L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 luglio 2022

La Germania si è ingrassata con l'euro una valuta che ha fatto volare la sua esportazione e che gli ha permesso di comandare in Euroimbecilandia dettando la sua volontà politica. Ma tutto torna e ora deve pagare lo scotto della sua arroganza e prepotenza e conferma che le basi militari degli statunitensi nel suo territorio sono la migliore garanzia per gli Stati Uniti di tenerla al guinzaglio. Nord Stream 2 docet

La Germania torna il ‘malato d’Europa’ dopo avere ignorato le cause della sua prima crisi
La Germania torna ai primi anni Duemila, quando era considerata il "malato d'Europa". E ha sprecato quasi venti anni di tempo.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 19 Luglio 2022 alle ore 06:19


La storia fa giri immensi e spesso ritorna, parafrasando Antonello Venditti. Resta da vedere se come farsa, prendendo a prestito una celebre frase di Karl Marx. Sta di fatto che la pandemia prima e la guerra tra Russia e Ucraina dopo sono stati gli incidenti della storia, che rischiano per alcuni di riscriverla in peggio. E una delle principali vittime sarebbe la Germania. Erano i primi anni Duemila quando veniva descritta in giro per le cancellerie e sui giornali come il “malato d’Europa”. L’economia tedesca cresceva poco ed essendo la “locomotiva” del continente, lo trascinava in stagnazione. Cancelliere era Gehrard Schroeder, socialdemocratico e successore di Helmut Kohl, inizialmente contrario all’ingresso della Germania nell’euro.

Da malato d’Europa a leader

Berlino cercò di reagire alla crisi di quegli anni con la riforma degli ammortizzatori sociali, che prese il nome di Hartz IV. I sussidi ai disoccupati furono ridotti nella quantità e temporalmente. L’occupazione si riprese, la crescita dell’economia tedesca accelerò. E nel 2003, proprio in vista della riforma socialmente costosa, Schroeder chiese e ottenne dall’Europa flessibilità sul deficit. In sostanza, il tetto del 3% fu temporaneamente sfondato.

Schroeder pagò cara quella riforma. Pur avendo guarito il “malato d’Europa”, non riuscì a contenere le ire della sua base elettorale. Si dimise con un anno e qualche mese di anticipo. Per un pelo a vincere le elezioni fu Angela Merkel. Sarebbe rimasta cancelliera per sedici anni fino a pochi mesi fa. Magicamente, la Germania rifiorisce. Raggiunge un tasso di occupazione del 76%, supera brillantemente e velocemente la crisi finanziaria mondiale del 2008-’09, diventa un gigante anche politico, intestandosi la leadership europea durante gli anni della crisi dei debiti sovrani.

Era Merkel smantellata dalla crisi

Nell’era Merkel, l’economia tedesca non cresce a ritmi esaltanti, ma comunque sufficienti a distinguerla in positivo da un’Europa perlopiù stagnante dopo il 2009. Berlino fa del rigore fiscale la sua bussola. Il modello tedesco si mostra altamente competitivo, malignano i detrattori più che altro grazie all’euro. Questa è una verità parziale. Dietro al suo successo vi erano due ulteriori ingredienti: approvvigionamento energetico a basso costo in Russia e scommessa su nuovi mercati di sbocco come la Cina.

In altre parole, la Germania curò sé stessa e restò incurante di quanto le accadesse intorno. Cercò di allentare progressivamente i legami con il resto dell’Eurozona, puntando sull’Asia principalmente. La globalizzazione divenne una scelta per nulla ideologica, bensì di interessi. Il modello tedesco si reggeva, infatti, sulle esportazioni. Pandemia e guerra hanno smantellato questi due pilastri: le catene di produzione tendono ad accorciarsi per sfuggire agli imprevisti geopolitici e di altra natura che ne possano interrompere il normale funzionamento; la Russia non è più un’opzione. Gas e petrolio devono essere importati da altri mercati e a prezzi ben maggiori. La specificità tedesca non c’è più, almeno non in positivo.

Germania senza idee nuove

E così, la Germania torna “malato d’Europa”. C’è poco da essere malignamente soddisfatti di questo tuffo nel passato. I tedeschi non hanno consapevolezza della dimensione europea della crisi e cercano ancora oggi di uscirne da soli, ignorando le condizioni altrui. La diffidenza verso gli alleati dell’euro è semplicemente cresciuta durante l’era Merkel. Al netto delle responsabilità di paesi come l’Italia, la Germania ha assunto quasi strutturalmente un atteggiamento di noncuranza verso le problematiche del resto dell’Eurozona. Aveva ridefinito la sua identità sul suo ruolo di player globale, ritenendo gli alleati un orpello funzionale a tale ruolo.

Il vecchi e nuovo “malato d’Europa” non ha contezza di come uscire dalla crisi. Finge di ignorare la debolezza dell’impalcatura dell’euro, la necessità di una unione fiscale per minimizzare o finanche azzerare la frammentazione monetaria.

Anche in queste settimane, anziché intestarsi lo scudo anti-spread della BCE, lo sta rendendo uno strumento talmente limitato e condizionato da renderlo inefficace.

La Germania non vuole condividere alcunché con i partner europei, in ciò mostrandosi il paese più “sovranista” del continente. Crede ancora di poter uscire dalla crisi in atto con qualche soluzione nazionale, nel frattempo imponendo agli altri dosi di austerità maggiori del necessario per via dello spread incontrollato. La cura non sarà indolore, né veloce. E alla cancelleria non c’è una mano ferma, bensì il primo cancelliere dal Secondo Dopoguerra a guidare un governo retto da tre partiti tra loro spesso antitetici.

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