L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 giugno 2022

Non sarà un pranzo di gala per il mondo multipolare che avanza

Cina, Italia, Brics, mondo multipolare



Ho già ospitato Fausto Sorini su questo blog con un suo intervento. Il più letto in assoluto. 4 settimane fa gli ho chiesto un’intervista, mi ha fatto attendere ma vi assicuro che ne è valsa la pena, come potete leggere.

Fausto Sorini, dirigente Pci e Rifondazione poi, responsabile esteri del Pdci, decenni di relazioni con tanti paesi al mondo, in primis Urss e Cina, dice la sua sulla situazione attuale. Sono felice che me l’abbia concessa, voglio bene a Fausto, ogni tanto lo faccio penare, ma lui, uomo di mondo, si fa scivolare il tutto. E’ tramite lui, assieme a Vladimiro Giacchè, che ho avuto una lunga collaborazione con Marx 21.

Molti di quegli scritti fanno parte del libro Piano contro mercato. Fausto mi ha invitato come relatore diverse volte a convegni con accademici cinesi di cui sono tuttora molto orgoglioso. Non collaboro da un po’ con Marx 21, ogni tanto mando materiali, ma il rapporto con Fausto non è mai venuto meno. Parla bene de Lantidiplomatico dove scrivo da anni, mi sostiene e mi aiuta. Un amico, insomma.

Buona lettura.

Nell’intervista che ho concesso all’Antidiplomatico mi contesti il quadro che dò della Cina nel periodo denghista, vedendolo come un approccio sindacalese e non politico. La tua opinione della Cina di quel periodo qual’è?

Non ho detto “sindacalese”, ma troppo economicistico.

Esistono almeno due fasi della direzione di Deng. La prima è quella che inizia con le riforme annunciate nel 1978, che traggono la loro origine da una considerazione critica sul modello sovietico di statalizzazione integrale dell’economia. Un modello che in quegli anni sta producendo crisi e stagnazione, e che Deng considera comunque inadeguato per la Cina, che ha come primo problema quello della modernizzazione e dell’uscita dal sottosviluppo.

Deng riprende, in un contesto diverso, il Lenin della Nep ed elabora un modello di lunga transizione in cui piano e mercato, pubblico e privato, devono coesistere e integrarsi proficuamente. Siamo in presenza di un approccio non meramente economicista, ma di una inedita teoria generale della transizione al socialismo.

Esiste poi una seconda fase della direzione di Deng, che segue alla crisi e poi al crollo dell’Unione Sovietica. Sono gli anni di Tienanmen, in cui anche la Cina rischia una forte destabilizzazione e persino un crollo del sistema.

In questa fase Deng reagisce con ferma e necessaria durezza, riporta la situazione sotto il controllo del partito e dello Stato e scoraggia ogni tentativo dell’imperialismo di far fare alla Cina la stessa fine dell’Urss.

Seguono gli anni di Jang Zemin, che pone al centro l’esigenza di uno sviluppo economico accelerato, anche a costo di gravi squilibri economici e sociali tra regioni e gruppi sociali. Ma la ragione è sempre politica: solo se la Cina accelera la sua modernizzazione è in grado di far fronte alla crescente minaccia di un imperialismo reso più baldanzoso dal crollo dell’Urss.

Dopo Jang Zemin, che ottiene grandi successi in termini di sviluppo e crescita economica, verrà – dialetticamente e in modo complementare – la fase della direzione di Hu Jintao, caratterizzata da un grande sforzo di riduzione degli squilibri sociali e territoriali. Una fase oggi consolidata dalla direzione di Xi, ma che richiederebbe un’analisi a parte per la sua rilevanza.

In estrema sintesi: non siamo in presenza, dal 1978 a oggi, di scelte meramente economiciste, bensì dettate da una visione teorico-politica profonda della transizione al socialismo in un contesto internazionale in cui le minacce imperialiste alla sicurezza della Cina sono ancora molto forti; e che richiedono una economia forte e competitiva su scala mondiale, ancorché orientata al socialismo.

La Cina basa tutto sul partito, sulle consultazioni dal basso che permettono di stare vicino alle richieste della popolazione e a mandare avanti i quadri solo per meriti e capacità. Finora questa è stata la sua forza, piaccia o meno agli occidentali. Nel futuro che prospettive vedi?

Credo che finché la Cina si sentirà minacciata dall’imperialismo nella sua sicurezza e piena sovranità non allenterà il controllo anche istituzionale del partito sulla vita interna del Paese. Un controllo che è politico, ideologico ma anche meritocratico (rossi ed esperti, diceva Mao). Ovvero: non vi sarà alcuno spazio politico per forze interne legate alle grandi potenze imperialiste, Stati Uniti in primo luogo.

Ritengo invece che vi sarà un graduale allargamento dello spazio politico e intellettuale per tutte le forze che si muove dentro il quadro e le compatibilità della Costituzione cinese, ivi compresi quegli 8 partiti che fanno parte del Fronte nazionale e che non sono una finzione, come sa bene chi conosce la Cina in profondità.

Credo anche che vi sarà un allargamento di forme di consultazione interna ed esterna al partito, anche con candidature plurali, nella elezione dei gruppi dirigenti del partito e dello Stato: dal livello locale (dove esse sono operanti da molti anni), via via verso i livelli superiori. Una sperimentazione del genere è in corso da anni in alcune situazioni; e quando tale sperimentazione sarà conclusa, così come avvenne per le zone speciali, verranno avviate le relative generalizzazioni o estensioni su scala nazionale.

