L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 8 luglio 2022

Impossibile gestire una politica monetaria da parte di qualsiasi banca centrale per diciannove paesi con esigenze diverse e spesso in contrapposizione. L'Italia, grazie al suo servilismo è il classico vaso di coccio tra Germanie e Francia, mentre quest'ultima ci mangia con perseveranza e costanza.

SPY FINANZA/ La Bce finisce in trappola e mette nei guai l’Italia
Pubblicazione: 08.07.2022 - Mauro Bottarelli
La Bce si trova in una posizione molto difficile: ogni mossa per risolvere un problema rischia di crearne immediatamente un altro

Christine Lagarde, presidente della Bce (LaPresse)

La Bce ha già fallito. Ora può soltanto scegliere latitudine e sfumatura dell’errore da compiere. Obbligatoriamente. E già oggi potremmo avere un’anticipazione riguardo l’entità di quell’errore. Perché se la data del 21 luglio va segnata in rosso sul calendario, stante la concomitanza fra board della Banca centrale e ultimo giorno di lavori di manutenzione sulla pipeline Nordstream, ecco che la sabbia nella clessidra comincia già a scendere alla velocità della luce per l’Europa. Nonostante il diniego occorso solo al Consiglio europeo di due settimane fa, il precipitare degli eventi ha costretto la Commissione a dare via libera per il 26 luglio al vertice straordinario sull’energia richiesto da Mario Draghi.

Il caso Uniper, la nazionalizzazione del 100% di Edf da parte del Governo francese e il chiaro monito di Ursula von der Leyen rispetto al concreto e imminente rischio di taglio totale dei flussi di gas dalla Russia hanno generato un combinato di allarme non più rinviabile. Ed ecco che allora il board non monetario della Bce che si conclude oggi assume una valenza decisamente importante. Pur non generando decisioni operative rispetto ai tassi e alle manovre di sostegno, il Consiglio ha infatti discusso il piano dello scudo anti-spread. E lo ha fatto dopo la rivelazione della chiara opposizione della Bundesbank all’intento dell’Eurotower di calmierare gli spread dei Paesi più a rischio attraverso un piano che eviti la frammentazione dei rendimenti nell’eurozona. Oltretutto, a prescindere dalla natura tecnica dell’intervento: sia che esso si basi sul principio dei vasi comunicanti a saldi invariati fra vendita di titoli core e acquisto di quelli periferici, sia per mezzo dell’ultima proposta di sterilizzazione degli acquisti di bond attraverso un aumento dei requisiti di riserva bancari.

La Germania minaccia barricate. E da più parti, qualcuno adombra il sospetto che un’eventuale vittoria del fronte delle colombe si trasformerebbe a tempo zero in un trionfo di Pirro, poiché Berlino sarebbe pronta a riattivare la sua opzione nucleare: messa in discussione della legittimità del provvedimento di fronte alla Corte costituzionale di Karlsruhe, già operativa in fase di disturbo degli ultimi piani di acquisto. E la ragione sta tutta in questo grafico: le aspettative inflazionistiche a 10 anni della Germania sono letteralmente collassate dal 2,09%, grazie al combinato di attesa per una recessione che raffreddi le dinamiche di consumo/produzione e aumento dei tassi proprio da parte della Bce. E in maniera spedita, quindi con un primo ritocco minimo fra due settimane e poi uno più netto in settembre, se il trend dei prezzi non dovesse conoscere una fase di calo strutturale.


Ma per quale ragione la Bce avrebbe già fallito? Semplice: è impossibile, nonostante tutte le alchimie sul tavolo, operare in contemporanea una normalizzazione del costo del denaro e una schermatura degli spread a rischio senza perdere il controllo della base monetaria. Ovvero, senza un’espansione dello stato patrimoniale. Di fatto, ciò che garantirebbe alla Germania l’appiglio legale per mettere i bastoni fra le ruote a Francoforte. Già oggi la Bce è ostaggio dei suoi stessi strumenti di intervento. La situazione venutasi a creare è tipicamente lose lose: mentre con uno straccio si cerca di tamponare una falla, un’altra più grande si apre dalla parte opposta della vasca da bagno. Insomma, qualcuno è destinato a bagnarsi i piedi, se si vuole salvare la stanza dall’allagamento totale. E una Germania che ha appena conosciuto lo shock di un surplus commerciale svanito nel nulla per la prima volta dal 1991, ovvero in piena transizione da Riunificazione, difficilmente cederà anche sul fronte della tenuta monetaria.

Non fosse altro perché l’emergenza energetica sta facendo saltare tutti gli steccati e le regole, aprendo una pericolosa stagione di liberi tutti che per Berlino e Parigi sta già sostanziandosi nel salvataggio statale delle utility strategiche, ma che per Paesi come il nostro potrebbe portare con sé un ricorso emergenziale a nuovo deficit. Che si tramuterebbe rapidamente in reazione a catena sullo stesso spread che la Bce intende calmierare.

Troppe le criticità che il Governo Draghi deve affrontare senza possibilità di spesa: la pressione politica, già oggi in fibrillazione, con l’arrivo dell’autunno diventerà insostenibile, non fosse altro per l’approssimarsi del voto politico del 2023. Quindi, due le ipotesi: un autunno stile 2011 o il consolidamento di una strategia che già appare svilupparsi sottotraccia. Ovvero, le condizioni per un Draghi-bis. Stranamente, l’ipotesi che circola in Europa e che vedrebbe a rischio l’intera impalcatura dei fondi del Pnrr, se venisse a mancare il garante di palazzo Chigi.

La Bce, comunque vada, può fare poco. Pochissimo. E, paradossalmente, più danno che utile. Quantomeno nel medio termine. Certo, il reinvestimento titoli del Pepp sta garantendo spread fermo in area 200 dopo la fine dei 20 miliardi di acquisti mensili in seno all’App. Ma è un mero contenimento del danno, è metadone puro. O ci si disintossica o il problema è destinato a ripresentarsi. E spiace dirlo, ma, a fronte di una situazione geo-economica e geo-finanziaria senza precedenti e realmente in grado di far esplodere l’eurozona, Francia e Germania non esiteranno un secondo dall’utilizzarci come merce di scambio sul mercato per spostare il focus dalle loro economie.

Già oggi, l’aumento di capitale di Saipem è sostenuto unicamente dal tacito accordo fra le banche di sottoscrivere gran parte dell’inoptato e Monte dei Paschi ha appena reso noto il piano da lacrime e sangue che dovrebbe riportarla alla profittabilità, in punta di un ulteriore colpo di mannaia occupazionale. Altrove, lo Stato interviene. Preventivamente, al fine di evitare contagi e scalate. Qui ci preoccupiamo dei rigassificatori, delle trivelle e degli inceneritori. Come finirà?

Una cosa è certa, al netto della nuova stagione da spread che ci attende: Monte dei Paschi parlerà francese, esattamente come ha fatto Creval. E la mossa da arrocco estremo appena comunicata in casa Unicredit ci dice che il Risiko sarà di quelli con il coltello fra i denti. A partire, forse, proprio dal madornale errore Bce sui requisiti di riserva. Chi dobbiamo ringraziare per questo cul de sac, al netto della guerra in Ucraina che ha amplificato a dismisura dinamiche sottotraccia? Chi ha fatto credere al mondo che il Qe fosse salvifico, senza costi e senza effetti collaterali. Casualmente, un profilo coincidente con quello dell’uomo che l’Europa vorrebbe rimanesse alla guida del nostro Paese.

Benvenuti nella realtà. Ora chiedetene pure conto ai Majakovsky del debito in comune e del denaro che si stampa dal nulla.

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