L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 giugno 2022

Missione compiuta della Bce, aumento dello spread dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi, una flessione del cambio dell'euro sul dollaro.

Fuga dall'Euro?
Non basta aumentare i tassi, se rimangono le incertezze sui debiti pubblici

10 giugno 2022
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


La BCE ha deluso i mercati: basta vedere l'andamento del cambio euro/dollaro del 9 giugno: poco prima del Comunicato del Consiglio, alle 14,30, aveva raggiunto quota 1,076 in risalita rispetto al livello di 1,069 delle ore 10. Alle 21:30 era precipitato a 1,061. Rispetto ad un anno fa, a giugno 2021, quando il cambio era a 1,21 c'era stato un crollo, e la ripresa rispetto al minimo di 1,04 registrato ai primi di maggio scorso dipendeva dalle attese che si stavano consolidando circa le iniziative volte a tutelare la stabilità dei debiti pubblici.

Attese che sono andate deluse.

Non è uscito fuori niente più di quanto non fosse scontato, sia la conclusione al 1° luglio prossimo del APP, il nome tecnico con cui si definisce il Qe, che l'aumento di un quarto di punto a luglio del tasso di riferimento principale, che sarà seguito a settembre da un altro aumento.

Sia nel Comunicato che nella conferenza stampa ci sono accenni vaghi sugli interventi che potranno essere assunti nel caso di frammentazione finanziaria e di mancata trasmissione delle decisioni di politica monetaria, senza anticipare né i livelli, né le soglie di divaricazione degli spread che daranno vita ad interventi sul mercato per evitare ulteriori tensioni.
Per di più, l'armamentario disponibile è limitato alle sole risorse del PEPP, che verranno reinvestite alla scadenza dei titoli in portafoglio, modulando gli interventi per tipologie di attività e per Paesi a seconda delle necessità.

In pratica, la BCE ha detto che non userà il "bazooka", che non immetterà altra liquidità per comprare i titoli di Stato che dovessero mostrare andamenti eccessivamente alti di spread, derivanti dalle vendite sul mercato secondario. Effettuerà una sorta di swap, offrendo in vendita i titoli di migliore qualità e dunque quelli con i tassi più moderati (come i Bund tedeschi) per acquistare quelli di qualità inferiore e con i rendimenti troppo elevati (come i BTP italiani).

Il motivo della insoddisfazione è chiaro: i rendimenti dei Bund a 10 anni sono oggi ad un livello sideralmente più basso rispetto ai corrispondenti titoli del Tesoro statunitense: sia in termini nominali, ma soprattutto in termini reali, non vale assolutamente la pena acquistarli.

Al contrario, i titoli di Stato italiani, pur tenendo conto del rischio implicato, hanno almeno un rendimento nominale accettabile.

E quindi si è arrivati al paradosso: la decisione della BCE ha determinato sia un aumento dello spread dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi che una flessione del cambio dell'euro sul dollaro.
In pratica, i mercati hanno dimostrato di non fidarsi né della tenuta dei titoli italiani né del vantaggio degli investimenti in euro rispetto a quelli in dollari.

Di fronte ad una forte inflazione da costi all'importazione da mercati esteri, l'aumento dei tassi di interesse serve solo a ridurre la tosatura dei risparmi. E' ovvio, infatti, che gli attuali tassi reali negativi favoriscono il debitore a danno del creditore: ma in una situazione post-crisi pandemica, quale stiamo vivendo, e con tutte le incertezze derivanti dalla guerra in Ucraina, decidere solo un aumento dei tassi può scoraggiare definitivamente le imprese e le famiglie, già taglieggiate nei costi e nei redditi dagli aumenti dei prezzi.

I mercati non si sentono sicuri: si attendevano invece una posizione forte sulla stabilità dei Paesi che hanno i debiti pubblici più elevati e sui tassi di interesse considerati sostenibili.

Non basta aumentare i tassi, se rimangono le incertezze sui debiti pubblici

Fuga dall'Euro?



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