L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 10 giugno 2022

Lo spread getta l'Italia nel burrone e la mannaia che arriverà ci obbligherà ad uscire dall'Euro, l'alternativa è morire

SPY FINANZA/ La Bce ha messo la “lettera scarlatta” sull’Italia
Pubblicazione: 10.06.2022 - Mauro Bottarelli
Crollata l’ipotesi di un piano della Bce per contenere gli spread, per l’Italia non sembrano esserci molti margini di manovra ormai

Christine Lagarde (Lapresse)

Benvenuti nel mondo reale. E attenzione, signori: trattasi di palese e un po’ disperato eufemismo. Perché parlare di normalità rispetto a un aumento di un quarto di punto del costo del denaro a fine luglio, quindi fra oltre un mese, partendo da 0 e a fronte di un’inflazione dell’eurozona all’8,1% equivale simbolicamente a mandare al macero tutti i libri di economia del mondo.

Di più, se anche a settembre il già annunciato secondo ritocco dovesse essere addirittura di 50 punti base, in caso la corsa dei prezzi non dovesse raffreddarsi a sufficienza, saremmo ancora ben al di sotto di qualsiasi ragionevole tasso di interesse. E non basta, perché comunque da qui al 1 luglio ci saranno ancora acquisti per 20 miliardi di controvalore in seno all’App: con il primo giorno del nuovo mese, stop. Accidenti, soltanto otto anni di manipolazione dei premi di rischio, davvero dei braccini corti questi falchi del Nord!

Signori, la pantomima è finita. E stavolta sul serio. Perché per quanto appaia pressoché certa una revisione in senso meno restrittivo alla fine dell’estate, stante la guerra che potrebbe innescare spirali recessive alla velocità della luce, soprattutto se non si arrivasse in tempi brevissimi a un accordo sul grano, il dato di fatto sta tutto nella reazione del nostro spread al comunicato Bce: da 206 a 226, in un attimo. E cosa ben più grave, a fonte di una decisione che il mercato pareva aver ampiamente prezzato, poiché tutti gli analisti e gli stessi organi di stampa parlavano da giorni di primo aumento a luglio e fine dell’App con il secondo trimestre.

Cosa ha fatto sobbalzare il nostro differenziale, dopo due giorni di apparente calma garantita dall’ennesima indiscrezione del Financial Times su un piano della Bce per schermare gli spread dei Paesi più indebitati ed evitare una frammentazione stile 2011 nell’eurozona? Appunto questa ennesima necessità di deroga.

Il mio articolo è totalmente inutile, cari lettori: a spiegare cosa sta accadendo e cosa accadrà ci pensa in maniera a dir poco egregia questa tabella, la quale mostra l’evoluzione degli spread dei PIIGS (in formazione originale, compresa quindi anche l’Irlanda) rispetto al Bund da quando la Bce ha cominciato a mettere sul piatto l’ipotesi di normalizzazione graduale dei tassi.


È a dir poco impietosa: senza Bce, siamo morti. Possiamo vendere all’opinione pubblica tutti i Pil da record che vogliamo, fingendo di ignorare come siano frutto unicamente di distorsioni o una tantum, ma, alla fine, la verità viene sempre a galla. E finiamola di prendercela con il Covid, la guerra, gli hackers e gli asteroidi malevoli: se davvero quel 6,6% di crescita avesse avuto basi solide, il nostro spread sarebbe stato sotto i 50 punti base da mesi. E non sarebbe più tornato in area 200, come accaduto nell’ultimo mese. Il problema è che non solo il nostro Paese gioca a fare Rambo, ma pagherà un prezzo devastante alle sanzioni e all’atteggiamento oltranzista contro Mosca, bensì che non abbiamo minimamente creato le condizioni per poter proseguire sulla strada della ripartenza senza le rotelle della Bce. Leggi, taglio del cuneo fiscale. In bicicletta non sappiamo andarci da soli, alla prima curva ci schiantiamo. E possiamo continuare a raccontarci la panzana del Pnrr che salverà il mondo, quando oltre a mancare gran parte dei progetti e dei decreti attuativi, occorrerebbe dire una volta per tutte che quei soldi vanno per la gran parte restituiti. Quindi, altro debito, altre prezzature di criticità sulle dinamiche di finanziamento.

Finché la Bce comprava Btp a nastro e senza preoccuparsi del prezzo, la pantomima della copertina dell’Economist poteva reggere. Appena Francoforte ha messo in campo il minimo del minimo sindacale di raziocinio monetario di fronte a un’inflazione in ebollizione, eccoci punto e a capo. E Christine Lagarde in conferenza stampa ha di fatto ridimensionato l’ennesimo scoop del Financial Times a ciò che in realtà era: fuffa. Perché interpellata sul rischio di frammentazione e sulle possibili ricette per evitarlo, la numero uno dell’Eurotower ha dichiarato che se sarà necessario, schiereremo in campo sia strumenti esistenti che nuovi. Un po’ vago. E un po’ pochino per chi, come chi opera sul mercato, i reali rischi che corre l’Italia li conosce molto bene, a partire dalla spirale che potrebbe innescarsi se il rendimento del decennale benchmark dovesse varcare in maniera strutturale la quota di sostenibilità del 3,5%. Ovvero, se dovesse restare nell’area toccata ieri appena diffuso il comunicato.

Questa è la realtà. Ovvero che non stiamo entrando in traiettoria di rischio, ci siamo già dentro. Occorre capire se riusciremo a tamponare gli effetti più nefasti o se dovremo giocoforza chiedere aiuto. Tradotto, Mes. Perché gli strumenti esistenti citati da Madame Lagarde sono, di fatto, pochi. Anzi, uno solo: operare sul reinvestimento titoli. L’aspirina per un moribondo. E quelli nuovi, se vogliamo essere altrettanto sinceri, non possono che passare da garanzie e condizionalità pesantissime, poiché aver chiuso l’App alla data del prossimo 1 luglio significa aver sancito la fine dell’emergenza per l’eurozona. Chi invece avrà ancora bisogno, si autodenuncerà come portatore di un problema: avevate paura dello stigma del Mes? Da ieri abbiamo una lettera scarlatta tatuata sulla fronte, cari lettori. Se la Bce deciderà di arrivare all’estremo di acquisti automatici per garantire un cap al nostro spread, di fatto una politica di controllo sulla curva dei rendimenti di stampo giapponese, state certi che il prezzo che ci verrà chiesto in cambio sarà esorbitante. Altro che Mes, altro che Troika.

Tutto sta a capire come il mercato reagirà nelle prossime settimane, se offrirà un supplemento di pazienza prezzando il rischio recessivo che riporterà la Bce a un ripensamento sul crono-programma appena annunciato o se riterrà quanto dichiarato da Christine Lagarde come talmente minimo da essere scolpito nella roccia. A quel punto, sell-off molto probabile. Se poi dalle amministrative di domenica dovesse uscire un quadro che mette a rischio immediato la tenuta del Governo, allacciate le cinture. Perché il 2011 in confronto sarà ricordato come un anno tutto sommato positivo.

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