L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 6 luglio 2022

Le flessioni da fare nude sul pavimento a specchio, le perquisizioni umilianti, il disprezzo delle secondine, i cubicoli umidi e affollati, lo sferragliare delle chiavi nei corridoi, il cemento del cortile da misurare passo dopo passo, le parole d’amore di mogli e fidanzate gridate verso le sezioni maschili, la sala dei colloqui, «piena di parole e di sofferenza»

Che le parole diventino pietre
di Luca Cangianti
30 giugno 2022

Nicoletta Dosio, Fogli dal carcere. Il diario della prigionia di una militante No Tav, Red Star Press, 2022, pp. 137

Le flessioni da fare nude sul pavimento a specchio, le perquisizioni umilianti, il disprezzo delle secondine, i cubicoli umidi e affollati, lo sferragliare delle chiavi nei corridoi, il cemento del cortile da misurare passo dopo passo, le parole d’amore di mogli e fidanzate gridate verso le sezioni maschili, la sala dei colloqui, «piena di parole e di sofferenza». Questo troviamo in Fogli dal carcere, un volume snello in cui ogni pagina investe fisicamente il lettore e la lettrice: a volte come una lancia trafigge lo stomaco, altre, come un balsamo, provoca sollievo.

Si tratta del diario di Nicoletta Dosio, insegnante pensionata di greco e latino, militante No Tav, condannata per una manifestazione pacifica al casello autostradale di Avigliana nel 2012 e finita in prigione alla fine del 2019 per aver rifiutato di «fare atto di sudditanza con la firma quotidiana» ritenendo di non aver nulla di cui rispondere.

È un libro dal quale non si esce indenni. È costruito con frasi brevi, semplici, prive di enfasi, anche a fronte degli episodi più mortificanti. La prosa è una diga di dignità che trattiene una rabbia temibile, un sentimento cresciuto in trent’anni di lotte nella Val di Susa, non solo contro opere dannose e inutili, ma contro un intero sistema sociale basato sull’ingiustizia e sullo sfruttamento. Non è casuale che leggendo queste pagine mi siano tornate in mente quelle famose e asciuttissime di Banditi (Einaudi, 1975) di Pietro Chiodi: anche lui in un’epoca diversa, durante la Resistenza, insegnò e combatté in Piemonte.

Insieme alla rabbia troviamo la nostalgia per le vecchie vigne ormai sradicate, i boschi della Clarea, gli affetti, la casa e le sue creature domestiche. Poi c’è la speranza: «che le parole diventino pietre, materia vivente per la barricata della primavera che dovrà venire.» Sono le pagine più poetiche. Parlano della luna oltre le sbarre, di un ciliegio fiorito, del volo di una coccinella, di uno scarafaggio salvato dallo scarpone di una secondina, di un concerto No Tav vicino al carcere che rafforza il morale delle detenute, del grido di un gabbiano: «sa di avventura e di malinconia» e ricorda il mare, da qualche parte, al di là delle mura.

«Da quest’esperienza una cosa l’ho imparata» conclude Dosio: «che il fine esplicito e istituzionale del carcere è quello di ridurre all’obbedienza cieca». Si tratta di «un’istituzione totale fondata su principi non certo di giustizia, ma di repressione e di vendetta, controproducente per qualsiasi volontà di riscatto.» E infatti vi troviamo rinchiusi immigrati, rom, sinti, italiani di origini umilissime e si fa di tutto per spedirci quanti più No Tav possibili, tra le migliaia di indagati. Di certo non vi soggiornano i potenti, nonostante le frequenti infrazioni delle norme da loro stessi concepite.

Infine, in un giorno di primavera, nel periodo più drammatico della pandemia, l’autrice esce: «Mentre percorro il corridoio, parte la battitura di saluto. Le trovo tutte, queste mie sorelle, affacciate ai blindi. Battono le sbarre, mi gridano saluti, mi chiedono di non dimenticarle, di raccontare di loro quando sarò fuori». Potrebbe accadere anche a voi, che, terminato il libro, vi sorprendiate a picchiare il pugno sul tavolo.

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