L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 luglio 2022

La storia/attualità vista da un altro punto di vista con molte scemenze e qualche larvata verità

DOPO G7 E NATO/ Russia, Cina e Occidente, tre imperi alla prova del “Reset”
Pubblicazione: 01.07.2022 Ultimo aggiornamento: 13:14 - Paolo Raffone
Si sono conclusi il G7 e il vertice Nato. Dietro il “concetto strategico” e le armi all’Ucraina, è in atto una partita globale con tre attori

Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, con il presidente Usa Joe Biden (LaPresse)

I vertici del G7 e della Nato segnano un punto di svolta del mondo. Gli aspetti sanzionatori e militari delle due riunioni sono i meno importanti, anzi nascondono il vero risultato: superare le vecchie strutture della globalizzazione “cinese” (1978–2008) avanzando verso una nuova era globale all’apparenza tendente a restaurare il bipolarismo ma che potrebbe rivelarsi assiale.

Che dal 2008 la globalizzazione “cinese” fosse in un’irreversibile crisi è chiaro anche a Russia e Cina. Le tre grandi potenze sono coscienti che i loro rispettivi imperi non sono ciascuno sostenibili strategicamente su scala globale (richiedono impegno di risorse eccessivo e costi economici enormi). Quindi, pur con le dovute differenze, le tre grandi potenze puntano ad un “reset” dell’ordine mondiale unilaterale che, nato nel 1991 in sostituzione di quello precedente bipolare, si è infranto nel 2008 aprendo al disordine mondiale che regna dal 2014. Cerchiamo di capire meglio che cosa è successo e le risposte ai problemi approvate nei due vertici.

Innanzi tutto, i due spartiacque del 2008 e del 2014 vanno ricordati per la valenza globale degli effetti ai quali oggi si è chiamati a porre rimedio.

Lo spartiacque del 2008 indicò che l’ordine internazionale era in grave crisi sostanziale e funzionale: in Occidente, la grave crisi finanziaria americana si estendeva a livello globale portando alla recessione e alla nazionalizzazione di importanti grandi attori economico–finanziari, Obama fu eletto presidente degli Stati Uniti con un programma di “recupero” economico e sociale, per la prima volta le valute tradizionali furono messe in discussione da un’iniziativa privata che registrò il dominio bitcoin.org, la Russia interveniva militarmente in Georgia portando all’annessione dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, la Cina celebrava le Olimpiadi estive marcando la supremazia di Pechino nel decennale della reintegrazione di Hong Kong, da Bucarest la Nato lanciava un programma di espansione orientale fino ai confini della Federazione Russa, la Chiesa cattolica attraversava il momento più buio, tra ulteriori scandali finanziari e quelli sugli abusi del clero che portarono Benedetto XVI a dover incontrare le vittime americane.

Gli eventi del 2014 confermarono definitivamente la fine dell’ordine e l’inizio dell’anarchia internazionale: tre anni dopo il ritiro delle truppe da combattimento americane dall’Iraq, Al Baghdadi dichiarava la nascita dello Stato islamico (Isis) tra Iraq e Siria, l’Ucraina entrava in una fase di guerra civile segnata dalla rivoluzione Euromaidan e dall’annessione militare della Crimea alla Federazione Russa, il nazionalista hindu Narendra Modi veniva eletto presidente dell’India con un programma esplicitamente minaccioso del Pakistan, il prezzo del barile di petrolio si dimezzava, esplodevano le manifestazioni pro-democrazia a Hong Kong, due anni dopo il famoso “whatever it takes” di Draghi l’economia europea cedeva ancora nella terza recessione in cinque anni, pochi e frammentati interventi venivano messi in atto per impedire che il virus Ebola si espandesse più rapidamente colpendo più Paesi dell’Africa occidentale con molte vittime, riesplodeva la guerra di Israele nella striscia palestinese di Gaza, anche a seguito di imponenti manifestazioni di attivisti contrari entravano in crisi i negoziati per i due grandi progetti di accordo commerciale lanciati da Obama, quello euroatlantico (TTIP) e quello trans–Pacifico (TTP), Obama accusò formalmente la Federazione Russa di violare il trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) che fu siglato a Washington nel 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov, il governo statunitense imponeva delle sanzioni punitive all’attività della Russia in Ucraina per impedire a Mosca di accedere a finanziamenti del mondo occidentale.

