L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 giugno 2022

Noi non abbiamo commesso errori dal 8 luglio del 2021 individuammo il venire della stagfazione=inflazione+recessione. In Italia solo il ferro da costruzione è raddoppiato altro che il 5,7% dell'Istat


Banca mondiale: ‘il Re è nudo’ e usa la parola da scongiuri «Stagflazione»
17 Giugno 2022


Guerra e Covid, il rapporto semestrale della Banca mondiale prevede disastri. Aumento del costo della vita e crescita anemica «come negli anni 70», e usa la parola tabù «Stagflazione», mentre le Banche centrali si confessano. Altra parola a cui abituarci, «Policrisi». Una crisi planetaria che somma molte cause diverse tra loro, fronteggiate da Bce e Fed in ritardo e male. «Abbiamo fatto molti errori», confessano i vertici della ‘governance capitalistica’.


La Banca mondiale svela che il Re è nudo

Il massimo organo per lo sviluppo economico prevede che il prossimo anno la crescita scenderà dal 5,7% al 2,9%. Abbinato all’inflazione galoppante, attualmente 8% tra Usa ed Eurozona, con l’incubo di arrivare presto alle due cifre, ed ecco che la Banca mondiale è costretta a usare la parola che rappresenta il peggiore incubo per operatori economici, governanti, e noi cittadini alle prese con l’aumento del costo della vita e posti di lavoro a rischio. «Un periodo di stagflazione, la temuta convergenza di crescita anemica e aumento del costo della vita, paragonabile a quelli degli anni 70 – la crisi globale innescata dagli embarghi sul petrolio», la descrive Luca Celada dagli Stati Uniti.

«Il rapporto segnala in particolare gli effetti prevedibilmente nefasti della guerra in Ucraina sul commercio globale e sull’infrastruttura finanziaria, dimezzando previsioni di crescita per il 2022 rispetto all’anno scorso. Nel 2023 e 2024 i dati potrebbero essere ancora peggiori, restando al ribasso per l’intero decennio, soprattutto in paesi poveri ed economie emergenti».

Dopo gli scongiuri le analisi serie

Global Economic Prospects Report e Jimmy Dimon, amministratore della JP Morgan Chase, la maggiore delle banche Usa, avevano avvertite che «le nuvole di tempesta addensate all’orizzonte economico potrebbero rivelarsi un uragano». Lo riferisce il Manifesto nella distrazione di molta ‘grande stampa’. Intanto Elon Musk, «l’oligarca/influencer del momento -colpisce il severo Celada-, dichiarava un ‘super brutto presagio sull’economia’ e annuncia il licenziamento del 10% della forza lavoro della Tesla».
Conflitto ucraino e all’interruzione delle filiere globali del commercio i colpevoli principali per l’impennata dei prezzi. Poi le sanzioni a sconvolgere l’economia mondiale. Assieme alla speculazione che ha moltiplicato gli utili di società petrolifere e dei trasportatori.

Sanzioni suicide e disordini sociali

Nel suo rapporto Banca mondiale avverte di possibili disordini sociali e della destabilizzazione politica come potenziale corollario della carenza di prodotti primari.

Risvolti politici

Ieri il Congresso Usa ha ascoltato la ministra del tesoro Janet Yellen che ha riconosciuto di aver «sottovalutato» il rischio inflazione aggiungendo però che «non erano prevedibili» i doppi scossoni della guerra e dei recenti lockdown in Cina. Pentiti anche il vicepresidente della Bce Luis de Guindos e il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che hanno confessato di aver commesso un errore (uno per modo di dire). Non hanno capito per tempo che l’inflazione non era temporanea ed è destinata a durare.

Bce e Fed non fermano la crisi

«Lo scudo ‘anti-spread’ annunciato dalla Banca centrale europea è probabilmente un topolino e non ha fermato una nuova ondata ribassista delle borse, già influenzate dall’aumento dei tassi deciso dalla Fed», denuncia Roberto Ciccarelli.
In Italia, per l’Istat, l’inflazione sarebbe contenuta al 5,7%. Ma i prezzi a maggio in aumento del 6,8, in una differenza sospetta. L’Unione consumatori e il Codacons calcolano un salasso che va dai 2.300 euro ai 2.700 euro. Per il Banco alimentare nel 2022 aumenteranno i poveri.
Mentre la Bce tentenna la Banca d’Inghilterra ieri ha alzato il costo del denaro di un quarto di punto con un’inflazione che potrebbe arrivare all’11%, varcando la psicologica soglia delle due cifre.

Tensioni sociali globali e sconti ‘umanitari’

Nel dibattito in Italia ma non solo emerge che sono soprattutto i lavoratori e non le aziende, a pagare lo shock dei prezzi. Negli Stati Uniti il rimbalzo della crisi è invece subito politica, con pesanti rischi elettorali per l’amministrazione Biden. Col presidente che cerca soluzione anche a costo di doversi turare il naso. E Biden ha annunciato un viaggio in Arabia Saudita per colloqui col governo di Mohammed Bin Salman, despota implicato nell’omicidio Khashoggi. Biden, che questa settimana vedrà anche Bolsonaro, in una sorta di gara al peggio.

Realpolitik per ora in una sola direzione, che conferma come in tempo di crisi le alleanze “strategiche” hanno la precedenza sugli obiettivi morali come democrazia, politiche sociali, diritti civili e clima.


ENNIO REMONDINO

Giornalista prima nella carta stampata, poi 40 anni di radio televisione, per finire col web. Inviato speciale al Tg1 tra terrorismo, trame e mafia, corrispondente estero Rai per 'Europa centro sud orientale' con sedi successive a Belgrado, Gerusalemme, Berlino e Istanbul. Reporter nelle guerre balcaniche, dall'assedio di Sarajevo ai bombardamenti Nato sulla Jugoslavia per il Kosovo, in Iraq, Medio Oriente, Afghanistan. Ora, 'diversamente giovane', Remocontro.it per non perdere il vizio

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