L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 1 agosto 2022

Il covid è stato strumento per rallentare la circolazione di moneta dovuta al fatto che dal 17 settembre 2019 la Fed ha creato inondando le banche con miliardi e miliardi di dollari, è questa massa monetaria che ha creato e continua a creare INFLAZIONE. Per la Bce, missione impossibile, una politica monetaria unica per diciannove paesi con interessi divergenti. La guerra igiene del mondo si sta incaricando di trovare nuovi equilibri in cui l'economia del debito possa, forse, risorgere

Fed e BCE nel vicolo cieco della politica monetaria
di Tomasz Konicz
27 luglio 2022

Breve storia delle aporie della politica di crisi borghese nella transizione dell'economia mondiale dalla crisi pandemica alla crisi bellica


Dalla pandemie alla guerra, l'economia mondiale non ha più pace. Sul suo sito web, "Tagesschau" vede addirittura l'economia mondiale minacciata da «crisi multiple».[*1] Ma è proprio nel momento in cui si parla delle conseguenze economiche di quella che appare come una rapida erosione del sistema mondiale capitalistico, che va ora posta la questione se abbia davvero ancora senso parlare di una crisi economica pandemica o di una crisi economica relativa alla guerra, o se invece non sia più appropriato comprendere gli shock economici susseguenti come le fasi di un unico e stesso processo di crisi sistemica.

In ogni caso, nella sua ultima valutazione dell'economia globale la Banca Mondiale ha dovuto rivedere significativamente al ribasso le sue precedenti previsioni di crescita. [*2] Secondo tali previsioni, quest’anno l'economia globale dovrebbe crescere solo del 2,9%, mentre a gennaio la Banca Mondiale si aspettava ancora il 4,1%. Questo dimezzerebbe o quasi lo slancio economico globale, che nel 2021 grazie alle gigantesche misure di stimolo economico finanziate dal debito di molti Stati, aveva raggiunto un enorme aumento del 5,7%. Per molti Paesi emergenti e in via di sviluppo, i quali possono raggiungere la stabilità sociale solo con alti tassi di crescita, questo rallentamento economico è già di per sé pericoloso, soprattutto in un contesto di impennata dei prezzi dei generi alimentari. Inoltre, la Banca Mondiale ha messo in guardia dal rischio crescente di un periodo prolungato di stagflazione, simile alla fase di crisi degli anni '70, quando la stagnazione economica era accompagnata da un'inflazione a due cifre (per questo si veda anche: "Back to stagflation?" [*3]).

Anche l'OCSE ha apportato correzioni simili, secondo le quali la produzione economica mondiale dovrebbe crescere solo del 3% quest'anno. [*4] Alla fine del 2021, la previsione era ancora del 4,5%. Per il 2023, l'associazione dei 38 Paesi industrializzati prevede una crescita economica del 2,8%, anziché il 3,2% ipotizzato in precedenza, ovviamente se non si verificheranno nuovi focolai di crisi. Secondo l'OCSE, il rallentamento economico del prossimo anno verrà accompagnato anche da un rallentamento dell'inflazione, la quale dovrebbe scendere passando dall'8,5% di quest'anno al 6,0% nel 2023. Le massicce revisioni che nel giro di 6 mesi sia l'OCSE che la Banca Mondiale hanno dovuto apportare, non solo illustrano l'inutilità delle previsioni economiche nella manifesta crisi sistemica in cui sta entrando il tardo capitalismo, ma rivelano anche l'esistenza di un legame sempre più chiaro tra inflazione e crescita economica. Ben presto, a partire dallo scoppio della pandemia, alla quale i politici hanno reagito con una massiccia stampa di moneta, soprattutto per finanziare le misure di stimolo governativo negli Stati Uniti e nell'Unione Europea, la crescente dinamica inflazionistica ha messo radici. Ciò non è dovuto solo alla guerra - non si tratta di una semplice «inflazione Putin» - e alle disfunzioni nelle catene di approvvigionamento globali, ma anche alla politica monetaria espansiva delle banche centrali.[*5]

