L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 5 agosto 2022

Gli Stati Uniti esportano l'inflazione da loro stessi creata, mettendo in circolazione miliardi e miliardi di dollari prodotti con un clic, denaro digitale, e darli alle banche in affanno per crisi di liquidità, il 17 settembre del 2019 si è formalizzato l'atto. L'invenzione covid ha rallentato, ma non fermato la velocità di circolazione della moneta e ora siamo nella tempesta inflazionistica aiutata dalla guerra igiene del mondo. E le banche occidentali TUTTE arrancano dietro la Fed per contenere l'inflazione importata altrimenti questa si innalzerebbe a livelli ancora più intollerabili

Banca d’Inghilterra: Regno Unito verso la recessione

Forse la più lunga dalla crisi del 2008
-4 Agosto 2022


La Banca d’Inghilterra ha avvertito che tra la fine del 2022 e il 2023 il Regno Unito entrerà in recessione, la più lunga dal 2008. La sterlina è già scesa di valore, e si pensa a un aumento dei disoccupati.

Il Regno Unito vicino alla recessione? Le parole della Banca d’Inghilterra

Entro la fine di quest’anno l’economia del Regno Unito entrerà in recessione. È quanto afferma la Banca d’Inghilterra, che ha tagliato le sue previsioni di crescita e presuppone una recessione nel trimestre ottobre-dicembre. “La crescita del PIL del Regno Unito sta rallentando. L’ultimo aumento dei prezzi del gas ha portato a un altro significativo deterioramento delle prospettive di attività del Regno Unito e nel resto d’Europa. Si prevede che il Regno Unito entrerà in recessione a partire dal quarto trimestre di quest’anno”, informa la Banca. Che aggiunge: “Il reddito reale delle famiglia al netto delle imposte dovrebbe diminuire drasticamente nel 2022 e nel 2023, mentre la crescita dei consumi diventa negativa”.

Le previsioni finora

Si prevede dunque una contrazione economica che si avvierà nell’ultimo trimestre dell’anno corrente, per poi continuare nel corso del prossimo anno. Potrebbe trattarsi del periodo di recessione più lungo dopo la crisi finanziaria del 2008. Dopo l’annuncio, la sterlina è scesa di valore, mentre già si stima un incremento del tasso di disoccupazione il prossimo anno. Inoltre, la Banca sostiene che vi sarà un rapido adeguamento della pressione salariale con il ritorno dell’inflazione.

Il “mercato rigido” al centro dei timori della Banca d’Inghilterra

Intanto, per contrastare le pressioni inflazionistiche, nel timore che esse “diventino più persistenti e si allarghino”, la Banca d’Inghilterra ha alzato i tassi di interesse all’1,75%. Anche molte aziende hanno aumentato i prezzi dei propri prodotti, cosa che porterà ad un aumento dei costi al consumo dei negozi. La Banca teme comunque per quello che si definisce il mercato del lavoro “rigido” presente nel Paese. La preoccupazione maggiore a riguardo si rifà al timore di una spirale salari-prezzo, dal momento che i lavoratori chiedono aumenti salariali nel corso di questa crisi.

“In un mercato del lavoro teso e in un contesto in cui le aziende trovavano più facile trasferire gli aumenti dei prezzi, un percorso più alto e più lungo per l’inflazione CPI nei prossimi 18 mesi potrebbe aumentare il rischio che un eventuale calo delle pressioni esterne sui prezzi non sarebbe sufficiente a frenare ulteriormente le aspettative di inflazione al di sopra dell’obiettivo”. Sono queste le parole della Banca a riguardo.

Nessun commento:

Posta un commento