L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 25 giugno 2022

Putin ha seppellito il mondo unipolare, il dopo (presente futuro) è tutto da scoprire, da immaginare, ma la soluzione viene dal rapporto sintetico con la madre terra

Aiutare il nuovo pensiero a nascere
Riflessione aperta
di Pierluigi Fagan
19 giugno 2022

Ho iniziato l’ennesima fase di studio di ciò che attiene all'immagine di mondo, il nostro sistema di pensiero generale. Il sistema di pensiero è debitore di molte influenze. Si dovrà considerare la società e l’ambiente in cui il pensante è immerso, il suo organo parte di un corpo, la storia evolutiva (quantomeno a livello di classe, ordine, genere e specie) del macrosistema di appartenenza, più quella specifica (etnia, genere, classe sociale etc.). Leggevo quindi “Mente e cervello” dello storico della scienza M. Cobb (Einaudi) il quale ricostruisce lo studio umano dell’organo (cervello) e della funzione (mente), dai Greci ai giorni nostri.

Sebbene l’organo che si indaga appartenga di natura al regno della biologia, la stragrande maggioranza delle metafore ed analogie che guidano l’indagine sono di natura tecnologica. Con l’eccezione di qualche naturalista tedesco del XVIII secolo che andava per boschi, alberi e radici; il campionario delle metafore ha collezionato: mulini, sistemi idraulici, sistemi meccanici, orologi, macchine a vapore, centraline telefoniche, computer, Internet. Tutta roba morta per cercar di comprendere una cosa viva, essenza della vivezza potremmo dire.

Questo sbilanciamento verso il macchinismo è stato poi inquadrato nel meccanismo logico dicotomico (la dialettica semplice ovvero su due termini) generando la reazione degli spiritualisti. Ingegneri ed artigiani da una parte, spiritualisti e metafisici dall'altra. In mezzo, un organo biologico, dentro un corpo vivo, che ha una storia evolutiva complessa e che si forma compiutamente, agisce e si modifica di continuo (poiché propriamente adattativo) in relazione al fuori di noi, che sia natura o società (in realtà senza “o”, ma con “e”).

Cobb riferisce cose che ho già letto in altri testi di biologia ovvero di come molti studiosi si stiano ribellando all’enorme mole di dati che provengono da progetti di ricerca sempre più matematizzati, una massa enorme ed abbastanza inerte di informazioni nata dalla implicita convinzione che da tanta quantità uscirà prima o poi una nuova qualità. Fatto questo che esiste, ma che non è detto sia una legge, potrebbe essere una regola dal campo di applicabilità più o meno limitato, non sappiamo quanto. Anche qui si sconta il problema delle analogie tra campi diversi. Si verifica che spesso dalla quantità crescente emerga una nuova qualità, ma nelle forme storiche del pensiero, forse il meccanismo è diverso.

Ora qui non possiamo entrare nel merito, ma sia di riferimento il passaggio dalla mentalità medioevale a quella moderna, una transizione lunga almeno tre secoli o forse più. Furono innumerevoli i cambiamenti di assetto dei singoli pensieri (delle logiche, delle categorie etc.) all’interno dell’immagine di mondo ed avvennero in varie singole menti, poi in mentalità collettive, sempre sotto la pressione di aventi esterni, storici, sociali, culturali.

Fu proprio, in generale, il cambio di attitudine umana individuale e collettiva (non esiste l’un termine senza l’altro) da una posizione potremo dire passiva e speranzosa di taglio medioevale alla posizione attiva manipolatoria del periodo moderno, a connotare il passaggio. E fu questa nuova attitudine al “darsi da fare concreto” a muovere esplorazioni, sperimentazioni, manipolazioni da cui la nostra grande considerazione per le nostre capacità di creare cose usate poi a metafore per comprendere cose naturali. Peccato che noi si crei cose morte mentre le cose naturali sono vive, nessuno le ha progettate o create, tanto meno noi. Alcuni di “noi” vi hanno a che fare come gli agricoltori o gli allevatori o le mamme o i medici, una volta c’erano i “naturalisti” (vedi Darwin) specie intellettuale ormai scomparsa in un rivolo di specializzazioni prive di visione complessiva (quindi complessa). Ma non sono questi gli eroi della conoscenza moderna, per lo più, sono artigiani, ingegneri, informatici, tecnici, scienziati vari e matematici.

