L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 31 luglio 2022

e l'Italia regala le armi agli ucraini

Il punto sulle operazioni in Ucraina
30 luglio 2022


Le truppe russe nel Donbass continuano a registrare progressi e avanzano nei settori di Siversk e Bakhmut accompagnati da un pesante fuoco di artiglieria. Lo stato maggiore ucraino ha ammesso il 28 luglio la perdita del villaggio di Vershina nella zona di Artemovsk (Bakhmut) minacciata da est e da sud-est.

L’avanzata russa nella regione (oblast) di Donetsk ha portato anche alla conquista della seconda centrale elettrica più grande dell’Ucraina, Vuhlehirska, alimentata a carbone.

Reciproci scambi di accuse si registrano invece per il bombardamento del centro di prigionia di Yelenovka, nell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk, dove i razzi HIMARS ucraini avrebbero provocato almeno 53 morti e 75 feriti tra i prigionieri di guerra ucraini, soprattutto militari del Reggimento Azov catturati a Mariupol.


Kiev accusa i russi di aver colpito volontariamente il campo di prigionia per cancellare le prove delle violenze compiute sui prigionieri mentre Mosca (ma in passati molti militari del Reggimento Azov detenuti avevano detto ai famigliari di venire trattati con dignità) mentre le autorità della Repubblica popolare di Donetsk Mosca hanno precisato che erano presenti 193 prigionieri e accusano gli ucraini di aver colpito il centro di detenzione “deliberatamente”, per “impedire che i componenti del battaglione Azov testimoniassero in merito ai crimini commessi”.

Quanto alle operazioni, Mosca continua ad alimentare lo sforzo bellico ruotando in Ucraina reparti regolari provenienti da tutta la Russia ma evitando la mobilitazione generale, limitandosi a richiamare periodicamente qualche migliaio di riservisti per rimpinguare i ranghi.

Dalla stampa locale russa emerge che in molti oblast, specie a est degli Urali vengono costituiti battaglioni composti da volontari con pregressa esperienza militare che accettano di venire impiegati in combattimento.

Secondo l’intelligence britannico, che curiosamente pubblica ogni giorno un punto di situazione sul conflitto, anche i contractors del Gruppo Wagner finora impiegati per aliquote in diverse aree del fronte del Donbass potrebbero operare raggruppate in uno specifico settore.


Un dato che secondo Londra confermerebbe la carenza russa di reparti di fanteria benché valuti che sia “altamente improbabile che le forze Wagner siano sufficienti per fare una importante differenza nella guerra”.

Valutazioni che vanno prese con cautela poiché il fatto stesso che servizi d’intelligence producano bollettini di guerra quotidiani induce a ritenere che oltre a fornire informazioni riservate dal governo di Sua Maestà vengano impiegati per diffondere notizie utili a sostenere la causa ucraina e la tesi delle gravi difficoltà che incontrerebbero le truppe di Mosca.

Perdite e guerra dell’informazione

Alla guerra dell’informazione contribuiscono anche i numeri diffusi circa le perdite russe. Per lo staro maggiore ucraino i morti russi in battaglia avrebbero superato le 40.500 unità con la distruzione di 1.749 carri armati, 3.987 mezzi corazzati e blindati, 900 sistemi d’artiglieria, 258 lanciarazzi multipli, 117 sistemi di difesa antiaerea. 222 aerei, 190 elicotteri, 2.870 autoveicoli, 15 unità navali e 731 droni.

Il ministero della Difesa russo non riferisce più da tempo stime sulle perdite subite e inflitte al nemico ma il 25 luglio rivendicava dall’inizio delle operazioni il 24 febbraio, di aver distrutto 4.146 carri armati e mezzi corazzati ucraini, unitamente a 4.453 veicoli, 357 sistemi antiaerei, 763 lanciarazzi multipli, 3.185 obici, cannoni mortai, 260 aerei, 144 elicotteri e 1,600 droni/UAS.


Al Congresso di Washington è stato riferito che sono oltre 75 mila soldati russi che sarebbero stati uccisi o feriti dall’inizio dell’operazione speciale il 24 febbraio scorso.

“Siamo stati informati che più di 75.000 russi sono stati uccisi o feriti, un numero enorme, e oltre l’80% delle loro forze di terra sono impantanate”, ha spiegato alla CNN il deputato Elissa Slotkin, membro della Commissione Difesa della Camera Usa che recentemente ha fatto visita in Ucraina.

