamentali” dell’Occidente Titanic e risvegliato (woke). Ciononostante, sembra che non funzioni ai botteghini; in America hanno coniato l’espressione “go woke, go broke” se tratti di cultura della cancellazione, vai in fallimento. Ci salverà l’interesse economico, unico linguaggio compreso dai mercanti?

La natura prende le sue rivincite. Secondo uno studio scientifico sulle conseguenze dell’inoculazione di sostanze MRNA, la fertilità umana sta crollando. Le ricerche non sono concluse, ma sembra proprio che certi preparati stiano agendo sugli organi riproduttivi d’ambo i sessi.

Roe versus Wade significa diritti versus vita, ma la natura vince sempre. L’uomo civilizzato, progressista e sanificato non si riproduce, o lo fa con maggiore difficoltà dei suoi padri. Un caso, un accidente del destino, o l’azione deliberata dell’oligarchia antiumana, un aiutino contro popoli superflui?

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