L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 14 luglio 2022

Un dato è certo, andiamo verso temperature più calde, non personalmente non riesco a spiegarne i motivi. Le motivazioni ufficiali di tutti i tipi e su qualsiasi argomento, sono, ormai, filtrate, troppe volte ci hanno mentito e su tutto

Cosa pensare della questione climatica?
di Pierluigi Fagan
6 luglio

Come ogni estate a seguito di temperature molto alte e qualche disastro ambientale, si ripresenta il dibattito sulla questione climatica. Vorrei condividere quello che so in base alla lettura e studio di diversi libri sull’argomento (qualche decina, di varie fonti, inquadramenti disciplinari, metodo e forme ideologiche), magari ha una sua utilità per coloro che hanno sensibilità e dubbi sull’argomento. E' un povero contributo non al cosa pensare, ma al come.

1. L’argomento è parte di una disciplina scientifica molto recente, l’ecologia. La disciplina ha solo sessanta anni ed il tempo ristretto ne limita la portata di metodo e conoscenze.

2. La disciplina è prototipica del problema della complessità. La complessità è data dal numero di variabili (ed in ecologia ve ne sono “n”) e loro interrelazioni (ed in ecologia ve ne sono “n3”), molte non lineari, che formano un sistema (il sistema ecologico che è la Terra), ambientato in un contesto (sistema solare e di sfondo l’Universo), durante tempi (storia del sistema). Va ricordato che la nostra immagine di mondo è storicamente refrattaria al concetto di complessità.

3. La disciplina ha due oggetti principali, l’ecologia terrestre o locale intesa come intrecci di relazioni tra la crosta terrestre (suolo, sottosuolo e acque) e le specie viventi ed il clima. Se i due ambiti sono divisi nei nostri discorsi, in realtà non lo sono in natura. Mentre però l’ecologia terrestre è quasi interamente dipendente dalle sue condizioni interne, il clima potrebbe avere dipendenze anche esterne.

4. La storia della disciplina mostra come, per quaranta anni circa, essa sia stata sostanzialmente malvista per varie ragioni. La sua difficoltà epistemica a trattare problemi molto complessi rendeva scettici i tutori del metodo scientifico che è ancora saldamente centrato sulla particolare fisica del "meso" ovvero la fisica galileian-newtoniana. Ci fu poi la fisica del "micro", dall’atomica alla subatomica (quantistica) e del "macro" (relatività) e soprattutto ci fu l’estensione dell’approccio scientifico alla chimica riscattata dalle nebbie dell’alchimia, della biologia (con derivate etologia, botanica, paleontologia etc), poi biologia molecolare, della geologia e le scienze cognitive fino a che si parla di cervello (da mente in poi si entra in altri territori). Ma il paradigma newtoniano ha continuato imperterrito a dominare l’epistemologia scientifica, sebbene questo fatto sia stato ampiamente criticato senza però apparenti risultati nell’immagine di mondo media. Del resto, nacque allacciato col paradigma economico moderno ed i due si spalleggiano nell'idm. Negli ultimi venti anni però, la disciplina, ha ricevuto molta più amichevole attenzione sebbene solo per la parte climatica. Il precedente ostracismo totale ed oggi selettivo alla sola ecologia terrestre, si spiega politicamente anche con l’evidente contraddizione tra il nostro modo di stare al mondo ed il problema. Sul piano culturale, inoltre, gran parte delle nostre ideologie e molte discipline come la stessa economia, non comprendevano la variabile ecologica e quindi i loro cultori fanno fatica a leggere i fenomeni che hanno polarizzazioni diverse dai loro occhiali epistemici. Sempre sul piano culturale, l'area umanistica si fa beffa di quella scientifica perché non la studia e non la capisce, salvo poi dire che "sono solo narrazioni" (soggettivismo radicale).