Nella storia del sistema internazionale l’ordine si crea partendo dagli egemoni (culturali, economici e militari), in genere grandi imperi, che hanno tre modalità di costruire un ordine globale: unilaterale; bilaterale; trilaterale. Nell’antichità erano ordini unilaterali l’impero romano e quello cinese che piuttosto avevano ampie aree non contigue d’influenza, mentre il tentativo americano di costruire (imporre) un ordine globale unilaterale (idea universalistica neocon dal 1991) è naufragato nel 2008 e 2014. L’ordine egemonico bilaterale, per intenderci quello russo-americano tra il 1947-1991, è piuttosto stabile ma, nonostante il tentativo del “reset” con la Russia di Hillary Clinton nel 2009, è impossibile da raggiungere in tempo di pace. Con la Cina (il famoso G2) ci avevano provato Bill Clinton, George W. Bush e infine Barack Obama, senza successo. La modalità d’ordine trilaterale è strutturalmente instabile (coalizioni ad escludendo) per cui nessun grande impero l’accetterebbe. Resta un modello finora non verificabile nella storia: il multilateralismo. Su quest’ultimo, richiamato più volte dalla Cina, ma anche dalla Russia, torneremo più avanti.

Intanto, oggi è chiaro che ciascuno dei tre grandi imperi vede con urgenza la necessità di uscire dal caos o zona d’ombra creatasi a partire dal 2014. Ciascun impero dichiara di volere un “reset” per ristabilire l’ordine. Agli imperi–Stati si aggiungono potenti forze economico–industriali–finanziarie, sufficientemente globalizzate, nel senso di astrattesi dagli Stati, degli “imperi atopici”, che in modo esistenziale hanno assegnato un significato all’esistenza umana sul pianeta, paragonando la condizione attuale a quella del collasso dell’età del bronzo e quindi proponendo nuovi mezzi interpretativi della realtà, reinventando la narrativa e la storia, un meta–mondo che riempie l’esistenza di un nuovo significante cosmico.

Nel mezzo della pandemia Covid–19, nel 2020 il Forum mondiale dell’economia (Wef) e il principe Carlo d’Inghilterra (erede al trono) hanno convocato una riunione di attori politici ed economici: il “Grande Reset”. Le proposte: la prima riguarda la creazione delle condizioni per una “economia degli stakeholder”; la seconda componente include la costruzione in un modo più “resiliente, equo e sostenibile”, basato su metriche ambientali, sociali e di governance (Esg) che incorporerebbero più progetti di infrastrutture pubbliche verdi; la terza componente è quella di “sfruttare le innovazioni della quarta rivoluzione industriale” per il bene pubblico. Nel suo discorso di apertura dei dialoghi, la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva ha elencato tre aspetti chiave della risposta sostenibile: crescita verde, crescita più intelligente e crescita più equa.

Nello stesso anno, anche il Vaticano con papa Francesco ha lanciato il “Council for inclusive capitalism”, affidato niente meno che a Lynn Forester de Rotschild (erede dell’omonima dinastia) che si interfaccia con un’innumerevole serie di grandi capi di aziende multinazionali per promuovere “il capitalismo fatto bene che è il sistema economico di opportunità, responsabilità, libertà e innovazione”. Quindi, gli attori del desiderato e auspicato “reset” sono i tre imperi-Stati, almeno due gruppi di interesse transnazionali “atopici”, e due assemblamenti alternativi: G7/Nato/Ue e Cina/Russia/Brics+.

La triste rappresentazione della distruzione dell’Ucraina, in Occidente denominata “minaccia russa” e in Russia “operazione speciale”, rispondeva a strategie gemelle di “reset”, una russa e l’altra americano/occidentale. I russi hanno giocato d’anticipo con l’invasione dell’Ucraina, un’azione preventiva che da un lato puntava a frantumare le convergenze sul “reset” degli occidentali e dall’altro voleva mettere la Russia come “perno” globale di un “reset” che aggregasse la Cina e il resto del mondo. Gli occidentali, che giocavano in difesa, e perciò tecnicamente avvantaggiati, hanno fintamente abboccato alla provocazione militare che ha avuto solo un’utilità strumentale, dispiegando, invece, con forza tutti gli strumenti per spingere verso quella “unità” di intenti che altro non è che la convergenza sul “reset” americano.

