L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 19 luglio 2022

L'inflazione spazzerà via Erdogan?

La Turchia di Erdogan a sei anni dal fallito golpe ha tagliato i ponti con l’Europa
A sei anni dal fallito golpe, la Turchia di Erdogan sembra avere tagliato i ponti con l'Europa. E l'economia soffre sempre più.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 18 Luglio 2022 alle ore 06:58


Era il 15 luglio del 2016 quando alcuni reparti militari tentano il golpe contro il presidente Recep Tayyip Erdogan in Turchia. Poche ore dopo, il colpo di stato fallisce. La repressione del governo è massiccia e bruta. Saranno diverse migliaia gli incarcerati. A distanza di sei anni esatti, il potere del “sultano” appare, però, meno saldo che mai. E non c’entrano le minacce dei militari. Quell’estate segnò un cambio di rotta deciso di Ankara riguardo sia alle politiche economiche da implementare per sviluppare la Turchia, sia ai rapporti con l’Europa. Tutto era iniziato nella primavera del 2013, quando il governo represse duramente le manifestazioni di protesta contro la rimozione del parco di Gezi a Istanbul. Da allora, qualcosa si ruppe irrimediabilmente nel rapporto tra Ankara e le cancellerie occidentali.

Di cose sul piano politico ne sono accadute in questi anni. La Turchia è diventata una repubblica presidenziale, il partito islamico-moderato di Erdogan (AKP) ha perso la maggioranza assoluta dei seggi ed è stato costretto ad allearsi con i nazionali dell’MHP. Alle elezioni amministrative, il suo partito ha perso la guida del comune di Istanbul a favore di un candidato del CHP, i laici kemalisti. E con gli USA le relazioni sono diventate tesissime, mentre si è registrato un allarmante avvicinamento con la Russia di Vladimir Putin e l’Iran dell’ayatollah Khameini.

Crisi della lira turca

Sul piano economico, Erdogan dopo il fallito golpe si convinse che fosse arrivata l’ora di fare a modo suo in politica monetaria. Basta alti tassi d’interesse. L’inflazione la si combatte abbassandoli, il contrario di quanto sostiene la teoria economica ufficiale. E così, se i tassi fino ad allora erano fissati intorno ai livelli d’inflazione, da quel momento avviene il divorzio. In termini reali, cadono progressivamente fino a scatenare una prima crisi finanziaria nel 2018. Erdogan ne prende atto e reagisce ripristinando temporaneamente l’ortodossia monetaria. Ma dura poco. I governatori centrali vengono licenziati l’uno dopo l’altro fino alla nomina del marzo 2021 del fido Sahap Kavcioglu.

Un’altra crisi del cambio si abbatte sulla lira turca, che in un anno perde il 44% del valore contro il dollaro. Stavolta, però, Erdogan non torna indietro. Si mostra disponibile a tollerare qualsiasi costo la sua visione comporti, tanto a pagarne il prezzo sono le famiglie. E così, l’inflazione a giugno esplode a quasi l’80%, livello massimo dal 1998. Dal fallito golpe, il cambio perde l’83% e i prezzi al consumo sono schizzati del 250%. Nel frattempo, i rendimenti a 10 anni sono raddoppiati dal 9,5% al 19% e il PIL pro-capite a parità di potere d’acquisto tra il 2016 e il 2021 è cresciuto del 15%.

Rielezione a rischio per Erdogan

Il carovita rappresenta il più temibile avversario di Erdogan in questa fase. Alle elezioni del prossimo anno, il capo dello stato rischia di perdere la rielezione e la maggioranza parlamentare. L’unico suo punto di forza consiste nell’assenza di un vero candidato unitario delle forze di opposizione. Ma di quella Turchia liberale del primo decennio erdoganiano non resta quasi nulla. Con Bruxelles praticamente il dialogo è tra sordi. In questi mesi, tuttavia, Erdogan sta giocandosi la carta del mediatore tra Russia e Ucraina per recuperare consenso interno e prestigio internazionale. In assenza di alternative più credibili, tanto basta per il momento all’Occidente.

Erdogan vuole trasformare la Turchia in una piccola Cina alle porte d’Europa. E ciò dovrà avvenire uccidendo la lira turca per stimolare la produzione nazionale e le esportazioni. Ad oggi, non sta avvenendo. Anzi, la bilancia commerciale è sprofondata nel rosso più scuro, a causa del boom dei prezzi di petrolio e gas. Il turismo probabilmente sta offrendo un minimo sollievo alle partite correnti questa estate, ma resta il fatto che il cambio abbia perso contro il dollaro un altro 20% da inizio anno. La luce in fondo al tunnel non s’intravede. La Erdonomics non sta fruttando benefici, bensì solo prezzi alle stelle, fuga dei capitali e prosciugamento delle riserve valutarie. Ma Erdogan non torna indietro.

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