Inondazione di denaro e inflazione

Questo nesso, tra la grande ondata di denaro legata alla pandemia e l'inflazione globale, è stato recentemente discusso, ad esempio, di fronte alla Commissione Finanze del Senato degli Stati Uniti, che il Segretario al Tesoro dell'amministrazione Biden, Janet Yellen, ha dovuto affrontare all'inizio di giugno [*6]. Le accuse dell'opposizione repubblicana - secondo cui la Casa Bianca avrebbe innescato l'inflazione e il "surriscaldamento" dell'economia per mezzo del suo programma di stimolo economico da 1.900 miliardi di dollari - sono disoneste sotto vari aspetti: innanzitutto, Donald Trump aveva già introdotto misure di sostegno altrettanto costose, le quali però comprendevano soprattutto tagli alle tasse per i ricchi e per le aziende, mentre Biden - nonostante tutti i tagli - è riuscito a far passare qualche sgravio per la classe media e per gli strati a basso reddito. Ed è proprio a partire dal fatto che i sussidi sociali per i bambini, ad esempio, vengono identificati come «fattori di inflazione», che la Casa Bianca è stata censurata. Uno sguardo all'anno trascorso aiuta a mettere le cose in prospettiva: l'accelerazione dell'inflazione, che ha superato gli otto punti percentuali, è stata accompagnata da una crescita del PIL del 5,4%, la più alta dagli anni '80.[*7] Tale espansione, in cui la Federal Reserve ha effettivamente utilizzato la nuova moneta stampata per acquistare il debito pubblico degli Stati Uniti e per stimolare l'economia, è avvenuta in risposta al tremendo crollo economico seguito allo scoppio della pandemia, che nel 2020 ha causato una contrazione del PIL statunitense del 3,4%. Ci si potrebbe quindi chiedere, al contrario, come sarebbe oggi l'economia statunitense se Washington avesse rinunciato a questi programmi di stimolo.

Di fatto, la politica economica statunitense ha evitato una depressione, sebbene lo abbia potuto fare solo al prezzo di quello che i salariati in generale devono ora pagare alla cassa del supermercato: il prezzo dell'inflazione. Acquisti di obbligazioni e titoli da parte delle banche centrali, ci sono già stati anche in fasi di crisi passate, ad esempio dopo lo scoppio della bolla immobiliare nel 2007/08, ma c'è da dire che da un lato le dimensioni di questo "quantitative easing" sono molto più grandi di quanto lo siano state allora [*8], e dall'altro sembra che la finanziarizzazione del capitale abbia raggiunto i suoi limiti, se consideriamo che le precedenti fasi di una politica monetaria espansiva avevano portato a un'inflazione in cui i prezzi nei mercati finanziari erano già gonfiati; e in tal modo hanno contribuito all'aumento di nuove bolle speculative. Pertanto, la stampa di moneta da parte delle banche centrali rappresenta - insieme alla globalizzazione al collasso e alla crisi climatica - uno dei tre più importanti fattori che contribuiscono all'attuale ondata di inflazione (si veda in proposito anche "Tre tipi di inflazione" [*9]). Nel frattempo, la Fed ha alzato i tassi di interesse di riferimento, tra lo 0,75 e l'uno per cento, nel tentativo di controllare questa inflazione, nonostante la contrazione dell'1,5 per cento del PIL statunitense nel primo trimestre di quest'anno [*10]. Negli Stati Uniti, l'opposizione di destra imputa l'inflazione all'amministrazione Biden e ai suoi monchi approcci alla politica sociale [*11]; in Europa, a essere al centro delle critiche, soprattutto tedesche, è la BCE. Nell'UE le controversie sull'orientamento della politica monetaria si mescolano agli interessi divergenti della periferia meridionale rispetto a quelli del centro tedesco. [*12] A Berlino cresce sempre più il risentimento nei confronti della politica monetaria ultra-rilassata della BCE, mentre la zona euro meridionale, che dall'introduzione dell'euro ha sofferto le eccedenze commerciali della Germania, si affida ai tassi d'interesse zero e agli acquisti di obbligazioni, da parte della BCE, per finanziare le misure di stimolo e mantenere sostenibile l'elevato onere del debito. In Italia, il debito pubblico supera ormai il 130% del PIL. Di conseguenza, vediamo che esiste un buon indicatore del potenziale di crisi dell'Eurozona: ed è il cosiddetto "spread" - la differenza dei tassi d'interesse tra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani [*13] - che aumenta in caso di crisi imminente nell'UE, dal momento che in tal caso i capitali fuggono verso "porti sicuri" come la RFT o gli USA. Dallo scoppio della pandemia, questo "spread" ha appena raggiunto il suo livello più alto. È per questo motivo che la Banca Centrale Europea è molto più esitante della Fed ad aumentare i tassi di interesse di riferimento - una nuova crisi dell'euro, nella quale dei tassi di interesse più alti potrebbero far crollare le montagne di debito nel sud dell'unione monetaria, va evitata a ogni costo [*14]. Nell'«Europa tedesca» [*15], due decenni dopo la sua fondazione, e un decennio dopo la prima crisi dell'euro, oggi ci si ritrova davanti al vicolo cieco monetario che minaccia di far saltare la zona monetaria: di fatto, per contenere l'inflazione, che oggi supera l'otto per cento [*16], la BCE dovrebbe aumentare i tassi d'interesse in modo rapido e significativo. Ma allo stesso tempo, per evitare una nuova crisi del debito nel sud, i "guardiani monetari" dovrebbero mantenere bassi i tassi d'interesse. L'Italia, il cui rapporto debito pubblico/PIL è pari al 134%, è la terza economia della zona euro.

