L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 27 agosto 2022

Il 14 agosto scorso nella capitale Seoul è stata teatro della più grande manifestazione pubblica degli ultimi decenni contro la presenza militare statunitense in Corea del Sud

Corea del Sud: “Questa terra non è una base di guerra degli Usa”



Quasi tutte le informazioni sulla Corea del Nord, siano esse semplici voci senza consistenza, notizie false o semplicemente sciocche, diventano foraggio per le invenzioni dei media mainstream che certo non possono temere di essere smentite. Ma quando si tratta della Corea del sud si censura qualsiasi cosa non vada nel senso della narrazione americana: del resto con 28.500 soldati e la più grande base militare del Pentagono al di fuori del Nord America, è fin troppo chiaro che tutto deve andare sempre bene e ai cittadini americani o delle colonie europee non si possono dare notizie che inducano a pensare che dopotutto le cose non vanno sempre come dovrebbero. Così quasi per caso ho scoperto il 14 agosto scorso che la capitale Seoul è stata teatro della più grande manifestazione pubblica degli ultimi decenni contro la presenza militare statunitense in Corea del Sud. Ma di questa protesta non è apparsa nemmeno un riga o un immagine, al al massimo è rimasta impigliata in qualche trafiletto invisibile in organi di informazione ufficiale che nessuno legge.

Invece decine di migliaia di persone sono sfilate cantando “questa terra non è una base di guerra degli Stati Uniti” riferendosi alle esercitazioni militari congiunte su larga scala in programma nella penisola coreana dopo che dal 2017 si era evitato di creare queste perturbazioni nelle difficili relazioni fra le due Coree. Le proteste sono state organizzate dalla Confederazione dei sindacati coreani ( KCTU ), la seconda federazione del lavoro della Corea del Sud che come è noto sono piuttosto combattiva . A essa si è unita una serie una serie di alleati che definiremmo progressisti, se oggi il progressivo non fosse che un atto di ossequio alla finanza e alle sue visioni, tra cui People’s Solidarity for Participatory Democracy ( PSPD ), un influente gruppo di cittadini fondato nel 1994 e il gruppo “pionieri della riunificazione pacifica”. Secondo gli organizzatori l’esercitazione militare rischia di aumentare la tensione nella penisola coreana senza peraltro offrire alcun contributo alla pace e men che meno al processo di denuclearizzazione. Alla manifestazione, è stato preso di mira direttamente il cuore della politica statunitense in Corea, con cartelli che dicevano “Niente prove di guerra, niente Usa” e “Nessuna cooperazione militare Corea-USA-Giappone”. Si tratta della prova che le cose vanno cambiando anche in un Paese dove la maggioranza delle persone secondo sondaggio governativi è favorevole alla presenza delle truppe Usa e sopporta che anche le forze coreane siano sotto comando Usa. Tuttavia da qualche anno le cose sono cambiate ed è per questo che dal 2018 le esercitazioni militari vengono compiute come simulazioni al computer ed è chiaro che la decisione di tornare a farle nel mondo reale con tutti i pericoli del caso, non è stata ben accolta. Ci si sta rendendo conto che la politica di Washington diventa sempre meno comprensibile; che la Corea del Nord è comunque diventata una potenza nucleare che potrebbe infliggere danni gravissimi e permanenti, specie in un Paese grande un terzo dell’Italia, ma abitato da oltre 50 milioni di persone;, che gli Usa hanno ormai poco da offrire anche sul piano economico rispetto ai loro avversari, Cina in testa. E si fa sempre più strada il sospetto che gli Stati uniti vogliano sfruttare le aree di attrito per condurre la loro guerra contro Russia e Cina, risparmiando al massimo i loro uomini. Una cosa che in Europa è già realtà e che ha già messo in ginocchio il continente. Se non altro saremmo di monito a chi verrà dopo e probabilmente costituiremo un mistero per gli storici dei prossimi millenni come per noi è la scomparsa nel giro di appena qualche anno del ricco impero assiro.

Ma al di là delle tristi cronache nostrane, come in molti Paesi satelliti degli Usa anche in Corea del sud sta crescendo l’idea che l’alleanza con Washington che non concepisce partecipazione e partenariato, ma solo il comando, sia alla fine un ostacolo vero il futuro. Se questo accade a Seoul che certo ha avuto momenti turbolenti, ma che fino ad ora è stato il più solerte servo asiatico di Washington significa che davvero il clima, quello geopolitico intendo va cambiando.

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