L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 19 giugno 2022

Più sale la differenza tra i tassi d'interessi tra la Fed e la Bce e più l'euro si svaluta nei confronti del dollaro, cioè Euroimbecilandia deve comprare le materie prime ad un costo più alto. Il classico gioco degli Stati Uniti si ripete e scarica interamente sugli euroimbecilli la sua crisi, questa volta doppia per le sanzioni, atti di guerra, che l'Occidente attua nei confronti della Federazione Russa che detiene materie prime fondamentali come petrolio e gas. Costi di produzione alle stelle, inflazione certa insieme alla recessione e siamo nel pieno della STAGFLAZIONE


Cambio euro-dollaro verso la parità, ecco perché il rialzo dei tassi BCE non basta a scongiurarlo
Il rialzo dei tassi BCE a luglio non sta rafforzando il cambio euro-dollaro, che torna a tendere alla parità. Ecco le cause.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 18 Giugno 2022 alle ore 06:34


Mercoledì è stata una giornata chiave per i mercati finanziari e il forex. La BCE ha tenuto un board d’emergenza per segnalare l’intenzione di difendere i bond più deboli dell’Eurozona con un piano anti-spread. Poche ore più tardi seguiva il rialzo dei tassi d’interesse dello 0,75% da parte della Federal Reserve. Il costo del denaro negli USA è salito al nuovo range 1-1,75%. Secondo le stime dello stesso istituto tramite i cosiddetti “dot-plots”, alla fine dell’anno dovrebbe salire al 3,375%. Il mercato sconta tassi al 4,25% per dicembre. Sostanzialmente, d’ora in avanti la FED li alzerebbe al ritmo dello 0,75% per tre volte e dello 0,50% per una volta.

Cambio euro-dollaro verso la parità

Il cambio euro-dollaro, che dopo il board BCE del 9 giugno si era allontanato dalla parità, è tornato a tendervi in settimana. Mercoledì sera, risultava sceso ai livelli più bassi dal 2002. Ciò dipende certamente dalla divergenza monetaria attesa per i prossimi mesi tra USA ed Eurozona. E’ vero che ci sarà un rialzo dei tassi BCE a luglio, ma solamente dello 0,25% a -0,25%. Nel frattempo, i tassi FED saliranno al 2,25%. Le distanze stanno aumentando, non diminuendo.

I mercati, poi, hanno paura che la BCE non riesca a fare neppure quel poco che ha promesso o, comunque, non potrà fare molto di più per combattere l’inflazione. Senza un rientro degli spread, la stretta monetaria alimenterà tensioni interne, che aggraveranno il quadro economico già compromesso dalla guerra. Dunque, il cambio euro-dollaro s’indebolisce anche in previsione di una congiuntura più negativa nell’Eurozona che negli USA.

Inflazione futura più grave in Europa

E c’è di più. I prezzi alla produzione in aprile sono esplosi nell’Eurozona del 37,2%, a fronte di un tasso d’inflazione all’8,1% a maggio.In genere, i primi anticipano di qualche mese l’andamento del secondo. Del resto, se le imprese all’ingrosso aumentano i prezzi, prima o poi questi aumenti arriveranno ai consumatori, altrimenti significa che qualcuno nella filiera ci abbia rimesso. Qualche punto percentuale può sempre essere assorbito, ma non decine di punti come nel caso attuale. O assistiamo al fallimento generalizzato del commercio e delle imprese che lavorano direttamente con il cliente finale o all’esplosione dell’inflazione. In entrambi i casi, la situazione sarebbe critica.

E negli USA? A maggio i prezzi alla produzione sono aumentati del 10,8%, mentre l’inflazione ha accelerato all’8,6%. Anche qui i primi sono superiori alla seconda, ma di poco. E risultano in decelerazione dal +11,5% annuale registrato a marzo. Significa che grosso modo il peggio per i consumatori americani sarebbe alle spalle e, male che vada, nei prossimi mesi accuseranno un’inflazione stabile. In teoria, ciò implica anche che la FED avrà un compito meno arduo da svolgere per stabilizzare i prezzi interni. Viceversa, la BCE potrebbe trovarsi a combattere un’inflazione alta e in accelerazione con un’economia in caduta.

Il compito difficile della BCE

La debolezza del cambio euro-dollaro sarebbe il riflesso proprio di questa diversità di prospettive. L’Eurozona non ha solo un problema d’inflazione. L’area è minacciata dalla guerra alle porte e al suo interno dalla tenuta dei PIGS. Qui, il rialzo dei tassi si rivela sempre più doloroso per le divergenze che esso genera sul piano delle conseguenze tra gli stati membri. Non è casuale che la BCE non sia riuscita ad alzare il costo del denaro sin dal lontano 2011. E di occasioni per farlo ne avrebbe avute, specie nel 2017 con Mario Draghi ancora governatore.

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