L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 4 luglio 2022

Ma la guerra è igiene del mondo

SPARI E VITTIME A COPENHAGEN/ I mostri fuori controllo di un’Europa smarrita
Pubblicazione: 04.07.2022 - Federico Pichetto
Spari sulla folla in un centro commerciale a Copenhagen. Molte le vittime. Le città europee, insicure, sono alla mercé dei propri mostri

Spari sulla folla, vittime a Copenhagen (LaPresse)

Spari sulla folla, di domenica, in un centro commerciale. Copenaghen si risveglia nel 2015, quando una serie di attentati di matrice islamica misero in ginocchio le forze emotive della città. La differenza, questa volta, è che non ci sono certezze. A sparare è stato un ventiduenne fermato quasi subito dalla polizia, apparentemente senza movente.

Nessuno può affermare con certezza le ragioni di quanto accaduto. La capitale nordica, al netto di tutto, si è comunque fermata: eventi istituzionali bloccati, metropolitana ferma, centri commerciali serrati. E poi, non bisogna dimenticarlo, la conta dei feriti e delle vittime. Un numero indefinito che fa dire alla prima cittadina Andersen che la situazione è tutt’ora tragica.

I fatti di oggi restituiscono al continente un’immagine della società occidentale profondamente insicura e incerta di sé. Scampata alla crisi finanziaria degli anni duemila, travolta dalla prima grande ondata islamista, tenuta in scacco dalla marea populista, rimasta ferita dalla pandemia e dalla guerra delle materie prime contro la Russia, l’Europa si rivela fragile, nelle mani di chiunque possa imbracciare un’arma e metterla nuovamente in un incubo, evocando con un solo gesto tutti i fantasmi di un secolo – il ventunesimo – che sta cambiando profondamente la fisionomia della cultura e dell’identità occidentale.

Ci portiamo appresso dei mostri che ci inseguono e minacciano il nostro futuro, la nostra libertà, le nostre conquiste. Siamo dilaniati da lotte profonde, da una concezione profondamente atea del mondo che si scontra con una altrettanto radicalmente religiosa, facendo venire meno quella terra di mezzo dove credenti e non possono immaginare e costruire un mondo diverso.

Il conflitto non è l’igiene del mondo, come dicevano alcuni all’inizio del novecento, né la chiave necessaria per accendere il progresso. La dialettica e il conflitto sono oggi le armi con cui gli eredi delle grandi culture del passato distruggono le loro conquiste, le proprie idee, i loro sogni. Il risultato è una fragilità diffusa per cui chiunque può mettere con le spalle al muro un’intera città, un paese, un sistema politico.

Copenaghen si risveglia vulnerabile, attonita, impaurita. Ed è un monito, oggi, per tutte le altre capitali d’Europa. Non si può pensare di divorare se stessi e la propria storia senza pagare il prezzo – salatissimo – di una stagione terribile e senza via d’uscita. La stagione della paura.

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