La fonte di tali cifre sembra però essere il governo ucraino stesso. “Penso che quello che abbiamo sentito con grande forza dal presidente ucraino Volodimir Zelensky è che gli ucraini vogliono davvero prendere a pugni la Russia un paio di volte prima che arrivi l’inverno, soprattutto colpendoli nel sud “, ha detto Slotkin,

Del resto è difficile credere che a 40 mila caduti russi corrispondano “solo” 35 mila feriti poiché generalmente in questo nei conflitti convenzionali i feriti sono in media tra 3 e 4 per ogni caduto.

Volendo ad ogni costo considerare affidabile il numero di 75 mila morti e feriti russi in oltre cinque mesi di operazioni sembrerebbe più affidabile una proporzione che veda circa 15 mila morti e 60 mila feriti

Slotkin ha aggiunto che esiste al Congresso la volontà bipartisan di autorizzare l’invio di missili a lungo raggio Atacms (impiegabili dai lanciarazzi campali HIMARS) all’Ucraina, che possono colpire fino a 280 chilometri.


A tal proposito però il Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, ha ribadito, la scorsa settimana all’Aspen Security Forum, che gli Stati Uniti non li avrebbero fornito perché potrebbero essere utilizzati per colpire in profondità il territorio russo.

Di certo da mesi fonti ufficiali e centri studi ucraini, britannici e statunitensi sostengono che la Russia abbia subito gravissime perdite in uomini e mezzi, abbia lasciato sul campo di battaglia il 30 per cento o più delle sue forze di combattimento e abbia esaurito oltre il 60 per cento delle sue riserve di missili.

Eppure, come ammettono le fonti militari ucraine, ogni notte vengono bersagliati obiettivi (civili secondo Kiev, militari secondo Mosca) in profondità in tutto il territorio ucraino.

Nella notte tra il 28 e il 29 luglio sono stati colpiti pesantemente obiettivi a nord di Kiev, Kropyvnytskyi (Ucraina centrale), Kharkiv (dove i russi sono tornati decisamente all’offensiva), Mykolaiv oltre a Toretsk e Bakhmut (Donetsk) e la regione settentrionale di Chernihiv.

Gli obiettivi di Mosca

In termini strategici non si può escludere che la Russia non abbia fretta di concludere il conflitto e di raggiungere gli obiettivi militari annunciati il 24 febbraio puntando invece a sostenere ancora a lungo il logorio bellico per puntare a incassare il progressivo indebolimento delle nazioni europee che sarà con ogni probabilità ancora più tangibile in autunno e in inverno quando carenza e alti prezzi dell’energia oltre a inflazione e all’esaurimento delle armi trasferibili all’Ucraina potrebbero mettere in seria difficoltà molti governi, la stessa Unione Europea e la già precaria stabilità dell’Euro.

Nel discorso tenuto al Forum Economico di San Pietroburgo il 17 giugno scorso, Vladimir Putin aveva evidenziato come l’Europa avesse rinunciato alla sua sovranità, appaltata agli Stati Uniti, prevedendo crisi economica, disordini sociali e il crollo di diversi governi europei.

Possibile quindi che Mosca valuti che il prolungamento del conflitto possa indebolire l’Europa al punto da mettere in crisi i rapporti con gli anglo-americani, veri propulsori del confronto militare con la Russia, minando la tenuta di UE e NATO.


Una strategia plausibile che potrebbe guardare anche alle difficoltà economiche degli Stati Uniti e all'effetto che potrebbero avere sulle elezioni di mid-term di novembre in cui una vittoria del Partito Repubblicano indebolirebbe l’Amministrazione Biden anche se non è detto che possa ridurre la volontà degli USA di sostenere l’Ucraina.

Se il fattore tempo giocherà davvero a favore di Mosca lo si vedrà nei prossimi tre/cinque mesi ma è innegabile che le difficoltà interne all’Ucraina stanno emergendo prepotentemente, evidenziate dalle numerose “purghe” attuate da Zelensky in tutti i settori e dalle critiche montate anche negli USA per l’eccessivo “divismo” del presidente ucraino, fuori luogo anche per un ex attore considerando la guerra in corso, come nel caso del servizio fotografico “glamour” realizzato da Vogue con la moglie in un set simil-bellico.

Il fronte di Kherson

Oleksiy Arestovych, consigliere presidenziale ucraino, ha sottolineato che i russi stanno conducendo un “massiccio ridispiegamento” di truppe in tre regioni meridionali. Negli ultimi giorni è stata segnalata una intensa attività militare con l’arrivo di rinforzi russi nelle regioni meridionali di Melitopol, Kherson e Zaporizhzhia.

