L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 4 luglio 2022

Aggressore-aggredito senza il pregresso di Minsk2 ed un possibile Minsk3 questa è la disinformazione del clero televisivo, del Circo Mediatico. Per chi vuole essere informato, gli Accordi di Minsk scadevano il 22 febbraio 2022.

Esercizio di storia controfattuale
di Pierluigi Fagan

La c.d. “storia controfattuale” è un esercizio del pensiero basato sulla domanda: “che cosa sarebbe successo se…”. Può avere diversi usi e fini, può servire ad esplorare in ipotesi percorsi alternativi, bivi in cui invece che A se B, anche per capire meglio cosa si è rischiato o cosa si è perduto seguendo un diverso percorso che è stato poi quello della storia fattuale.

Faremo l’esercizio domandandoci “che cosa sarebbe successo se… l’Europa avesse proposto all’Ucraina di rinunciare alla propria volontà di candidarsi per l’entrata nella NATO in cambio del riconoscimento dello status di candidato ad entrare nell’UE prima del 24 febbraio scorso?”. Aggiungendovi una subordinata ovvero l’imposizione come inizio del percorso auspicato, di un ritorno ad un tavolo di trattativa intitolato Minsk3, ovviamente previa verifica di pari volontà da parte della Russia.

Molti commentatori della guerra in Ucraina sembrano essersi svegliati ovvero aver preso in oggetto l’argomento, il 25 febbraio. È quello che intenzionalmente la centrale psico-cognitiva che indirizza il campo del discorso pubblico ha stressato in tutti i modi imponendo il frame “aggressore-aggredito”.

Non doveva esserci storia pregressa a confondere giudizi ed opinioni, sebbene mai s’è visto alcun fenomeno del mondo, naturale o storico, privo di catene causative precedenti.

È così sfuggito a questi commentatori del giorno dopo che, a suo tempo, Germania e Francia, avevano sovrainteso a processi diplomatici di mediazione sulla difficile convivenza tra i due stati confinanti. Si era anche giunti ad accordi che poi non sono stati implementati, si dice “dall’una e dell’altra parte”. Sospendiamo analisi e giudizio su questo fatto che gli accordi vennero traditi “dall’una e dall’altra parte” e concentriamoci sulla domanda “cosa hanno fatto Francia e Germania che si erano posti a mediatori e garanti degli accordi?”. Niente.

Ma come? Se ti poni a ruolo e garanzia di un accordo di mediazione, ne sei tutore ed arbitro. Se l’accordo è infranto, l’arbitro dovrebbe comminare una punizione, altrimenti che arbitro è? Abbiamo poi scoperto che esiste uno strumento di pressione nelle relazioni internazionali, le sanzioni. Perché non si applicarono sanzioni a coloro che secondo gli arbitri avevano disatteso gli accordi? La guerra in corso ha radici nel fallimento del Protocollo Minsk 2, quindi un Minsk 3 avrebbe dovuto sostituirlo, ma pare che ad un certo punto, a Germania e Francia, il ruolo di mediatori garanti è cominciato a pesare e si sono defilate. Molte forze, dall’anglosfera ai paranoici-bellicosi paesi euro-baltici, dall’estremismo fascio-nazionalista ucraino a settori russi e financo delle due future auto-proclamate repubbliche secessioniste, hanno lavorato contro. Ma ogni accordo che tenta di trovare una soluzione mediana al sottostante conflitto implicito ha forze contrarie ovvero più favorevoli al conflitto che agli accordi.

Un ipotetico Minsk 3 avrebbe dovuto e potuto mettere sul piatto degli incentivi non solo la buona volontà e la semplice razionalità che le guerre è meglio evitarle, logica che ai tempi sembrava ben condivisa da ucraini e russi, ma proprio il riconoscimento dello status di candidato all’UE, sogno unificante gli ucraini e già motivo apparente del pasticcio Maidan che cambiò radicalmente il corso politico ucraino. Le sanzioni potevano, al tempo, esser lo strumento punitivo e correttivo per legare i contendenti all’accordo. Sappiamo tutti bene che il “riconoscimento” ha valore più simbolico che altro, dà forma alla scarsa sostanza delle aspettative, ma politicamente ha un suo peso in tutta evidenza.

Evidenza che però ci è chiara solo oggi dopo migliaia di morti, distruzione materiale, avvelenamento diplomatico, svolte insensate verso economia di guerra e ripresa di spesa militare in tempi in cui l’economia va male di suo e l’inflazione, la climatologia, la complessità geopolitica crescente per sue dinamiche endogene, promettono tempi ancor più complicati.

Il fatto assai semplice è che così come con la finta logica dell’aggredito-aggressore, oggi si dice che non potrà esserci alcuna pace tra i due contendenti visto che i russi vogliono la Novorossiya e gli ucraini cacciarli dal territorio fino anche alla ripresa della Crimea. Eppure, appena due anni fa, un presidente ucraino anche più nazionalista di Zelensky e lo stesso Putin per parte russa, quegli accordi li avevano firmati. Putin non vagheggiava di diventare il nuovo zar di tutte le Russia e gli ucraini avevano ingoiato il rospo della Crimea senza neanche un ruttino, ai tempi?

La verità è che tali questioni “prima” hanno margini di manovra diplomatica stante che secondo logica reale e non fittizia, ucraini e russi sapevano che trovare una quadra era ben meglio che ficcarsi nel pasticcio che oggi vediamo compiersi, “dopo” no.

La conclusione dell’esercizio allora ci sembra esser che Francia e Germania, ai tempi pure convinte che loro erano l’Europa e gli altri erano comparse di secondo piano, hanno fallito tragicamente. L’Europa ha fallito tragicamente, le sue élite, le sue opinioni pubbliche, i suoi intellettuali privi di intelletto e soprattutto onestà intellettuale nel riconoscere le ampie voragini di conoscenza che fanno di questo intelletto contemporaneo un emmenthal svizzero con più buchi che formaggio, più forma che sostanza.

Una meta-conclusione dell’esercizio ci dice anche un’altra cosa utile: noi siamo irriflessivi. Noi esuberiamo nell’esercizio critico, ma se l’esercizio critico non lo applichiamo mai a sé stesso, se cioè non critichiamo la facoltà critica per vedere dove ha sbagliato, cosa non ha considerato, cosa ci siamo dimenticati di considerare, noi ci perdiamo il contenuto del nostro pensare e del nostro dire. Non apprendiamo dagli errori e così, come diceva Santayana: “Chi non conosce la storia è destinato a ripeterla”.

Un bel modo per affrontare l’era complessa, una vera e propria garanzia di catastrofe annunciata. Ah, dimenticavo, gli Accordi di Minsk scadevano il 22 febbraio 2022.


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