L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 5 luglio 2022

La guerra igiene del mondo che va verso il multipolarismo

DOPO L’UCRAINA/ Tra Usa, Cina e Russia: aspirazioni, mosse e pedine del Nuovo Ordine
Pubblicazione: 05.07.2022 - Andrea Pomella
La guerra in Ucraina ha aperto una crepa nella leadership Usa. Ecco le partite che si stanno intrecciando nel ridisegno dell’ordine globale

Vladimir Putin con Xi Jinping (LaPresse)

I tempi di guerra sono sempre tempi adatti a grandi semplificazioni. La guerra stessa opera una grande riduzione della complessità. Amico contro nemico, noi e loro, democrazia contro regimi autoritari e l’Occidente contro i suoi nemici. Una polarizzazione che se ha il merito di mobilitare l’opinione pubblica su parole d’ordine più o meno condivisibili, rischia banalizzare una realtà molto più complicata.

Non è questa l’occasione per riflettere sui pregi e i difetti dell’approccio etico-politico alla realtà, ma traslare questo modo di comprendere il mondo al sistema delle relazioni internazionali può essere fuorviante. Il caso della contrapposizione fra Paesi della Nato e paesi Brics rappresenta il caso più macroscopico di semplificazione di una realtà variegata e ricca di sfumature. Lo stesso schema che ha rievocato una nuova guerra fredda viene riattivato anche in questo caso, presentandoci un bipolarismo che a bene vedere non ha ragione d’esistere.

Anche se volessimo ammettere l’esistenza di un Occidente compatto e allineato alla leadership americana, non possiamo descrivere i Brics come parte di un unico monolitico schieramento. Il risultato più evidente dell’invasione russa del 24 febbraio è stato quello di produrre una crepa nella leadership americana proiettandoci in un mondo sconosciuto. Una nuova realtà che è stata palesata il 7 aprile quando le Nazioni Unite hanno votato una risoluzione per togliere alla Russia il suo seggio nel Consiglio dei diritti umani. Ben cento sono stati i Paesi che hanno votato contro o si sono astenuti, mentre novantatré hanno votato a favore.

L’Intelligence Unit dell’Economist ha rilevato che al 30 marzo i Paesi che hanno approvato le sanzioni contro la Russia o che ne hanno condannato l’invasione dell’Ucraina sono il 36% della popolazione mondiale rappresentato in larga parte dalle democrazie occidentali, mentre si sono dichiarati neutrali un numero di Paesi che valgono il 32% della popolazione mondiale e fra i quali contiamo Stati come l’India, il Brasile e il Sudafrica che rientrano nei Brics. Non bisogna fare uno sforzo di retorica per dimostrare che neutrale non significa schierato a favore della Russia, cosa che, invece, l’Iran e ormai apertamente la Cina hanno fatto.

Il gioco di trovare modelli nel passato per comprendere un presente inedito ha portato molti analisti ad assimilare l’esperienza dei Paesi non allineati a quella del blocco sovietico, riducendo, di fatto, un sistema tripolare a un bipolarismo politico ed economico. A ben vedere già durante la pandemia avevamo visto l’emersione – o forse è il caso di dire la riemersione – di un nuovo blocco di Paesi che aveva iniziato a giocare una partita in autonomia dagli Stati Uniti e dalla Cina, agendo in modo indipendente per accedere al mercato dei vaccini e alla catena del valore globale, lottando per assicurarsi le materie prime strategiche o addirittura, come l’Indonesia, vietandone l’esportazione.

L’Occidente e le sue democrazie, piuttosto che vedere nei Brics una minaccia o un’emanazione della strategia di Xi e Putin, dovrebbero chiedersi che modello politico e istituzionale sono in grado di proporre e quali risorse hanno a disposizione per disegnare un nuovo ordine globale. Non capire le aspirazione di Paesi come l’India, il Brasile e il Sudafrica vorrebbe dire creare nuovi alleati per le aspirazioni egemoniche cinesi, un errore che sarebbe più grave dell’aver aiutato Putin a spingere la Russia nelle braccia di Xi.

È opinione di chi scrive che il disegno egemonico di Xi sia cosa ben diversa del multilateralismo di una nuova Bandung – il nome della cittadina indonesiana in cui nacque il Movimento dei Paesi non allineati –, ma è indubbio che il soft power cinese verte del tutto su una proposta autonomia rispetto all’unilateralismo americano.

Ci sono motivi per credere che i Brics, come è accaduto a molti Paesi africani, capiranno a loro spese cosa vuol dire fare affari con la Cina di Xi, ma non è questo il punto della questione. I Brics sono i portatori di una nuova visione del mondo, multilaterale e basata su modelli economici e sociali che si auto-rappresentano come alternativi a quelli occidentali.

Occorre prendere atto che viviamo in un mondo tripolare, ovvero un mondo in cui Usa e Cina e le loro appendici geopolitiche Ue e Federazione Russa, si contendono l’egemonia cercando di contenere o utilizzare a proprio vantaggio le aspirazioni delle nuove potenze, le quali, però, non hanno alcuna intenzione di essere delle semplici pedine. Una partita che la Cina non ha ancora vinto, ma in cui risulta essere avvantaggiata, perché l’Occidente non sembra aver capito che Paesi come l’India e il Brasile non sono intenzionati a tornare a un mondo unipolare, dominato solo dagli Stati Uniti e dal Fmi e dalla Banca Mondiale.

La domanda di un mondo multipolare rappresenta la grande questione dei prossimi anni e non è detto che all’Occidente basterà la propria superiorità tecnologica e militare per assicurarsi la primazia. Il caso della Turchia, che rappresenta il caso più emblematico di una potenza che non intende rinunciare alla propria autonomia, giocando in modo spregiudicato su più tavoli utilizzandoli a proprio vantaggio, è lo specchio di questo cambiamento di paradigma nelle relazioni internazionali in cui la riemersone di vecchie potenze si autolegittima con la certezza il mondo occidentale abbia intrapreso la strada di un irreversibile declino. La polarizzazione che ha seguito l’invasione dell’Ucraina alimenta questa consapevolezza storica – in cui coesistono revanscismo e vecchie aspirazioni – perché ogni metro conquistato dall’esercito russo e ogni giorno in cui la Russia resiste alle sanzioni è materia utile per la propaganda anti-occidentale.

A fronte di questo cambiamento epocale, chi saprà farsi promotore di un vero multilateralismo potrà plasmare il mondo del futuro, il mondo che auspicava Adam Smith, in cui “In futuro, forse, gli indigeni di questi paesi potranno diventare più forti, oppure gli europei potranno diventare più deboli e gli abitanti di tutte le varie parti del mondo potranno forse pervenire a quell’uguaglianza di forze e di coraggio che, inspirando loro un timore reciproco, può sola trattenere l’ingiustizia delle nazioni indipendenti inducendole a rispettare in qualche misura i loro diritti reciproci”, che a ben venere altro non è che una globalizzazione che ha mantenuto le sue promesse.

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