Funzionari ucraini valutano che si tratti di unità tese a rafforzare le difese in vista della più volte annunciata grande controffensiva ucraina verso Kherson.


Diversi post, video e immagini sui social media ucraini mostrano il movimento di pesanti equipaggiamenti militari su treni e autostrade attraverso la penisola di Crimea e nella regione di Kherson. Altri video mostrano i convogli diretti verso la Crimea, attraverso il ponte di Kerch, da Krasnodar in Russia. I portavoce dello stato maggiore ucraino e del comando operativo ucraino del sud hanno rifiutato di commentare, ma l’ufficio del presidente ucraino in Crimea ha affermato che “il movimento di equipaggiamento militare, munizioni e personale dell’esercito russo continua in tutto il territorio della Crimea occupata”.

La propaganda ucraina del resto punta molto sui lanciarazzi campali occidentali M142 HIMARS e M270 MLRS per tenere alto il morale delle truppe oltre che per infliggere perdite al nemico. Kiev ha reso noto nei giorni scorsi di aver distrutto con i razzi di questi sistemi d’arma 50 depositi di munizioni e centri di comando e controllo russi.

Pare certo che almeno 15 razzi degli HIMARS abbiano reso inagibile il 27 luglio il ponte Antonivskyi sul fiume Dnepr, lungo un chilometro, nel settore meridionale di Kherson, che avrebbe subito gravi danni e sarebbe inagibile alle colonne di rinforzi russi: colpiti secondo Kiev anche il ponte Daryivka e la strada sulla diga Kakhovska.

Secondo il ministero della Difesa britannico questi danni provocati alle infrastrutture rendono “vulnerabile” la 49esima armata russa è di stanza sulla sponda occidentale del fiume Dniepr esponendo la città di Kherson al contrattacco ucraino.

In realtà i ponti sul Dniepr sono rimpiazzabili da strutture di barche dispiegabili in tempi rapidi dal Genio dell’esercito russo anche se in quel tratto il fiume è molto largo. Anche se colpiti, i ponti modulari sono rapidamente ripristinabili.


Nei territori delle regioni ucraine di Kherson e Zaporozhia, controllati dai russi, è in gioco anche una importante battaglia politica e simbolica.

Migliaia di passaporti russi sono stati consegnati agli abitanti che ne hanno fatto richiesta e l’agenzia di stampa russa RIA Novosti ha riferito che sono stati aperti dipartimenti provvisori del ministero dell’Interno di Mosca.

“Sul territorio delle regioni di Kherson e Zaporozhia sono state create le direzioni provvisorie del ministero dell’Interno e nelle zone sono stati inviati i relativi dipendenti per fornire assistenza pratica alle forze dell’ordine degli enti locali”.

Fin da subito dopo il successo militare che ha permesso di assumere il controllo di questi territori tra la Crimea e il Dniepr, reparti della polizia russa hanno iniziato a garantire l’ordine pubblico, la sicurezza stradale e a condurre le normali attività di sicurezza fornendo assistenza anche nella formazione dei dipartimenti di polizia locali. I nuovi dipartimenti dell’Interno russo si occupano anche dell’emissione di passaporti russi e del “contrasto alle manifestazioni di estremismo”.


Elementi che potrebbero indicare l’imminente avvio di referendum per l’annessione alla Russia di queste regioni, pianificati per settembre secondo fonti ucraine confermate ieri dal governatore di Kherson, Kirill Stremousov, che ha definito “bugie” le informazioni circa l’offensiva ucraina a Kherson “diffuse dagli occidentali”, e ha annunciato che la regione “nel prossimo futuro si lascerà alle spalle il neo-nazismo. Ci stiamo preparando a un referendum, che terremo. Spero che presto diventeremo un’entità territoriale della Federazione Russa a tutti gli effetti”.

Già nei giorni scorsi le autorità avevano annunciato la creazione di un comitato per la preparazione del voto.

Inevitabile quindi che iniziative tese a sottrarre territori alla sovranità di Kiev con il metodo del referendum, già applicato da Mosca in Crimea nel 2014, impongano oggi all’Ucraina di concentrare in questo settore eventuali sforzi militari tesi a riconquistare il terreno perduto. Scelta che imporrà Kiev di mobilitare sul fronte meridionale truppe, mezzi e armi occidentali rischiando così di favorire l’offensiva russa in Donbass, sul fronte orientale.

