L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 agosto 2022

Il Circo Mediatico si nasconde. Inflazione+Recessione= STAGFLAZIONE


State Street: l'inflazione elevata sarà la nuova normalità della politica monetaria. Ecco cosa fare
di Marco Capponi
17 agosto 2022

Uno studio della società di gestione indica che il picco dei prezzi al consumo è frutto di fenomeni permanenti, come la compressione del mercato del lavoro. Alzare i tassi in modo troppo brusco non è la soluzione

L'inflazione alta non è certo una novità storica, ma il fenomeno inflazionistico degli ultimi mesi, negli Stati Uniti come in Europa, potrebbe avere caratteristiche nuove, che dovranno portare i decisori di politica economica e monetaria a rivedere completamente i loro paradigmi. A segnalarlo sono gli analisti di State Street in un loro lungo rapporto, che parte da una domanda: siamo entrati in una nuova era di inflazione elevata? Per loro la risposta è affermativa, ma le cause, prima che dallo scoppio della guerra in Ucraina, provengono da lontano.

Una combinazione inedita di fattori legati alla domanda

A luglio l'inflazione negli Stati Uniti è stata dell'8,5%: in calo dal 9,1% di giugno e sotto la stima del consenso, che la vedeva all'8,9%, ma comunque un valore preoccupante, che spinge la Federal Reserve a non abbassare la guardia circa la sua politica di rialzo massiccio dei tassi di interesse. Per gli analisti di State Street la situazione attuale è la risultante di una combinazione complessa di fattori legati alla domanda: stimoli fiscali e monetari senza precedenti adottati negli ultimi anni, costi energetici in aumento, distruzione delle catene di approvvigionamento, assottigliamento del mercato del lavoro. Molti di questi fattori, spiegano gli esperti, "possono creare cambiamenti strutturali nel mondo post-Covid, che alterano in maniera significativa le preferenze di consumatori e lavoratori".

Transitoria o permanente?

Alcuni dei fattori presi in esame dallo studio, come ad esempio la distruzione delle catene di approvvigionamento, hanno certamente una natura transitoria: tra le righe del rapporto si legge come, una volta che il conflitto sarà terminato, e ipotizzando che l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia non duri troppo a lungo, le supply chain saranno in grado di riadattarsi rapidamente. Ma al contempo l'analisi vede l'altra faccia della medaglia: molti dei fattori presi in esame hanno una natura permanente: ad esempio il cambiamento strutturale del mercato del lavoro innescato dal Covid, che ha assottigliato l'offerta facendo alzare i salari nominali in modo drammatico.

Le banche centrali sono chiamate a un cambio di paradigma

A questo punto, gli analisti di State Street si domandano cosa dovranno fare le banche centrali per tener testa a un'inflazione che potrebbe durare ben più a lungo di quanto sperato in un primo momento. "Le autorità monetarie", argomentano, "potrebbero scegliere di contrastare la rapida scalata dei costi con incrementi dei tassi sempre più elevati e frequenti". Ma in questo modo il rischio è quello di comprimere la domanda e creare un rallentamento dell'economia, che potrebbe innescare una recessione. In alternativa, e questa è la soluzione auspicata dallo studio, i decisori di politica monetaria possono rassegnarsi al fatto che l'inflazione elevata è la "nuova normalità", andando ad agire su quelle politiche che hanno ingigantito la situazione attuale. Prima tra tutte, il protezionismo: "crediamo che le politiche migratorie restrittive adottate negli Usa e nel Regno Unito", conclude lo studio, "siano la ragione principale della compressione del mercato del lavoro verificatasi a partire dal 2016". 

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