L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 25 luglio 2022

Il divorzio tra élite sistemica e masse popolari non è mai stato così profondo, tuttavia non ci sono altre nozze all’orizzonte

E ora?
di Moreno Pasquinelli
21 luglio 2022

«Sarà un caso, ma il governo più atlantista della storia viene mandato a casa da tutti coloro che hanno sostenuto posizioni filoputiniane». Carlo Calenda coglie un aspetto della caduta del governo Draghi. Non c’è dubbio che per le contorte vie di uno psicodramma istituzionale, si è manifestato un dissenso trasversale e profondo contro lo scandaloso servilismo atlantista di Super Mario. Altro che “governo tecnico”! E’ stata squisitamente politica la decisione scellerata di anteporre fedeltà alla NATO e alla Casa Bianca agli stessi interessi nazionali.

Fosse anche solo per questo la caduta di Draghi è una buona notizia. Ma lo è anche per altri fattori.

Con la sua dipartita subisce un colpo micidiale l’europeismo, l’idea di cedere alla tecnocrazia di Bruxelles gli ultimi brandelli di sovranità nazionale. Draghi era stato infatti intronizzato per l’impresa, anche in questo caso tutta politica, di sprangare la cella in cui il Paese è recluso, e quindi gettare via le chiavi. I carcerieri non ce l’hanno fatta, l’evasione è ancora possibile.

Molti commentatori si spiegano la rivolta dei partiti come reazione all’umiliazione a cui Draghi li ha sottoposti.

Di qui l’allarme (dei commentatori) sul colpo di coda dei populismi. Vero, ma c’è di più. Si sono sentiti in Senato gli echi del profondo malessere sociale, manifestatisi nei grandi movimenti contro il green pass e l’operazione covid, recentemente nella rabbiosa protesta dei tassisti contro l’uberizzazione del trasporto pubblico, e quella dei cittadini di Piombino contro il rigassificatore. Draghi ha dovuto alzare i tacchi anche perché è inviso alla maggioranza degli italiani, perché solo un’infima minoranza del Paese è disposta a sottoporsi alla tortura di politiche neoliberiste e austeritarie in nome dell’Europa e della guerra alla Russia.

La buona notizia non lascia tuttavia spazio all’esultanza.

Elezioni anticipate o meno, la recessione è inevitabile, ed inevitabili seguiranno le turbolenze sociali. L’élite è scossa per il capitombolo di Draghi ma resta col potere ben saldo nelle mani, e lo userà per tentare di superare il momentaccio. Il divorzio tra élite sistemica e masse popolari non è mai stato così profondo, tuttavia non ci sono altre nozze all’orizzonte. Troppo deboli e divise le forze dell’opposizione. Vedremo nelle prossime settimane se esse sapranno dar vita ad un fronte unico. Il circolo vizioso divisione-debolezza si può spezzare solo se c’è la volontà di sostituirlo con quello virtuoso unità-rafforzamento. L’appuntamento elettorale —come sostenuto dall’ Appello dei 100 — sarà una cartina di tornasole, il banco di prova per misurare maturità e senso di responsabilità delle forze del dissenso venute avanti nell’ultimo periodo.

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