Il peso delle armi occidentali

L’impiego delle artiglierie occidentali, inclusi i lanciarazzi campali multipli HIMARS e MLRS non è detto che possa cambiare il volto alla guerra ma costituisce di certo un problema per i russi al punto da indurre il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ad annunciare che Mosca dovrà rivedere le sue mire geografiche nell’operazione speciale in atto i Ucraina.

Di fatto i russi sostengono la necessità di puntare ora a conquistare più territorio ucraino rispetto a quanto previsto inizialmente (Donbass, Kiev e i territori meridionali tra la Crimea e il Dniepr), per creare una fascia di sicurezza che abbia sufficiente profondità strategica per separare le sue retrovie dalle postazioni ucraine dotate di lanciarazzi campali multipli occidentali.


Il già citato consigliere presidenziale ucraino Arestovych ha affermato il 27 luglio che la strategia dell’Ucraina è isolare le forze russe: esiste un “determinato piano” delle forze armate ucraine per “isolare le operazioni militari” russe. “Non importa quanto il nemico superi le forze e le risorse sulla sponda occidentale del Dnepr, le forze armate ucraine le lasceranno prima senza depositi di munizioni, carburante, comunicazioni e comando, quindi ripuliranno i resti delle loro forze”, ha detto, aggiungendo che le forze russe hanno tre opzioni: “ritirarsi (se possibile), arrendersi o essere distrutti”.

Valutazioni forse eccessivamente ottimistiche considerata la situazione sul campo di battaglia dove ormai anche i reportage dei grandi media statunitensi rilevano le difficoltà delle forze ucraine persino rispetto alle massicce forniture di armi occidentali.


Non si tratta solo delle enormi quantità di armi che finiscono al mercato nero e in mano a trafficanti, tema che Analisi Difesa denunciò per prima l’11 marzo, e che negli ultimi tempi ha visto richieste di maggiori controlli presentate dalle autorità di Washington ed europee che hanno costretto Kiev a istituire un comitato di controllo e a mobilitare i servizi di sicurezza (SBU) per contrastare, almeno sulla carta, i trafficanti (nelle foto sopra e sotto un piccolo carico di armi e munizioni sequestrato dall’SBU a Dnepropetrovsk).


Ma il problema militare che sta emergendo in seguito all’afflusso di armi e mezzi occidentali è costituito dalle difficoltà logistiche e addestrative che devono affrontare le forze ucraine, composte oggi per lo più da coscritti con pochi mesi o addirittura settimane di addestramento alle spalle e costretto a gestire armi e veicoli dei modelli e tipi più disparati, spesso molto vecchi, con la difficoltà a gestirne la manutenzione e a disporre di ricambi che impongono spesso la cannibalizzazione dei mezzi o l’invio nelle retrovie per le riparazioni più complesse.

Un tema trattato il 19 luglio dal Wall Street Journal ma che Analisi Difesa aveva evidenziato già in aprile, quando le forniture occidentali cominciarono a riguardare anche armi pesanti e artiglieria.


Anche la prospettiva di addestrare negli Stati Uniti per ora una trentina di piloti di aerei da combattimento ucraini all’impiego di velivoli del tipo F-15 ed F-16 sembra perseguire l’obiettivo di riconfigurare l’Aeronautica di Kiev come forza aerea “standard NATO”, dotata in futuro di velivoli statunitensi invece che di tipo russo/sovietico, ma difficilmente potrà avere un impatto diretto sul conflitto in corso. A meno che la guerra non duri anni.

Del resto se una parte degli aiuti militari immediati che giungono in Ucraina dall’Occidente hanno lo scopo di aiutare le forze di Kiev a contrastare l’offensiva di Mosca, un’altra parte ha l'obiettivo di strutturare nei prossimi anni le forze armate ucraine su equipaggiamento e formazione “standard NATO”, ben prima che l’Ucraina entri eventualmente a far parte dell’Alleanza Atlantica.


E’ il caso dei citati velivoli da combattimento statunitensi e forse anche degli JAS-39 Gripen svedesi che secondo indiscrezioni potrebbero giungere in futuro dalla Svezia o dalla Repubblica Ceca che nei prossimi anni intende sostituire i 14 Gripen in leasing con 24 F-35A (nell’immagine qui sopra un’anticipazione pittorica di un Gripen ucraino) ma anche dei 100 semoventi d’artiglieria da 155 mm Pzh-2000 che la Germania ha annunciato di produrre e vendere a Kiev per un valore di 1,7 miliardi di euro con tempi di consegna non specificati ma che richiederanno alcuni anni.

