L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 8 agosto 2022

La Bce parte attiva per calmierare lo SPREAD e se il paese Italia non ubbidisce arriva la mannaia e si lascia libero lo Spread

Come e perché la Bce può fare campagna elettorale 


7 agosto 2022

Alla vigilia della imminente tornata elettorale, è bene che tutti sappiano che la Bce, ancor più di prima, seguirà la logica di premiare i “bravi”, solo se faranno i bravi. L’analisi di Giuseppe Liturri

Dal pomeriggio del 2 agosto abbiamo la conferma ufficiale che la Bce ha diviso l’Eurozona, come se già non bastassero le divisioni esistenti, tra Paesi “donatori” e “ricevitori”.

I dati pubblicati da Francoforte hanno certificato quanto gli operatori di mercato avevano già rilevato durante il mese: a luglio la Bce è intervenuta in misura significativa acquistando titoli pubblici italiani e contribuendo in modo decisivo al contenimento dello spread tra Btp e Bund tedesco.

Fin qui, nulla di nuovo. È infatti, con diverse variazioni tecniche, la storia degli interventi della BCE dal 2015. La novità è costituita dal fatto che i due programmi di acquisto – PSPP (partito nel 2015) e PEPP (partito a marzo 2020) – sono terminati rispettivamente a giugno e marzo 2022. Da allora, la Presidente Christine Lagarde si è impegnata solo al reinvestimento dei proventi dei titoli che progressivamente giungono a scadenza.

Tali reinvestimenti proseguiranno però in modo differenziato. Il programma “pandemico” PEPP – i cui acquisti netti a fine luglio erano pari a 1.664 miliardi, di cui 289 a beneficio dei titoli italiani – prevede che proseguano almeno fino al dicembre 2024. Il programma Pspp – i cui acquisti netti a fine luglio erano pari a 2.743 miliardi, di cui 450 a beneficio dei titoli italiani – eseguirà i reinvestimenti per “un prolungato periodo di tempo dopo l’inizio del rialzo dei tassi”. Il primo programma, a differenza del secondo, prevede però un’ampia flessibilità nei reinvestimenti, sia per tipologie di titoli che per Paesi beneficiari.

Ed è proprio questa la chiave di volta per comprendere l’importanza di quanto accaduto a luglio e reso noto qualche giorno fa. Come promesso già nel consiglio direttivo straordinario del 15 giugno, dall’inizio di luglio l’Eurotower ha dirottato i proventi incassati dai titoli tedeschi ed olandesi in scadenza, verso l’acquisto di titoli italiani e spagnoli, aumentandone quindi la consistenza. Nel complesso, la Bce ha tenuto fede all’impegno di non aumentare gli acquisti netti, ma ha pesantemente manovrato nella redistribuzione dei proventi, allontanandosi in modo significativo dalla base di ripartizione che dovrebbe guidarla. L’effetto finale è stato quello di aumentare gli acquisti netti di titoli italiani di circa 10 miliardi e diminuire gli acquisti netti di titoli tedeschi per circa 14 miliardi. Cifre di assoluta rilevanza. Gli acquisti a favore dell’Italia dovrebbero essere il 17% del totale – rispecchiando la quota di partecipazione al capitale della BCE – e sono sempre stati soggetti a discrete oscillazioni mensili, comprensibili, considerando la variabilità dei calendari di scadenza dei titoli.

Da luglio non siamo più in presenza di una normale flessibilità, ma di una deliberata manovra i cui significativi contorni emergono dal grafico in pagina, in esecuzione delle decisioni del consiglio direttivo di Francoforte. La deviazione cumulata a favore dell’Italia rispetto alla base di ripartizione ha raggiunto circa 30 miliardi. Nell’ultimo bimestre, la differenza è ancora più evidente se confrontata con i dati del bimestre precedente, che non hanno affatto registrato le deviazioni significative di luglio. Per offrirvi un’idea della sensibilità dei mercati verso la presenza della Bce, basta ricordare che ad ottobre e novembre 2018, l’Eurotower nell’esercizio di quella normale flessibilità, “casualmente” toccò i livelli minimi mensili di acquisto di titoli italiani e gli investitori ebbero gioco facile nello spingere lo spread ben oltre 300. Ora tale discrezionalità viene elevata all’ennesima potenza.

Questa – che è stata definita dalla Lagarde “la prima linea di difesa” per contrastare problemi nella trasmissione della politica monetaria a causa dell’allargarsi indesiderato degli spread – è la definitiva affermazione di una pesante e decisiva ipoteca sulle sorti dell’Italia. La Bce non intende generare nuova liquidità e quella necessaria per acquistare titoli italiani e quindi prevenire o mitigare indesiderati aumenti dello spread, può solo derivare dal drenaggio di liquidità operato verso i detentori di titoli tedeschi, olandesi e francesi. Si introduce così una pericolosa dipendenza, a favore di questi ultimi Paesi ed un umiliante status di Paese bisognoso viene affibbiato all’Italia. Tanto più umiliante quanto più emergerà ogni mese la correlazione diretta tra ricevitori e donatori. Ove non bastasse ci sono sempre i reinvestimenti del programma PSPP, su cui c’è però minore flessibilità.

Non è difficile immaginare le conseguenze devastanti di tali modalità operative sulle vicende politiche del Paese. Ancor più che in passato, ogni mattina gli investitori verificheranno le munizioni con cui la Bce si presenterà sul mercato dei titoli e capiranno la valutazione maturata a Francoforte sulle scelte di politica economica del governo di turno. Non ci sarà nemmeno bisogno di ricorrere al nuovo programma Tpi, per mandare chiari messaggi sulla meritevolezza degli acquisti. Infatti i 1.664 miliardi del Pepp, con una durata media di circa 7,6 anni, rendono disponibili circa 220 miliardi di rinnovi all’anno. Ben più delle emissioni del Next Generation UE e sufficienti a spaventare chiunque. Non bisogna dimenticare quanto accadde la mattina di quel martedì 29 maggio 2018, quando Carlo Cottarelli vagava ramingo tra il Quirinale e Montecitorio per comporre un raffazzonato governo tecnico e lo spread aumentò di 80 punti in un giorno, con il rendimento del Btp biennale praticamente fuori controllo. Nel marzo scorso, uno studio della Banca d’Italia ha derubricato quella drammatica giornata come un “flash crash”. Ma era anche l’effetto di una Bce latitante e gli investitori ne trassero le conseguenze.

Alla vigilia della imminente tornata elettorale, è bene che tutti sappiano che la Bce, ancor più di prima, seguirà l’aberrante logica di premiare i “bravi”, solo se faranno i bravi.


(Versione aggiornata e ampliata di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità)


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