5. Questo cambio di atteggiamento -ricordiamolo- separando in sostanza la questione climatica da quella ecologica terrestre, ha dato vita ad una esplosione di studi istituzionali a livello UN (IPCC) con apporti generalizzati da parte dell’intero universo accademico planetario. Si è così andato così formando un canone basato su due assunti: a) il clima sta cambiando, sensibilmente e repentinamente; b) la causa è principalmente umana. È del (2000)-2002 infatti, l’introduzione del concetto di “Antropocene” ovvero l’era geologica determinata sostanzialmente da umani più che da forze naturali impersonali. Il concetto però era stato già proposto nella seconda metà del XIX secolo (da un italiano, tra l’altro) e più volte ripreso da molti studiosi (geologi, chimici, biologi, filosofi). Ma per centotrenta anni è stato ignorato. Al momento, il concetto non è ancora stato ufficialmente deliberato dalle istituzioni internazionali dei geologi cui spetta il compito scientifico di farlo, sebbene ne dibattano anche molto animatamente. Ricordiamoci che la definizione riguarderebbe due ambiti, quello ecologico terrestre su cui ci sono pochi dubbi sulla profondità ed estensione dell’impatto umano e quello climatico su cui, data la dipendenza del sistema anche dall’esterno (sistema solare), c’è qualche dibattito ulteriore.

6. Quanto alla questione dell’impatto umano, vanno ricordate due cose. La prima è che la popolazione umana è aumentata di più di quattro volte negli ultimi centoventi anni, si è più che triplicata nei soli ultimi settanta anni. La seconda è che negli ultimi settanta anni, il modo economico moderno, particolarmente energivoro ed entropico poiché affermatosi in un’isoletta del Mare del Nord nel ‘600 con cinque milioni di abitanti smaniosi di migliorare il proprio stile di vita saccheggiando il sottosuolo e il resto del pianeta, si è andato estendendo dal solo Occidente a tutto il Resto del Mondo, in particolare l’Asia che conta il 60% della popolazione mondiale. Questi due fatti combinati, presentano la classica spinta all’abduzione.

7. L’abduzione è una forma logica che segue la deduzione (inferenza certa ma limitata dalle premesse) e l’induzione (inferenza più ampia ma dalle basi meno certe), estendendo ancora di più l’ampiezza dell’inferenza sebbene su basi ancora meno certe. Secondo il logico C.P. Pierce, la scienza che ama pensarsi induttiva, in realtà è per lo più abduttiva. L’inferenza abduttiva è quella che leggete nei romanzi gialli dei grandi investigatori (Holmes, Poirot, Marple etc.) i quali tentano ipotesi su collezione non completa e non del tutto certa di indizi. Ma questa logica non è quella ritenuta ufficiale dai guardiani del canone scientifico ancora strettamente induttivi. In realtà si pensano induttivi, ma in fondo sono abduttivi anche loro. Ad esempio, le leggi della gravitazione di Newton si pensarono e si pensano tutt’oggi universali ed in effetti lo sono, solo che poi abbiamo scoperto non esser le uniche perché in certe condizioni valgono invece quella relativistiche einsteiniane. Altresì la certezza oggettiva delle misurazioni valide nella fisica di mezzo, non valgono nella microfisica che è statistica con ineliminabile ruolo dell’osservatore. E questo, ripeto, per rimanere nell’alveo stretto della fisica. Ma appena uscite dalla fisica e già in chimica, troverete più regole che leggi e più si sale più la faccenda diventa complicata. Insomma, molte discussioni a livello di grande pubblico ma ahimè anche di alcuni scienziati, ignorano questa pluralità a sua volta complessa dell’epistemologia scientifica e criticano l’ipotesi antropogenica dicendo che “non è dimostrata”. Qualcuno si potrà stupire che gli scienziati stessi non siano consapevoli dei problemi epistemologici della propria disciplina, ma ciò in realtà non dovrebbe stupire, sono molti coloro che troppo immersi a pensare a qualcosa non si curano anche del come lo pensano (vedi gli economisti, che pure non sono scienziati sebbene piaccia loro pensarlo). Per non parlare di quelli troppo immersi nel parlare per ricordarsi di pensare.