La Cina preparava da tempo il suo “reset” che avrebbe dovuto maturare per il 2049, centenario della rivoluzione e riunificazione (pacifica) con Taiwan. Infastidita dall’accelerazione impressa dalla Russia, da un lato ha dovuto mantenere viva la narrativa della “amicizia senza limiti” con la Russia, ma dall’altro, dietro distraenti rappresentazioni di potenza tecnico-militari e la psicosi Taiwan, ha accelerato verso il suo “reset” che è il superamento della vecchia globalizzazione, cioè la dislocazione del bipolarismo russo-americano e del successivo unilateralismo occidentale.

Dunque, i “reset” degli imperi-Stati sono tre, russo, occidentale e cinese. A ben vedere tutti e tre hanno caratteristiche e traiettorie comuni: ricerca di un sistema internazionale basato sull’ordine; salvaguardare il libero commercio abbattendo le barriere tariffarie; mettere le basi per evitare i conflitti armati, particolarmente non convenzionali. Come abbiamo letto su queste pagine, nello stesso mese di giugno, oltre al G7/Nato si è svolto il Forum economico di San Pietroburgo e il summit dei Brics+ ospitato dalla Cina. Da questi si deducono le divergenze con il G7/Nato/Ue: le sanzioni decise unilateralmente sono illegittime; il sistema basato su regole unilaterali è finito mentre deve nascere su base multilaterale; il sistema internazionale deve riconoscere la diversità storica dei suoi attori. In sintesi, le divergenze tra G7/Nato da un lato e Brics+/Sco (Shangai Cooperation Organization) sono: obbedienza/sottomissione vs sovranità/autodeterminazione; proprietà esclusiva vs beni comuni; unilateralismo/sanzioni vs collaborazione/risoluzione dei conflitti.

Formalmente gli attori protagonisti delle due riunioni G7 e Nato sono ancora gli Stati e i loro rappresentanti (con gli Stati Uniti d’America che sono l’impero-Stato di riferimento). In realtà, la rappresentazione nasconde la saldatura tra gli ultra-interessi popolarmente denominati Global Finance e le meta-lobby che sono i conglomerati di compagnie militari-industriali, energetiche fossili e verdi, e bio-agro-tech.

Infatti, questi ultimi, diversamente dagli imperi-Stati, guardano ad un sistema internazionale che supera le barriere mentali della geopolitica verso un approccio universale benché oligarchico. Non a caso, una tale impostazione, in qualche modo compatibile con i Brics+/Sco, ha portato l’impero-Stato di riferimento del G7/Nato, gli Stati Uniti d’America, ad accettare le dichiarazioni finali del G7 e della Nato con contenuti piuttosto mitigati rispetto ai prodromi: si condanna la Russia per l’aggressione all’Ucraina (su questo la Cina non obietterebbe particolarmente in base al principio dell’integrità territoriale a lei caro); la Nato riconosce che Federazione Russa è la sua principale minaccia (d’altra parte l’organizzazione fu costituita per questo), seguita dal terrorismo (quale non si sa, ma vabbè) e dalla Cina che pone un problema di competizione (che dovrebbe fare se non competere?); si sostiene l’Ucraina con i mezzi necessari per il tempo necessario (un Paese aggredito e distrutto, è normale solidarietà farlo). Il resto è prosa e rappresentazione di potenza (rafforzamento, a rotazione, degli effettivi militari statunitensi in Europa; sanzioni sull’oro; la partecipazione in teleconferenza di Putin al prossimo G20; ecc.).

Da questi risultati, sembra abbastanza chiaro che le forze che determinano la rappresentazione dei vertici abbiano l’interesse a trovare convergenze per l’umanità, il progresso, la crescita, l’ambiente. D’altra parte, quei capitalisti “atopici” sanno bene, forse perché hanno letto il libro Origine e senso della storia di Karl Jaspers, che l’ordine mondiale è conseguibile soltanto se la tolleranza ha il sopravvento. “L’intolleranza significa violenza, repulsione e conquista. Ma la tolleranza non equivale all’indifferenza. Il dialogo è quindi la via indispensabile non solo nei problemi dell’esserci per il nostro ordinamento politico, ma in ogni aspetto del nostro essere. È necessario ristabilire un clima di fiducia e promuovere la mentalità che sostiene l’ordinamento giuridico”.

In questo senso, le mitigate decisioni dei vari vertici di giugno piuttosto che un orribile quanto improbabile ricostruzione del bipolarismo armato e irto di muri possono essere la base di partenza verso una nuova era assiale.

Nessun commento:

Posta un commento