Nuove forniture militari per l’Ucraina

Il governo tedesco ha anche confermati entro l’anno la fornitura di sistemi di difesa aerea MBDA IRIS-T mentre nelle ultime ore sono stati consegnati tre lanciarazzi campali multipli MARS-II (dotati di razzi con tiro utile fino a 84 chilometri- nella foto sotto) e 3 obici semoventi Pzh 2000 (che si aggiungono ai 12 esemplari già trasferiti all’Ucraina, 7 in dotazione all’esercito tedesco e 5 a quello olandese) ai primi 3  dei 15 semoventi antiaerei Gepard e a 16 carri getta-ponte Biber ( i primi 6 consegnati in autunno, i restanti nel 2023), realizzato su scafo del carro Leopard 1 e i n dotazione in 40 esemplari al Genio dell’Esercito Tedesco.


Anche la Lituania si è impegnata a fornire un nuovo pacchetto di aiuti militari composto da munizioni e 10 veicoli corazzati.

Dall’Italia arriva invece il quarto decreto interministeriale sull’invio di armi all’Ucraina, sul quale il ministro della Difesa Lorenzo Guerini mercoledì scorso ha riferito al Copasir, pubblicato in Gazzetta Ufficiale che vede “autorizzata la cessione alle Autorità’ governative dell’Ucraina dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari”. La lista è come sempre top secret perché contenuta nel “documento classificato elaborato dallo Stato maggiore della difesa” mentre “i mezzi, i materiali e gli equipaggiamenti sono ceduti a titolo non oneroso per la parte ricevente”.


Infine, la Macedonia del Nord ha inviato in Ucraina diversi dei suoi 31 carri armati T-72A in dotazione al suo esercito, puntando a ottenere in cambio equipaggiamento “standard NATO”.

La Macedonia del Nord intendeva già dismettere i vecchi tank di fabbricazione sovietica ma NATO e Sati Uniti hanno indotto Skopje a cederli all’Ucraina pur senza specificare quanti ne verranno inviati a Kiev. Immagini dell’agenzia stampa Makfax hanno mostrato diversi tank a bordo di camion (nella foto sopra) che attraversano il villaggio nord macedone di Kriva Palanka in direzione del confine bulgaro. Entrata nella Nato nel marzo 2020, la Macedonia del Nord dispone di una trentina di tank T-72 di fabbricazione sovietica.

L’accordo sul grano

L’accordo raggiunto a Istanbul per l’apertura dei corridoi marittimi necessari a esportare il grano dai porti ucraini (nelle mappe i corridoi sminati a Kiev) e di eliminare le sanzioni dall’export di cereali russi sta permettendo il carico nei porti di Odessa e Chornomorsk delle prime 17 navi.


L’obiettivo di Kiev è di ritornare a esportare 5 milioni di tonnellate al mese verso Egitto, che ne compra 3,62 milioni di tonnellate l’anno, Indonesia (3,22 milioni di tonnellate annue), Bangladesh (2,3 milioni di tonnellate), la Turchia (1,19), lo Yemen (1,06), Filippine (1,02) Marocco (0,88), Tunisia (0,76), Libia (0,76) ed Etiopia (0,68).

La questione della sicurezza della navigazione nelle acque di fronte alle coste controllate dall’Ucraina resta aperta. Una nave idrografica ucraina ha colpito una mina nell’estuario del Danubio in un’area vicino alla costa del Mar Nero dove – ha avvertito ieri il ministero della Difesa russo citato dall’agenzia Interfax – persiste una elevata minaccia di mine ucraine.


“Il 28 luglio 2022, mentre misurava la profondità nell’estuario del Danubio, la piccola nave geografica Shliakhovych del Servizio idrografico statale dell’ucraina ha attivato una mina ucraina galleggiante”, ha affermato il capo del Centro di controllo della difesa nazionale russo, il colonnello generale Mikhail Mizintsev. “Settanta navi straniere provenienti da 16 paesi rimangono bloccate in sei porti: Kherson, Mykolaiv, Chornomorsk, Ochakiv, Odessa e Pivdennyi”.

Mappe: ISW

Immagini: Makfax, Ministero della Difesa Ucraino, Logan Hartke e Twitter

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