8. A sua volta, la “scienza” è una istituzione umana e nel caso è una istituzione umana inserita in un’altra serie di istituzioni molto, troppo, umane come l’economia, la filosofia, la politica e la geopolitica. Ne consegue, invidia di chi è fuori dell’inner circle della ricerca verso coloro che sono più finanziati es ascoltati. Sospetti di ingerenze da parte dei finanziatori delle ricerche, finanziatori di ricerche assertive sull’antropocenismo per far dei dati base per una nuova rivoluzione economica e finanziatori di ricerche o semplici pronunciamenti scettici ovvero il complesso carbo-energetico, il cui intervento a base di tanti filmatini YouTube di scetticismo climatico è provato. Battaglie epistemiche tra gli interpreti esperti che vengono spesso da discipline che non colloquiano tra loro (fenomeno già visto nel Covid) o da bande epistemiche ferocemente concorrenti. Concorrenza politica tra critici del capitalismo (è tutto un Capitalocene, se ci fosse il socialismo tutto ciò non succederebbe), tra conservatori americani (nonché i russi) e progressisti liberali, tra davosiani in cerca di nuove avventure e catastrofisti “moriremo tutti e male”. Il tutto amplificato dai media sempre in cerca della polemica del giorno e poi resa tempesta permanente tipo macchia rossa di Giove, dai social. Faccio un esempio per alleggerire. Ieri c’era un post con varie foto (l’emittente diceva che erano foto!) di una cresta di montagna con varie estensioni di ghiaccio in cui si vedeva chiaramente come nel 1108 il ghiaccio fosse meno di oggi. Problema: come e chi ha fatto una foto ad un ghiacciaio del 1108? L’esempio è stupidino, va bene, ma potrei produrne centinaia anche più stupidi, è che il livello del dibattito è prevalentemente impressionista a base di “ignoranze combattenti”. Infine, la concorrenza geopolitica per cui ancora ieri sulla 7, il Giannini sosteneva che il ghiacciaio della Marmolada è caduto per via del riscaldamento da emissioni la cui colpa principale è dei cinesi (?). Da un po' di tempo è stato introdotto anche il concetto di "ansia climatica" e dove c'è ansia certo è che il giudizio si annebbia.

9. Da penultimo, segnalo due finali distorsioni assurde. La prima è che, come detto, il ruolo umano nel creare un drammatico problema ecologico terrestre (crosta, sottosuolo, mari e ciclo dell’acqua, ecologie) è certo. Anche più drammatico di quello climatico e quindi non si capisce perché non assurga a dibattito pubblico. Si tenga conto che il principio di precauzione, imporrebbe di assumere la causa antropocenica come vera anche se non in senso assoluto -a prescindere- nel climatico, ma è vera senza se e senza ma in ecologia generale. L’indizio di paurosa inflazione demografica recente ed estensione dell’economica entropica a grandi numeri lo suggerirebbe nel primo caso e lo certifica nel secondo. Ma anche concordassimo, i modi ed i tempi di ravvedimenti operosi a fini climatici (che al momento è pura fantascienza utopica) non permetterebbero di averne benefici se non prima di qualche decennio. Nel frattempo? Cioè, che il clima stia cambiando ormai è dato certo possiamo dire, sulle cause siamo incerti ma sugli effetti siamo certissimi. Quindi? Che facciamo in senso adattivo a questo clima che cambia con noi dentro? Niente. Continuiamo tranquilli a discutere di ecologia profonda vs neoliberismo o di Zichichi-Prodi-Rubbia vs IPCC e qualche migliaio di altri scienziati di tutto il pianeta e via così. Ricordo che chi stava naufragando col Titanic non inscenava dibattiti tra colpe degli iceberg o disattenzione umana nel pilotaggio, si preoccupava di finire di notte in acque gelide. Ma sono sicuro a molti sfuggirà la metafora poiché lì il problema era il freddo, ma oggi è il caldo…

10. Concludo. Il possibile ma non probabile “ravvedimento operoso” è impedito certo da conflitti di interessi tra classi, settori economici e finanziari, sociali, politici e geopolitici su un fondo spesso di ignoranza sostanziale. Ma è anche improbabile sia pensabile da immagini di mondo che tengono le varie discipline scollegate tra loro e prive di auto-sorveglianza gnoseologica. Il problema è complesso ma la nostra immagine di mondo non lo è.

P.S. S'è semplificato su molti punti, ma sono sicuro che l'intelligenza collettiva dei lettori/lettrici di questo spazio, vi porranno rimedio nei loro commenti oltre a segnalarmi i sempre possibili errori.

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