L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 27 luglio 2022

Senza la capacità di produrre beni sei un vuoto a perdere

LEBERWURST
By Nestor Halak On 26 Luglio 2022 8,581


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Nestor Halak per Comedonchisciotte org

Ad un certo punto dei primi anni 90, hanno cominciato a circolare i panegirici della nuova economia, non più fondata sul brutale acciaio la cui produzione distingueva le potenze importanti dai tempi della rivoluzione industriale, ma sull’inafferrabile ed etereo potere della comunicazione veicolata dalle nuove apparecchiature elettroniche. Padrone del mondo diventava chi era in grado di manipolare meglio l’informazione, non quei volgarotti che trafficavano con petrolio o carbone: la produzione di beni materiali doveva limitarsi a piccoli apparecchi della più sofisticata tecnologia, il resto non aveva più importanza. Era nata la “nuova economia”.

Gli Stati Uniti, che dopo la caduta dell’URSS si erano ritrovati in eredità il mondo senza fare nulla, erano ovviamente il centro della scena e tutti erano disposti a dar loro credito, ex nemici sopra a tutti gli altri. Va da sé che un’economia “digitale” è pensabile solo in una società industriale avanzata, dove la produzione dei beni materiali è assicurata in qualche altra maniera, perché nonostante ciò che Hollywood vuole farvi credere l’uomo è fatto di materia e, persino prima di telefonare, ha pur bisogno di mangiare, di muoversi, di esistere in uno spazio fisico. Così i nuovi signori del mondo hanno avuto la bella pensata di delegare ad altri soggetti la volgare produzione delle merci e delle materie prime riservandosi solo la nuova economia fatta di eleganti elettroni con spin alto o basso e del castello di carte della finanza.

Questo passo, come ovvio, presuppone il controllo assoluto dei governi dei paesi cui è delegata la produzione, per esempio Cina e Russia. Con la Russia per circa un decennio il gioco è riuscito, con la Cina mai. Ora non so a voi, ma a me pare che lasciare il potere manifatturiero ad altri deindustrializzando il proprio paese sia un comportamento piuttosto pericoloso: il controllo di un paese di un miliardo e trecento milioni di abitanti grande quanto gli Stati Uniti, non è propriamente uno scherzo. Ma in fondo non era riuscita la Piccola Bretagna a controllare l’India, tanto più grande e popolosa così a lungo? Perciò ci hanno provato. E poi, d’accordo i bit e i derivati, ma in ultima analisi, in fondo in fondo, lo status quo avrebbe dovuto essere garantito dai militari, i “nostri bravi ragazzi”, alla cui invincibile potenza avrebbe provveduto l’immensa superiorità economica. Bastava guardare le cifre, calcolate sempre in dollari e mai in tonnellate. Quando lo stesso aereo, inscritto nel bilancio USA, vale dieci volte di più che iscritto nel bilancio russo si fa presto ad alzare il PIL. Ma la superiorità economica non avrebbe potuto essere erosa proprio dal trasferimento dell’industria? Oppure il mondo avrebbe davvero creduto all’economia fatta di bit e carta tenuta assieme da chewing gum, scotch e graffette?

Sarà stato forse quel senso di invulnerabilità che gli dava l’essere un isola o un’isola continente, o la hybris che lo snodarsi delle vicende storiche gli ha consegnato, o la stupidità che vuole sempre la sua parte, fatto sta che, nonostante tutte le avvisaglie contrarie, ancora oggi non sembrano avere dubbi sulla loro superiorità fisica, morale, militare e intellettuale. Avete notato che, contrariamente ai tempi della guerra fredda, in questo inizio di terzo millennio il blocco più strettamente ideologizzato è proprio quello occidentale? Ai tempi, nell’URSS si insegnava il “materialismo dialettico” a scuola come si trattasse di una scienza esatta, ma a noi non passava neanche per la testa di insegnare “capitalismo scientifico”. In fondo la nostra economia era mista, con ampi spazi al socialismo, non certo un capitalismo monolitico ed estremista. Oggi invece si assiste a tutto un proliferare di corsi di laurea in “project management”, “business management”, ”governance & business”, addirittura “management sanitario”, tenuti preferibilmente nella lingua ieratica che ha preso il posto del vecchio latino della chiesa. Si insegna “creazionismo”, si stabilisce in barba alla biologia che i sessi umani sono molteplici, si rendono obbligatori “vaccini” contro il raffreddore chiaramente più pericolosi della malattia. L’ideologia la fa da padrone in ogni campo e conseguentemente il buon senso langue.

Questa insensata sicurezza dei governi occidentali composti da personaggi sempre meno affidabili (non vi pare che la Von der Layen faccia sembrare Brunetta un gigante della politica?), ha fatto sì che non ci fosse un vero e proprio piano di riserva nel caso le cose non avessero funzionato come previsto. Lo si vede chiaramente con la guerra in Ucraina. Sono sì riusciti a trascinare la Russia in una guerra fratricida, ma non appena qualcosa va storto – la guerra economica , che doveva essere l’arma vincente si sta rivelando un disastro – sembrano del tutto incapaci di trattare o trovare una qualsiasi via di uscita: tutto quello che sanno fare è insistere e continuare a rilanciare in un gioco che stanno palesemente perdendo. D’altra parte, se il vostro potere si basa in ultima analisi sulla potenza militare, be, questa forza la dovete usare quando vi sfidano a farlo. Quando l’intimidazione non funziona, dovete pur tirar fuori il bastone. Se siete i bulli del cortile della scuola e il vostro motto è o mi dai la colazione o ti rompo il muso, la mattina in cui un ragazzino si rifiuta, dovete rompergli il muso anche se non vi va, altrimenti il vostro potere se ne vola via.

Dove sono dunque le legioni dell’”esercito più potente della galassia”? Perché non intervengono loro e danno una bella lezione ai “negri della neve” come hanno fatto a suo tempo con i “musi gialli” e con i “negri della sabbia” nei loro “shitholes”? Il fatto è che anche il potere militare è una tigre di carta, come l’economia, la democrazia, la finanza e tutto il resto: è tutto virtuale, esiste solo sugli schermi di Hollywood. Con la catastrofe che sogghigna dietro l’angolo non da qui a qualche anno, ma da qui a pochi mesi, non sarebbe allora il caso di imbastire una trattativa, di fare un passo indietro, di trovare un modus vivendi prima che sia troppo tardi?

Macché, nulla si muove. La Rai mette in onda assurdi telegiornali in “lingua ucraina”, Biden legge i discorsi come i bambini delle elementari leggono il testo di geografia: “Bordeaux leggi Bordò” e il cancelliere tedesco – che l’ambasciatore del suo protetto Zelensky per il quale sta svenando il suo paese ha definito una “salsiccia di fegato” – giura che si tratterà solo dopo l’immancabile vittoria finale. Questo, i tedeschi lo avevano già ripetuto altre volte, o mi sbaglio?

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