L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 luglio 2022

L'Occidente è in guerra, fatevene una ragione. E la guerra, come l'estate e le feste sono dei catalizzatori che accelerano i processi. Cade il Boris guerriero, Macron non ha la maggioranza in Parlamento, viene espulso Draghi l'ideatore becero delle sanzioni e del rapimento dei miliardi alla Banca centrale russa, e ancora non è finita

Occidente a pezzi, l’Europa politicamente al collasso non può più sbagliare o Putin vince
Stretto tra crisi energetica, inflazione e rischio recessione, l'Occidente sta sbandando sotto la guida claudicante di Joe Biden
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 22 Luglio 2022 alle ore 06:56


E’ un pessimo momento per i nemici di Vladimir Putin. Il Cremlino ha potuto stappare un’altra bottiglia di vodka mercoledì sera, quando ha appreso della caduta del secondo governo europeo nel giro di pochi giorni. Dopo il britannico Boris Johnson, anche Mario Draghi prepara le valigie in quella che sembra essere diventata una gara a chi va via più dalla guida della nazione. E la Francia di Emmanuel Macron si ritrova da circa un mese con un’Assemblea Nazionale senza maggioranza certa. Nel frattempo, il cancelliere tedesco Olaf Scholz è sprofondato nella mestizia e il presidente americano Joe Biden, precipitato nei sondaggi ai minimi storici, punta a recuperare consenso in vista delle elezioni di metà mandato a novembre con temi di politica interna. Insomma, l’Ucraina non è più in cima ai pensieri dell’Occidente e perde alleati preziosi. Di fatto, la Russia avanza nel Donbass e il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, può affermare indisturbato che non sarà l’unico obiettivo di Mosca.

La crisi dell’Occidente

Detto in parole molto semplici, la Russia ci ha appena inviato un messaggio di guerra e i nostri governi si sono girati dall’altro lato, fingendo di non avere capito. L’Occidente versa in una profonda crisi economica ed esistenziale. Se Gazprom non riaprirà il gasdotto Nord Stream 1, l’Europa resterà a corto di gas. Si prefigura un inverno con razionamenti energetici e un’inflazione in ulteriore accelerazione, anziché in calo. Intanto, l’economia si avvicina alla recessione. Il PIL rallenta già la crescita, ma il peggio arriverebbe nei mesi prossimi, quando i governi si ritroverebbero a scegliere tra fornire il gas alle famiglie per riscaldarsi o alle imprese per continuare a produrre.

Putin starà gongolando. In Russia, il potere non promana dal popolo. Al dittatore sarà sufficiente non indispettire eccessivamente i quadri dirigenti, militari e gli oligarchi per restare al potere. In Europa, invece, la situazione è più complicata che mai. L’Area Euro è l’unione di 19 stati (20 dall’anno prossimo con l’ingresso della Croazia) con altrettanti governi e politiche fiscali, i quali condividono una moneta unica. La struttura è incompleta, per questo inefficiente. Ciascuno stato si finanzia sui mercati a tassi diversi dagli altri, per cui ne deriva una frammentazione monetaria che finisce per scontentare tutti. I tassi d’interesse si rivelano generalmente alti per il Sud Europa e bassi per il Nord Europa. Il primo arranca nella crescita, il secondo teme l’inflazione fuori controllo.

Europa paralizzata

La crisi energetica di questi mesi ha accentuato proprio tali timori. Il rialzo dei tassi BCE, necessario da ogni punto di vista, rischia di far implodere i debiti sovrani di Italia, Spagna, Grecia e Portogallo. D’altra parte, si mostra ancora troppo modesto per placare i tassi d’inflazione ovunque. In sostanza, l’Eurozona starebbe per precipitare nella stagflazione. Lo scudo anti-spread presentato ieri dalla BCE non risolverà il problema alla radice, si limiterà a metterci una pezza ogni tanto e neppure così necessariamente grande da coprire la ferita per intero.

L’Europa affrontò malissimo la crisi dei debiti sovrani nel biennio 2010-’11. Anziché pensare a sventare la speculazione finanziaria sul nascere, volarono i coltelli a Bruxelles fino a quando l’euro non fu ad un passo dalla scomparsa. La evitò in extremis Draghi, allora governatore della BCE, per questo stimato oggi nei consessi internazionali. La risposta alla pandemia fu, invece, più efficace. Poiché la crisi sanitaria apparve a tutti uno shock simmetrico, la Commissione varò un piano di indebitamento comune (Recovery Fund) e la BCE un piano straordinario di acquisti dei bond (PEPP).

Avanzata russa in un’Europa disgregata

La guerra in Ucraina non sta vedendo alcuna risposta comune.
Ciascun governo crede ancora di potersela cavare meglio degli altri e per questo tenta di fare da sé senza ipotizzare misure comuni credibili, se non le sole sanzioni contro la Russia. Ma la crisi energetica sta già mettendo in ginocchio l’economia tedesca. L’inflazione divora ovunque il potere di acquisto e semina malcontento. Il rischio di recessione avanza per tutte le economie nazionali. Infine, la minaccia bellica non risparmia davvero nessuno.

In queste condizioni, l’Occidente non può più permettersi di andare in ordine sparso e di proseguire con progetti miopi di portata nazionale, magari tentando di farsi dispetti al suo interno. Ci sono l’Unione Europea contro il Regno Unito sulla Brexit, il Nord Europa contro il Sud nell’Area Euro, l’Europa e gli USA che si guardano con reciproco sospetto sulla guerra. Di questo passo, Putin vince e l’Occidente perde. Non illudiamoci. Se l’Eurozona, anziché guardare al vicino 2020, andasse con la testa indietro al 2011 e pensasse di usare il ricatto dello spread per mettere sotto scacco l’Italia alla vigilia delle elezioni politiche, avrà scelto la strada della sconfitta. E stavolta, a rischio non ci sarebbe solo l’euro, bensì anche la tenuta delle istituzioni democratiche dinnanzi all’avanzata russa.

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