L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 luglio 2022

Il valore delle licenze sono niente altro che il Trattamento di fine rapporto e Draghi, il vile affarista, comunque aveva deciso di scappare

Così le proteste dei tassisti affossarono il governo Draghi
Nella caduta del governo Draghi un ruolo non marginale lo hanno avuto le proteste dei tassisti. Vediamo in che senso e perché.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 23 Luglio 2022 alle ore 06:58


Quando mercoledì mattina il premier Mario Draghi si presentava al Senato per fare il punto della crisi del suo governo, tutti concordavano che non sarebbe stato facile ricomporre la maggioranza di “unità nazionale”. Tuttavia, il discorso pronunciato a Palazzo Madama aveva diffuso un certo ottimismo nelle ore seguenti, spento nel primissimo pomeriggio dall’aut-aut del centro-destra. Lega e Forza Italia chiarivano che avrebbero continuato a sostenere l’esecutivo senza il Movimento 5 Stelle. A fare saltare i nervi ai due partiti sarebbe stato il riferimento del premier durante il suo intervento a due temi scottanti cari al centro-destra: le licenze agli stabilimenti balneari e le proteste dei tassisti. Riguardo a queste ultime, Draghi aveva chiarito che gli risultava inaccettabile che un partito della maggioranza sostenesse “proteste non autorizzate e violente”. Il riferimento era particolarmente alla Lega e, in misura minore, anche a Forza Italia.

Nelle scorse settimane, la categoria aveva indetto diverse manifestazioni per protestare contro la riforma relativa alle licenze taxi e alle autorizzazioni NCC (Noleggio Con Conducente), allo studio del governo. Entro sei mesi dall’approvazione del DDL Concorrenza, l’esecutivo è autorizzato dal Parlamento a rivedere la disciplina sull’offerta dei servizi di mobilità tramite l’utilizzo di applicazioni web e quella sui vincoli territoriali.

Proteste dei tassisti contro riforma licenze e Uber

Partiamo proprio da quest’ultima. Sul piano normativo i taxi in Italia sono servizi di mobilità territoriale, così come gli autobus di linea e le metro. In teoria, ciò significa che se il Comune di Fiumicino rilascia licenze ai tassisti, questi non possono offrire servizio primario a Roma. Invece, negli ultimi anni sta accadendo che molti tassisti svolgano servizio nei grossi centri urbani, pur essendo autorizzati a operare primariamente in comuni limitrofi.
Ci sono, poi, anche moltissimi abusivi, cioè persone che svolgono la professione senza essere stati autorizzati. E questi sono non solo una minaccia alla categoria, bensì soprattutto alla sicurezza dei clienti, non essendo sottoposti ad alcun controllo. Pensate a un tassista abusivo, che non possegga i requisiti psico-fisici per guidare professionalmente.

Da questo punto di vista, le proteste dei tassisti appaiono almeno legittime. La riforma del governo Draghi puntava, infatti, ad eliminare il vincolo di territorialità, di fatto consentendo ai tassisti di operare in tutta la regione in cui eventualmente hanno ricevuto la licenza. La categoria teme, però, che ciò porti a una concentrazione dell’offerta nelle principali aree urbane, che risultano essere anche le più remunerative.

E poi c’è Uber. I servizi di prenotazione tramite app sono già riconosciuti da un Dpcm del 2019, per cui i tassisti temono che la volontà di riprendere la disciplina tramite decreto legislativo o legge sarebbe un modo per superare i limiti di un Dpcm, il quale non potrebbe derogare agli obblighi e ai divieti contenuti dalle leggi del settore. In altre parole, il governo Draghi avrebbe spalancato le porte a multinazionali come Uber, consentendo loro di accumulare licenze e di operare su tutto il territorio nazionale grazie a un piano normativo meno stringente di quello a cui sono tenuti ad operare i tassisti. Con il tempo, ciò porterebbe a un mercato oligopolistico, cioè nelle mani di pochi operatori di grosse dimensioni. Le tariffe, anziché scendere, nel migliore dei casi rimarrebbero inalterate.

Valore licenze taxi a rischio

Il problema ruota tutto attorno al crollo di valore delle licenze, che una eventuale liberalizzazione provocherebbe. Le proteste dei tassisti si concentrano su questo tema molto sensibile. Gli operatori spesso acquistano la licenza prendendo a prestito un mutuo con l’obiettivo di rivenderla quando andranno in pensione. In sostanza, una sorta di buonuscita che verrebbe a mancare e che, soprattutto, avrebbe reso vani i sacrifici passati.
Da anni si parla di mediazioni politiche, ma nessuno riesce a trovare la quadra. E così come nel 2008 il PD perse le elezioni comunali a Roma dopo le proteste dei tassisti dei mesi precedenti contro l’aumento in programma delle licenze offerte sul mercato, stavolta esse hanno contributo ad avvelenare il clima attorno al premier in ore decisive per la vita politica nazionale. Una frase incauta è costata il posto niente di meno che a “Super Mario”.

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