La trappola della crisi della politica monetaria

Ancora una volta, da un lato, la Banca Centrale Europea potrebbe combattere l'inflazione per mezzo di rapidi e significativi aumenti dei tassi di interesse, ma così facendo rischierebbe una crisi del debito nell'Europa meridionale e, di fatto, la disintegrazione della sua zona monetaria. Dall'altro lato, la BCE potrebbe continuare a dare priorità alla politica economica e a mantenere bassi i tassi di interesse, per evitare una nuova crisi dell'euro. Questo, tuttavia, darebbe un'ulteriore spinta all'inflazione, tanto da far rischiare all'Eurozona di seguire l'esempio della Turchia [*17], dove il «critico dei tassi d'interesse», Erdogan, ha ripetutamente abbassato i tassi d'interesse di riferimento, e ciò nonostante il rapido aumento dei prezzi nel Paese; portando così, nel frattempo, l'inflazione in Turchia a un impressionante 73%.

Nell'immanenza del sistema, la classe politica può optare per un ulteriore indebitamento, fino all'iperinflazione, oppure può seguire la strada dei duri programmi di austerità che portano alla recessione, insieme all'inizio di una spirale deflazionistica, come il sadismo dell'austerità di Schäuble ha esemplificato in Grecia durante la crisi dell'euro. Infatti, nella crisi capitalistica permanente, la politica monetaria borghese dovrebbe abbassare e alzare i tassi di interesse allo stesso tempo; il che è solo una delle espressioni dell'aporia della politica capitalistica della crisi: un vicolo cieco in cui, alla fine dell'era neoliberista, si trova l'«amministrazione» capitalistica della crisi sistemica [*18]. Questa specie di trappola della crisi [*19] non vale solo per la zona euro, ma è in atto in tutti i paesi capitalisti centrali, i quali, finora, sono stati in grado di rinviare la loro fine grazie all'espansione della sfera finanziaria, con l'aumento permanente delle montagne di debito e con sempre nuove bolle dei mercati finanziari [*20]. Un'analisi dell'evoluzione a lungo termine di quelli che sono i tassi di interesse di riferimento, mostra una tale autocontraddizione della politica monetaria, che a ogni impulso del processo storico di crisi si è sviluppata sempre più [*21]. A partire dagli anni '80 - con i principali focolai di crisi finanziaria del XXI secolo che fungono da momenti scatenanti per ogni fase di tassi di interesse bassi o nulli - sia la BCE [*22] che la Fed [*23] hanno teso, storicamente, ad abbassare sempre più i loro tassi di interesse di riferimento. I tassi di interesse di riferimento nell'eurozona - entrati talvolta in territorio negativo - al momento dell'introduzione dell'euro erano superiori al 3%. Dopo lo scoppio della bolla delle dot-com (2000), della bolla immobiliare (2007) e dopo lo scoppio della crisi dell'euro, sono stati sempre più bassi. Dal 2014, nell'Eurozona prevale una politica di tassi d'interesse di fatto pari a zero, che si accompagna a una stampa di denaro sempre più massiccia. La situazione è simile a quella della Fed, che dopo lo scoppio della crisi immobiliare nel 2007 ha perseguito