Tra i biologi, quindi, si sta ingenerando la convinzione che se da una parte abbiamo sempre più dati e quindi quantità, ci mancano teorie e quindi nuova qualità. Cito spesso lo storico dell’economica R. J. Gordon, il quale un po’ con il ruolo del solitario scettico (lo scetticismo fu la vera filosofia d’accompagno alla precedente transizione tra mentalità medioevale a quella moderna), ha sostenuto dati alla mano (corposi e concreti), che negli ultimi settanta anni, noi non si sia davvero inventato nulla di significativo. Si riferiva alle invenzioni generali quali la teoria atomica o termodinamica, l’elettricità o la chimica, le macchine a vapore e la nascita delle telecomunicazioni, campi da cui poi sono nati complessi sistemi ramificati di invenzioni pratiche, innovazioni, prodotti, che hanno poi cambiato il nostro modo di stare al mondo.

Sembra quindi potersi leggere un possibile parallelo tra le fertilità creativa del pensiero della prima metà del Novecento (quantistica, relatività, modello standard, DNA, vari avanzamenti nella chimica, la stessa nascita della prima ecologia) come onda lunga del XIX secolo e la deriva applicativa e sempre più specializzata della seconda metà, deriva piena di cose utili s’intende, ma sempre più quantitativa e sempre meno qualitativa. Così anche per il motore dell’innovazione economica. Ma potremmo forse generalizzare in senso più ampio anche alle discipline umanistiche o storico sociali.

Sembra potersi dire, con cautela poiché forse il nostro sguardo è ancora troppo dentro il periodo che stiamo giudicando che è poi quello in cui viviamo, che la fase storica di questi decenni alle spalle è stata la linea discendente di una curva logistica. In effetti, in molti campi del pensiero, si notano troppe ingombranti presenze di formalismi e quando ci sono solo formalismi e nessuna vera novità è sintomo del fatto che stiamo decadendo, decrescendo, invecchiando, finendo un ciclo.

Continuando la riflessione e virando sull'attualità stretta, leggevo stamane un articolo di un giornalista di un quotidiano nazionale che, commentando il discorso di Putin di ieri, si faceva delle domande e dava delle risposte. Alla domanda “Ma è vero che il mondo unipolare è finito?” si rispondeva: “Sì, ma …”. Quello che aggiungeva dopo il “ma” è ininfluente, è influente il “Sì”, pare ormai esser diventata una verità condivisa questa fine dell’ordine mondiale, se ne parla da più parti come cosa ormai con cui fare i conti. Ecco, “fare i conti”. Di solito intendiamo l'espressione come un richiamo alla computazione, ma forse dovremo intenderlo più in senso metaforico.

La riflessione collettiva su questo fatto, l’analisi delle sue ragioni e le ipotesi sulle sue conseguenze, forse dovrebbe vederci più impegnati. Il pensiero collettivo è per lo più acritico ma c’è anche molta critica, per fortuna. Tuttavia, nessuno dei due atteggiamenti è creativo, non sfida quello che c’è dopo, cosa potrebbe essere, come potrebbe essere, cosa dovremmo fare nel nostro interesse per adattarci al nuovo scenario del mondo. I critici del modo moderno occidentale, i critici del capitalismo, dell’egemonia del quantitativismo anglosassone, del decadentismo postmodernista, cosa vedono nel “dopo”, cosa immaginano, che coordinate possono ipotizzare per aiutare il pensiero a svincolarsi dalla triste discesa della sua curva flettente?

Forse qualcuno dovrebbe tentare di svincolarsi sia dall'ossessivo criticismo che per altro ha adepti a sufficienza, sia dalla linearità con cui continuiamo a replicare vecchie teorie molte addirittura della fine del XIX secolo e tentare un salto. Un salto che aiuti a fendere le nebbie di ciò che sarà dopo perché se non cominciamo ad immaginarlo, non lo costruiremo e se non lo costruiremo avremo solo macerie di ciò che sta crollando. Ci mancano architetti del pensiero perché la stasi dei nostri modi di pensare è un problema di architettonica, non di carpenteria.

E’ il momento dell’ostetricia del pensiero, aiutare a far nascere nuovo pensiero. Prendetela come una invocazione, una speranza, un non sapere ancora cosa ma sapere che, qualunque cosa sia, ci manca.

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