L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 8 giugno 2022

Lo spread manderebbe a picco l'Italia e forse anche la Spagna, allora la Bce continua la deroga che finora ha avuto e comportandosi come una vera banca centrale prestatore di ultima istanza calmierebbe lo spread, acquistando i titoli pubblici. Se non controllano lo spread l'Italia cade e con essa tutta Euroimbecilandia

Contro lo spread la BCE prepara il mini-bazooka da 200 miliardi
La BCE prepara il rialzo dei tassi a luglio, ma al board di giovedì annuncerebbe anche il varo di un piano contro lo spread
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 07 Giugno 2022 alle ore 06:37


Il board della BCE si riunisce dopodomani per quello che sarà a tutti gli effetti l’evento della svolta monetaria. Quasi certamente, l’istituto preparerà i mercati a un rialzo dei tassi per il mese di luglio. E ovviamente vi sarà anche l’annuncio della fine del “quantitative easing” (QE), gli acquisti netti di asset con il programma ordinario avviato nel marzo 2015. Il consensus sui due punti è sostanzialmente unanime. Ma “falchi” e “colombe” continuano a dividersi sulla tempistica della fine del QE e sull’entità della stretta di luglio. I primi propendono per cessare gli acquisti sin da subito, mentre le seconde vorrebbero che ciò avvenisse alla fine del mese. Inoltre, i primi prenderebbero in considerazione anche un rialzo dei tassi di mezzo punto percentuale (0,50%) a luglio, mentre le seconde spingono per un quarto di punto percentuale (0,25%).

Fine degli stimoli BCE

Nell’Eurozona, il tasso d’inflazione medio a maggio è salito al nuovo record storico dell’8,1%. Ormai non esiste alcuna giustificazione per tenere in piedi gli stimoli monetari. Ma serpeggia la paura dello spread. Quello a 10 anni tra i bond di Italia e Germania è salito sopra 200 punti base, ai massimi da oltre due anni. Sono in tanti a temere che il rialzo dei tassi BCE finisca per mandare i rendimenti sovrani nel Sud Europa fuori controllo. Il rischio riguarderebbe particolarmente i BTp.

A fine maggio, il governatore Christine Lagarde aveva parlato di piano per contenere gli spread, smentendo la sua stessa dichiarazione di due anni prima, l’infausta “non siamo qui a chiudere gli spread”. Anche i “falchi” guidati dalla Bundesbank si starebbero convincendo della necessità di varare un piano per portare a casa almeno la lotta all’inflazione. Esso consisterebbe in acquisti “flessibili” dei bond oggetto di speculazione. A tale scopo, dall’istituto trapela che vi sarebbe persino la possibilità di non varare alcun piano formale nuovo, potendo i funzionari disporre di un “mini-bazooka” da 200 miliardi di euro.

Dettagli e dubbi del piano contro lo spread

Questa potenza di fuoco deriverebbe dall’anticipo dei reinvestimenti di un anno. In altre parole, la BCE comprerebbe all’occorrenza BTp e Bonos indipendentemente dalla quota loro spettante, così da restringere gli spread. E ciò senza impiegare ulteriori risorse oltre i 4.900 miliardi di euro sin qui spesi negli ultimi 7 anni per sostenere l’inflazione nell’area. A quali livelli di spread interverrebbe la BCE? Volendo essere onesti, già i 200 punti odierni appaiono fin troppi per una “unione” monetaria. Dopodiché, una domanda sorgerebbe spontanea: per quale ragione il mercato dovrebbe preferire i titoli di stato nordici, tedeschi in testa, se Francoforte nei fatti azzerasse il rischio di credito?

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