L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 11 luglio 2022

Il Circo Mediatico è concentrato a raccontarci del balletto della politica, incapace a incalzarla, proporre soluzioni, analizzare i dati a 360 gradi, discuterne e metterli in pubblico. UN ESEMPIO, come può una banca centrale avere una politica monetaria che vada bene a diciannove Nazioni con interessi contrapposti e divergenti e se non è il caso di uscire fuori da Euroimbecilandia e se si in quale maniera più indolore possibile per NOI E PER GLI ALTRI

Stagflazione, una parola che non vi piacerà: torna l’incubo patrimoniale
-Luglio 10, 2022

In teoria si sta affrontando il primo esame post-pandemico. I contagi però risalgono, l’inflazione resta alta e la patrimoniale è solo uno dei rischi.

Che il momento storico non fosse facile era fin troppo evidente, ben prima che i contagi iniziassero a risalire. I problemi, infatti, non sono legati purtroppo solo alla sfera sanitaria.

Foto © AdobeStock

Il periodo di rincari diffusi continua a caratterizzare il tessuto economico e commerciale del nostro Paese, al pari di quello degli altri Stati dell’Unione europea. Il tutto in un momento in cui il turismo affronta quello che può essere definito il primo vero esame post-pandemico. Almeno in teoria, perché nonostante la flessione degli strumenti di prevenzione e il clima tutto sommato di normalità che si respira in giro, fra grandi eventi e pochissime mascherine, il Covid è tutt’altro che alle spalle. Anche se la salita dei contagi portata dalla variante Omicron 5 è ancora in fase di definizione rispetto agli effetti reali in termini di ricoveri e gravità di infezione, oltre che per la copertura garantita dalla vaccinazione.

Il punto è che, in termini di futuro, l’Italia continua a fare i conti con l’incertezza. Il che, inevitabilmente, finisce per ripercuotersi sull’ambito economico-finanziario, a cominciare dai semplici consumi per finire agli investimenti. Con il rischio concreto di vedere il Paese trascinato in un pantano chiamato stagflazione, mix perfetto e deleterio fra un momento di inflazione preponderante (come questo) e la stagnazione dovuta alla prudenza (legittima) degli investitori. In pratica, dati alla mano, una crescita a passo di lumaca per non dire di gambero. Rischio peraltro già palesato un anno fa, soprattutto in merito alle piccole imprese, come evidenziato dall’associazione di categoria Cgia. Secondo la quale, la svalutazione dell’ultimo anno può essere paragonata praticamente a una patrimoniale.
Patrimoniale e stagflazione: perché il rischio è reale

Il problema della stagflazione è direttamente connesso ai soldi degli italiani. Sì, esattamente quelli che sono depositati sui conti correnti. Stando alla Cgia, infatti, un eventuale sconfinamento in una situazione di questo tipo andrebbe a stuzzicare i depositi giacenti. Basti pensare che la recente svalutazione ha pesato per 92 miliardi sui conti dei contribuenti, praticamente un record. Questo perché, come abbiamo avuto modo di vedere più volte, la prudenza rispetto agli investimenti genera giacenze superiori alla media, quindi costi. In primis per le banche, quindi per gli stessi conti correnti, ai quali si attinge per coprire le spese di deposito. Tanto per fare un esempio, la nefasta esperienza della patrimoniale del Governo Amato, l’ultima realmente tale, costò addirittura quasi diciotto volte di meno.

Il risultato è frutto di un’equazione abbastanza semplice: con i tassi di interesse vicini allo zero e l’inflazione salita all’8%, a rimetterci sono stati i soldi dei contribuenti. Risparmiatori perlopiù, specie nelle regioni tendenzialmente più agiate. Basti pensare alla Lombardia, il cui potere d’acquisto è sceso di 19,4 miliardi di euro, mentre nel Lazio di oltre 9. Male anche il Veneto e l’Emilia-Romagna, con perdite superiori agli 8 miliardi. E visto che l’aumento dei prezzi continua e si incancrenisce senza che le disponibilità economiche degli italiani siano in grado di farvi fronte, il rischio è decisamente più alto di una “semplice” patrimoniale.

Secondo la Cgia, una prima soluzione potrebbe riguardare il rialzo dei tassi di interesse, promesso dalla Banca centrale europea ma a ritmi adeguati ai tempi necessari. Il risultato sarebbe la riduzione della circolazione monetaria, rivalutando quindi la moneta ma, al contempo, alzando il costo del debito pubblico in Paesi in cui (come in Italia) il rapporto fra debito e Pil risulta più alto. Altra possibilità, la riduzione della pressione fiscale. Forse l’unica realmente in grado di riattivare i consumi. La macchina fiscale è però ripartita da tempo e di ulteriori allentamenti della vite non c’è traccia all’orizzonte. In pratica, la calma della stagione estiva è solo apparente.

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