una politica monetaria molto espansiva, contribuendo così in modo significativo alla formazione della gigantesca bolla di liquidità, che ha poi dovuto essere faticosamente stabilizzata per mezzo di ulteriori iniezioni di miliardi nel corso della pandemia [*24]. Le distorsioni nei mercati finanziari gonfiati, iniziate già prima dell'inizio della guerra, indicano appunto che questa finanziarizzazione del capitalismo difficilmente può essere sostenuta. Il castello di carte della finanza globale, sempre più ammucchiato e impilato, rischia di crollare. È stata proprio questa dinamica del debito, al centro, che ha fatto salire l'onere del debito sul sistema globale, che con la sua produttività stava soffocando, arrivando al 351% della produzione economica mondiale [*25].

Se l'amministrazione della crisi capitalistica ormai non è più in grado di dare inizio a una nuova formazione di bolle sui mercati finanziari mondiali in reazione alle attuali «crisi multiple» - come i media mainstream tedeschi chiamano ora la crisi sistemica capitalistica - diventa allora inevitabile una gigantesca ondata di svalorizzazione. Il che non solo svaluterebbe molti «asset del mercato finanziario» che circolano nella sfera finanziaria nelle forme più diverse - come azioni o derivati - ma anche la spazzatura del mercato finanziario accumulata nei bilanci delle banche centrali (soprattutto titoli di Stato e cartolarizzazioni di mutui o prestiti). Il crollo dei mercati finanziari, ad esempio sotto forma di una crisi del debito europeo, si ripercuoterebbe sull'economia "reale", la quale dipende fortemente dai prestiti, e dalla domanda finanziata dal credito che si genera nella sfera finanziaria. Questo porterebbe alla svalorizzazione delle capacità produttive, la quale si manifesterebbe sotto forma di fallimenti aziendali, di risorse non più vendibili, e di forza lavoro che diventerebbe improvvisamente superflua. Ed è solo qui che esiste ancora un «margine di manovra» per la politica di crisi borghese: come si è detto sopra, questa politica di crisi può determinare la forma che questo processo di svalorizzazione assumerà. La politica monetaria può seguire l'esempio di Erdogan, e marciare verso l'iperinflazione, oppure può seguire l'esempio di Schäuble, e imboccare la strada della deflazione attraverso il sadismo dell'austerità. Per una sinistra progressista ed emancipatrice, tuttavia, c'è solo una prospettiva se vuole ancora agire sulla crisi secondo il suo modello: la prospettiva della critica categorica. Anziché concentrarsi opportunisticamente su delle pseudo-alternative immanenti, o su banalità borghesi [*26], sarebbe preferibile denunciare come tale il mostruoso fine in sé del capitale. Questo è e rimane il presupposto fondamentale per rendere concepibile un'alternativa al capitalismo e quindi una trasformazione del sistema.

Pubblicato in origine su www.konicz.info l'11.06.2022 -

NOTE:
20 https://www.untergrund-blättle.ch/wirtschaft/theorie/stagflation-inflationsrate-6794.html

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