L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 luglio 2022

Draghi al governo un fallimento completo! Ci voleva inoculare tutti e per questo ha fatto della menzogna il suo verbo, ha buttato discredito e tolto diritti a chi non voleva far da cavia ai vaccini sperimentali, fatto ciò si aspettava a salire al Quirinale l'ha detto in maniera manifesta, ma Mattarella Mattarella è stato furbissimo e allora ha cercato e trovato il pretesto di scappare, altro che statista si è confermato un vile affarista. A si, è stato protagonista ad inimicarci la Russia che ci ha sempre considerato un popolo amico

Trenta anni di messia salvatori della patria e l’Italia resta sull’orlo del fallimento
La crisi del governo Draghi svela che l'Italia sia una nazione senza più alcuna bussola e un briciolo di onestà intellettuale
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 19 Luglio 2022 alle ore 06:33


Cosa farà il premier Mario Draghi domani? Confermerà al Parlamento le dimissioni di giovedì scorso o tornerà sui suoi passi per “responsabilità”? Nel frattempo, si moltiplicano gli appelli di sindaci, professori universitari, categorie produttive e giornali, affinché il governo resti in carica, in un crescendo emotivo tanto patetico quanto ridicolo. Draghi deve restare per realizzare le riforme (quali?) per fare uscire l’Italia dalla crisi. Draghi deve restare perché deve “salvare l’Italia”. Draghi deve restare perché ha uno standing internazionale come nessun altro. Draghi deve restare perché dopo di lui il cielo si oscurerà e l’angelo suonerà un altro squillo di tromba.

Intendiamoci, la crisi di governo non fa bene all’Italia. Essa cade in una fase critica per l’economia, con l’inflazione mai così alta dal 1986, lo spettro della recessione che avanza, lo spread che galoppa sui mercati finanziari e la crisi geopolitica peggiore vissuta dall’Europa sin dalla Seconda Guerra Mondiale. L’Italia ha bisogno nell’ordine di:recuperare presto potere d’acquisto;
  • aumentare l’occupazione;
  • accelerare il ritmo di crescita nel lungo periodo;
  • risanare i conti pubblici;
  • liberalizzare e privatizzare interi comparti;
  • riformare la macchina istituzionale.
Governo Draghi finito

Spiace dirlo, ma se Draghi rimanesse in carica fino alla fine della legislatura, non sarà nelle condizioni di fare alcunché di tutto ciò. Non perché non ne sia capace o non ne abbia la volontà, bensì perché parliamo di altri 4-5 mesi effettivi di governo e, soprattutto, si reggerebbe sulla stessa maggioranza parlamentare che finora gli ha impedito di governare sul serio. L’esecutivo è ormai paralizzato da gennaio, cioè da prima che fosse rieletto alla presidenza della Repubblica Sergio Mattarella.
I partiti non hanno alcuna visione comune sul da farsi. In un anno pre-elettorale puntano semplicemente a piantare una qualche bandierina ideologica. Si vedano lo “ius scholae” e la marijuana libera per il PD, l’abrogazione del reddito di cittadinanza per Lega, Italia Viva e Forza Italia.

Trenta anni di salvatori della patria

Non c’è alcun motivo per credere che quello che il governo Draghi non sia riuscito a compiere in 18 mesi, possa farlo nei prossimi 4-5. Ma a preoccupare è il clima patetico che sta sviluppandosi attorno alle dimissioni del premier. I media e parte consistente del potere economico dipinge Draghi come un salvatore della patria. Nulla di strano, se non fosse che sia l’ennesimo di una lista ormai trentennale. Era il 1993 quando a “salvare l’Italia” ci pensò Carlo Azeglio Ciampi, già governatore della Banca d’Italia e futuro capo dello stato. Senonché meno di due anni più tardi il ruolo di messia toccò a un secondo premier tecnico: Lamberto Dini, ex dirigente del Fondo Monetario Internazionale.

Siamo nel novembre 2011 e fu l’ora di Mario Monti, professore bocconiano, idolatrato e incensato quasi all’unanimità da stampa e poteri economici. Finì nel dimenticatoio prima ancora che riuscisse a memorizzare tutte le stanze di Palazzo Chigi. Qualche anno dopo, lo stesso rispetto toccò a Matteo Renzi. Avrebbe salvato l’Italia grazie alle riforme. I giornalisti si sperticarono in lodi quasi di mussoliniana memoria. Appena caduto il suo governo, la sua figura fu trattata quasi a macchietta del Bel Paese.

Italia sempre salvata e quasi fallita

Ironia della sorte, ad un certo punto persino Giuseppe Conte con il bis al governo con il PD fu considerato uno statista. La gestione della pandemia per gli stessi che oggi lo considerano un vigliacco al soldo di Putin fu considerata la prova provata del fatto di essere “il nuovo Churchill” tricolore. E adesso c’è Draghi. Nulla quaestio sulla qualità della persona. Una spanna sopra tutti, caratterialmente forse non facile per i partiti, ma senz’altro autorevole e intellettualmente onesto, roba rarissima da quelle parti.

Ebbene, c’è qualcosa che non quadra in questa narrazione alla ricerca spasmodica di un nuovo messia che ci salvi dal mondo bruto e cattivo. Se tutti da trenta anni salvano l’Italia, come mai l’Italia è sempre lì lì per fallire e necessita di essere salvata? Con Draghi al governo, abbiamo lo spread a 220 punti, un debito al 150% del PIL, un’economia che ha smesso di crescere dopo il balzo post-pandemico, un’inflazione alle stelle, insomma un paese che soffre. Colpa sua? Certo che no. E, però, dopo Ciampi-Dini-Monti l’Italia sarebbe stata già salvata. Così non è stato, evidentemente qualcuno dopo le lodi si è dimenticato di scriverlo.

Aspettative sul PNRR già sgonfiatesi

Eh, ma il PNRR? Si tratta di un programma che durerà fino al 2026, per cui andare ad elezioni anticipate non cambia una cippa. A proposito, sempre per la grande stampa italiana avrebbe dovuto salvarci dalla crisi e rilanciare la nostra economia. Sono bastati pochi mesi per capire quello che tutti gli italiani pragmatici sapevano già: non sarà così. La buona gestione dei fondi europei contribuirà alla crescita dell’economia italiana, ma non segnerà alcuna cesura con il passato. Infine, dimettendosi Draghi ha segnalato che la crisi del suo governo nasce da una maggioranza politicamente non coesa, che sta assieme solo per paura di nuove elezioni.

E’ naturale che la pensino così i parlamentari uscenti, incredibile che siano riusciti a convincere anche le categorie che ogni giorno lamentano la loro inettitudine dinnanzi alla crisi. Qui non serve l’ennesimo salvatore della patria, bensì una quantità industriale di onestà intellettuale che tutti abbiamo perso nel nome della faziosità a prescindere e della lotta senza quartiere al “nemico” politico di turno. Questa legislatura non ha più nulla da dire e dare. Ha già esitato tre governi di colore politico ciascuno totalmente differente dal precedente. Un quarto sarebbe inaccettabile.
C’è un limite anche alla presa in giro di sé stessi; si scade nell’auto-umiliazione.

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