Questo non avverrà seguendo i criteri della democrazia liberale occidentale (e perché mai dovrebbe, considerati i limiti crescenti e i processi degenerativi che la caratterizzano, a partire da un astensionismo che sfiora ormai il 50%?); esso avverrà sperimentando forme inedite di democrazia socialista che forse – se ragioniamo senza pregiudizi – hanno ed avranno qualcosa da insegnare anche a noi, che non abbiamo alcun diritto razionale di considerarci il migliore dei mondi possibili.

E’ vero: la democrazia è un valore universale. Ma le sue forme concrete di attuazione sono storicamente determinate, e non ammettono modelli astratti e immutabili.

Si è passati dall’accordo della via della seta del 2019 al raffreddamento dei rapporti italo cinesi. Come ci vedono ora i cinesi e che sviluppi benefici per noi ci possono essere?

I dirigenti cinesi conoscono bene il nostro Paese, più di quanto noi conosciamo il loro. E sanno bene che il nostro è un popolo amante della pace e della cooperazione con tutti gli altri popoli e Paesi, indipendentemente dal loro sistema politico e sociale.

I due governi Conte, soprattutto il primo, avevano manifestato una volontà significativa di ampliare la cooperazione con Russia e Cina, in sintonia con le aspirazioni largamente maggioritarie nel nostro popolo. E ciò aveva creato grosse e dichiarate inquietudini negli ambienti politici italiani (PD in testa), che hanno fatto della fedeltà euro-atlantica, prona ai voleri degli Usa, una vera e propria religione.

Ciò ha portato alla crisi prima del Conte 1, poi del Conte 2, e all’ascesa di Draghi ad una premiership di tipo monarchico. Ciò ha portato anche ad una politica di crescente ostilizzazione verso Russia e Cina, accentuatasi in modo esponenziale con la crisi Ucraina e l’allineamento del governo italiano alla linea degli Usa e della Nato.

Ma i cinesi hanno una pazienza millenaristica, e sanno molto bene che alla lunga (e già i primi segni si avvertono) una linea come quella di Draghi, che non corrisponde alle aspirazioni della grande maggioranza del nostro popolo e agli interessi generali della nazione, verrà prima o poi superata e sostituita da posizioni più avanzate e collaborative. Nell’interesse reciproco di Cina e Italia. E’ solo una questione di tempo.

Il Pil dei Brics allargati ha ormai superato il Pil occidentale, a parità di potere d’acquisto. Che effetti avrà questo nel mondo multipolare e nelle relazioni internazionali?

Avrà un effetto dirompente. Se il secolo scorso è stato dominato dalla triade imperialista Usa, Ue, Giappone (che all’indomani della seconda guerra mondiale esprimevano oltre il 75% del PIL mondiale), il prossimo secolo (il 22°) vedrà l’affermarsi compiuto di un mondo multipolare in cui almeno i due terzi del PIL mondiale saranno espressi dai BRICS e dai paesi a loro affini.

La principale potenza imperialista che la storia dell’umanità abbia mai espresso, gli Stati Uniti d’America, sarà solo dei principali poli del sistema mondiale.

Quello che stiamo vivendo in questo secolo è il processo di transizione da un mondo ad un altro.

Gli Stati Uniti cercano disperatamente di arrestare questo processo puntando sulla superiorità militare, sulla guerra o sulla minaccia di guerra, fino alla minaccia di una terza guerra mondiale. Ma il potenziale di ritorsione (nucleare e non) delle potenze che essi vorrebbero subalterne (tra cui Russia, Cina, India, Pakistan, Iran…) è tale da scoraggiare avventure militari globali.

Naturalmente non si può escludere che, nonostante ciò, possa prevalere a Whashington un gruppo dirigente alla Stranamore, di tipo hitleriano, che possa portare l’umanità vicina all’autodistruzione. Né si può escludere (non siamo deterministi) che l’Occidente capitalistico e imperialistico – che non è una tigre di carta – sia ancora in grado di produrre un salto scientifico e tecnologico (con relative applicazioni militari) capace di dotarlo, per una certa fase, di una superiorità strategica così grande e superiore all’attuale, tale da consentirgli di mettere in ginocchio o di ricattare pesantemente i suoi avversari, cercando pure di dividerli.

Anche per questo è fondamentale che il progresso scientifico e tecnologico dei Paesi che aspirano ad un mondo multipolare e di pace sia sempre in grado di tener testa e possibilmente superare quello dei fautori di guerra. Cina, Russia e India hanno fatto grandi progressi in questo campo, ma non ancora tali da considerare trascurabile il vantaggio che gli Stati Uniti conservano in alcuni campi, con le relative e inquietanti ricadute militari.

Ormai si è capito che l’asse russo cinese nonostante tutto è forte, gli Usa e l’Ue non ci stanno e attaccano sui due fronti, chi con sanzioni chi, al momento, con guerre commerciali. Come andrà a finire?

A questa domanda ho già risposto sostanzialmente nel punto precedente. Sarà un processo storico-politico lungo, con avanzamenti e arretramenti, come tutti i processi rivoluzionari. E non sarà un pranzo di gala.

Noi in Italia, uomini e donne amanti della pace, dobbiamo fare la nostra parte, che in ambito internazionale può essere così riassunto: una collocazione dell’Italia per una politica di pace, cooperazione e sovranità a 360°.


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